Giustizia e partecipazione, perché la cultura politica cattolica può offrire nuovi orientamenti
- Postato il 10 marzo 2026
- Politica
- Di Formiche
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Un po’ di dibattito all’interno di quello legato alla riforma dell’ordinamento giudiziario, che sarà oggetto di referendum costituzionale, ha riguardato la posizione dei cattolici: in una situazioni di latente crisi del sistema politico italiano, debilitato da trent’anni di cattiva prova di sé del bipolarismo, la “questione cattolica” potrebbe potenzialmente essere un elemento di aiuto per costruire un nuovo orizzonte verso cui indirizzare il cambiamento che non può non passare dalla riscoperta del pensiero politico per rianimare la democrazia.
Su questa strada i cattolici non potranno ancora a lungo tergiversare dall’accogliere l’indicazione di papa Leone XIV sul superamento delle polarizzazioni che negli anni sono diventate poco evangeliche e tanto ideologiche aprendo un mondo alle infiltrazioni (per usare la formula classica introdotta dal Card. Gualtiero Bassetti, allora presidente della Cei, nell’anno sturziano, il 2019, si tratta del superamento della frattura tra cattolici della morale e cattolici del sociale) e che li ha portati ad andare a servizio di rivoluzioni altrui attraverso contrattazioni di concessioni con spirito di minoranza, spesso sudditanza, sovente con la tattica della utilità marginale in casa d’altri: già papa Francesco nel 2023 aveva richiamato al cammino dell’unità intorno alla Dottrina Sociale della Chiesa, forse servirà anche un po’ di ricambio rispetto a chi è stato protagonista e difensore di tale frattura, per seguire le indicazioni dei Pontefici.
Ciò premesso serve sul punto della discussione referendaria considerare che sarebbe sbagliato pensare a una posizione dei cattolici in quanto tali e in ciò è stato molto chiaro l’intervento dell’attuale presidente della Cei Card. Zuppi all’ultimo consiglio permanente in cui ha invitato ad informarsi e a partecipare a cui è seguito un comunicato di spiegazione del direttore delle comunicazioni sociali che di fronte ad una questione opinabile, non presentabile come dottrina della Chiesa, ha richiamato correttamente il Codice di Diritto Canonico e la fondamentale e mai abbastanza ripassata, “Nota Dottrinale della Congregazione per la Dottrina della Fede circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamenti dei cattolici nella vita politica” (Prefetto della Congregazione era il futuro Papa Benedetto XVI).
Dunque più che di cattolici, con sigle un po’ per il si e un po’ per il no – anche in questo caso forse andrebbe applicato quanto disse Mino Martinazzoli rispetto alla definizione “cattolici democratici” non più utilizzabile finita la Dc, perché fuorviante – servirebbe parlare del pensiero e della tradizione della principale presenza di cattolici in politica per comprendere uno sviluppo del pensiero sul tema della giustizia, della magistratura, del rapporto tra poteri dello stato, ossia il popolarismo e la presenza democratico cristiana (la cui fine organizzata è stata come un inabissamento del frangiflutti anti-ideologico che, a volte bene a volte meno, salvaguardava le comunità cristiane come difesa e luogo di sintesi). Da questo punto di vista, al di là dell’indicazione di voto, appare interessante l'”Appello popolare nazionale a favore della riforma della giustizia” lanciato dall’ultima sezione popolare sturziana d’Italia, quella di Moncalieri (To), in collaborazione con il Think tank popolare nazionale, che, infatti, pone il punto di riferimento nel pensiero di don Luigi Sturzo, citato laddove avvertiva il rischio di una magistratura “più pericolo che presidio” se non adeguatamente bilanciata.
Questo straordinario filone di pensiero che ha resistito al fascismo, sconfitto democraticamente il comunismo e ricostruito il Paese ha avuto sempre chiara la questione: l’appello citato richiama un importante documento di sintesi “Il nuovo Partito Popolare Italiano” (Roma 18-22 gennaio 1994), in cui Martinazzoli e Gabriele De Rosa, il più significativo studioso sturziano, tra l’atro, ricordando il sostegno “alla difesa dell’indipendenza dell’intera Magistratura e del ruolo del Csm ma senza scorie corporative e consentendo alla separazione delle carriere del giudice e del pubblico ministero” come fu ribadito dagli emendamenti presentati dai parlamentari del PPI in sede di bicamerale nel 1997. Questa impostazione si distanzia dal lavoro dei democratici cristiani in Assemblea Costituente e nelle posizioni successive? Seguendo il filo logico del pensiero salta all’occhio la coerenza però serve avere chiari dei punti di riferimento.
In primis occorre riandare alla parte in cui la Costituzione fa esplicito riferimento all’ordinamento giudiziario, la VII disposizione transitoria e finale in cui i costituenti, non potendo abolire il sistema inquisitorio fascista (andrebbe riletto il decreto Grandi del 1941 per comprendere perché il regime confermò l’unitarietà delle carriere in magistratura) pena un vuoto ed una interruzione della continuità dello Stato, indicarono la necessità dell’emanazione di una nuova legge che doveva essere “conforme” alla Costituzione, verbo che evidenzia un giudizio chiaro e negativo sul vigente sistema rispetto ai principi costituzionali. La realizzazione della previsione richiesta dalla disposizione costituzionale con il sostegno e la votazione favorevole alla riforma Vassalli nel 1989, con l’introduzione del sistema del processo accusatorio, indica la citata coerenza che potrebbe essere approfondita rileggendo l’esposizione d’aula della proposta di legge costituzionale del primo marzo 1974 sulla riforma dell’articolo 104 e del Csm presentata da un nutrito numero di parlamentari democristiani, che non avevano una idea sacrale della Carta (anche perché essendo cattolici avevano sempre netta la diversità di piano tra un documento importante e Vangelo, tra parole e Parola), prime firme, Gerardo Bianco, Gargani, Allocco, Anselmi Tina, Armato, Bodrato, Bonalumi, ecc… in cui la posizione era molto più netta dell’attuale riforma, che si può vedere come una sorta di mediazione, premessa l’indipendenza dei giudici con una composizione dell’organo di autogoverno a maggioranza di nomina politica che andava anche nelle direzione di un rilancio dell’impianto democratico parlamentarista della Repubblica (l’irresponsabilità di quelli che vengono sempre definiti “poteri” non è incentivo verso chi vorrebbe una verticalizzazione del potere istituzionale?): “I lavori dell’Assemblea Costituente dimostrano chiaramente quanta preoccupazione e anche quante incertezze vi siano state nel votare l’articolo 104 nella sua formulazione attuale: tutti gli interventi espressero sì la volontà e l’opportunità di assicurare una indipendenza alla magistratura e alle sue funzioni, in modo di sottrarla alle influenze del potere esecutivo, ma al tempo stesso manifestarono la preoccupazione di evitare che questo riconoscimento potesse significare “irresponsabilità” del magistrato, inesistenza di qualsiasi controllo, di qualsiasi limite ad un ‘ordine’ che avrebbe potuto così sfuggire ad ogni regola. I costituenti scrissero dunque ‘ordine’ della magistratura e bocciarono un emendamento che voleva sostituire alla parola “ordine” la parola ‘potere’”.