Gianluca Matarrese racconta il suo ultimo film girato in Calabria
- Postato il 5 marzo 2026
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Il Quotidiano del Sud
Gianluca Matarrese racconta il suo ultimo film girato in Calabria

Il regista Gianluca Matarrese racconta del suo film “Il queto vivere”, girato in Calabria e a marzo nelle sale cinematografiche: «La mia famiglia come una tragedia greca»
Si apre con una citazione di Sofocle il film di Gianluca Matarrese, ed è proprio nei paralleli con il teatro tragico greco che “Il quieto vivere” trova la sua lettura più autentica. Tant’è vero che il film si apre proprio nel sito magnogreco di Sibari con lo scontro tra due donne, che gridano l’una all’altra il proprio carico di dolore e rabbia, circondate da parenti incapaci di porre rimedio a quella linea d’odio inesorabile. Il lungometraggio dal taglio quasi documentaristico segue le voci di Maria Luisa Magno e Imma Capalbo, cognate tra loro e cugine del regista. Mentre si sfidano tra denunce e insulti, tre zie anziane, come un coro tragicomico, cercano disperatamente di riportare la pace.
TORINESE DI NASCITA, FRANCESE ADOTTIVO E LEGATO PROFONDAMENTE ALLE SUE ORIGINI CALABRESI
È torinese e vive in Francia da 24 anni Matarrese, ma il legame con la grande famiglia d’origine in Calabria non è mai stato reciso, al contrario coltivato regolarmente e osservato attraverso uno sguardo che ha consentito di leggerne le dinamiche con potenzialità “cinematografica”. Il rapporto fiduciario ha consentito alle sue protagoniste di vincere le resistenze proprie di una cultura – calabrese e in generale italiana – che impone di “non lavare i panni sporchi in piazza”. «Questo è il mio decimo film ma il primo che ho fatto “Fuori tutto” è stato proprio sulla mia famiglia. Nel 2019 durante la proiezione in Calabria ho spiegato a tutti i miei parenti riuniti cos’è un film del reale.
Hanno capito l’esercizio e apprezzato il successo che ha ottenuto il film (premiato anche al Torino Film Festival, ndr). – spiega Matarrese – Quindi, quando ho proposto questo progetto, c’è stata subito fiducia nei miei confronti. Il motivo principale è che sono io stesso parte della famiglia».
Una fiducia guadagnata anche grazie a una carriera solida che lo ha portato in platee internazionali come quella della Mostra del cinema di Venezia o il Sundance film festival. “Il quieto vivere”, realizzato in collaborazione con Calabria Film Commission, dopo le due anteprime calabresi del 7 marzo a Corigliano-Rossano (dov’è stato girato) e dell’8 marzo a Cosenza, il 12 marzo arriverà nelle sale.
Da dove è nata l’idea di questo progetto?
«Sono 10 anni che ascolto la storia di questo conflitto e mi ricordo tante situazioni simili di famiglie non solo calabresi. Nella nostra cultura – lo dico con orgoglio – c’è la volontà di raccontarci attraverso le storie, siamo degli storyteller. È questo tipico aspetto da cantastorie che mi ha affascinato. Sentivo mia cugina Luisa, al tavolo delle feste o sotto l’ombrellone d’estate, che raccontava queste vicende sempre usando le stesse figure retoriche, le stesse immagini, le stesse pause. Era magico per me che vengo dal teatro e faccio cinema e mi sono detto: “voglio catturare questa teatralità”. Mi interessava che fossero loro stesse, non con un dialogo scritto, ed è questo che ho voluto catturare».
Quindi c’è poco di scritto in questo film. È l’occhio del regista che trasforma la realtà in cinema?
«Lavoro spesso con uno sceneggiatore che si chiama Nico Morabito e a entrambi piace questo misto tra realtà e finzione. Mi piace divertirmi con i codici di quello che è reale e ciò che scritto. Niente di nuovo se pensiamo al Neorealismo italiano o alla Nouvelle Vague francese. Per tanto tempo ho registrato gli audio di mia cugina, li ho trascritti e poi ho lavorato su una specie di canovaccio, inteso come percorso della storia all’interno di cui abbiamo integrato tutti gli elementi che avevamo.
Poi abbiamo scelto il periodo di Natale perché sapevo che si sarebbero create delle occasioni in cui il racconto sarebbe arrivato in modo naturale. Un po’ come accade nei realty – con degli alleati come mia madre che aiutano a portare la conversazione su un tema – ma a differenza di questi ultimi con la cura dell’immagine che è propria del cinema e con il montaggio che costruisce la narrazione. La struttura è di finzione, ma è un set che si costruisce intorno alla realtà».
Ci sono due personaggi drammatici e il coro delle zie, ma anche l’odio e le colpe dei genitori che ricadono sui figli. Possiamo dire che “Il quieto vivere ha tanto della tragedia greca?
«Assolutamente giusto. Io vengo da una formazione teatrale e il teatro greco è molto presente nella struttura, nel racconto e soprattutto nei personaggi. Nella tragedia greca non ci sono eventi che accadono ma una successione emotiva. Spesso la violenza avviene fuori scena e narrata da messaggeri o dagli stessi personaggi e allo stesso modo, quando ascoltavo questa storia, non avevo voglia di rimettere in scena le aggressioni o altro, ma volevo fare un lavoro sulla parola che evoca immagini. Della tragedia greca abbiamo anche un’altra dimensione: quella dei personaggi che sono torturati dalle scelte, dalle responsabilità, dai sensi di colpa, dalla voglia di passare all’atto – come accade a Luisa. E poi oltre al coro che si ricollega al passato, c’è anche il dialogo con i morti che, come gli dèi, non ci sono più».
Il cinema con questo film è stata una soluzione per il quieto vivere della sua famiglia o ha ancora paura del suo finale?
«È una bellissima domanda. Il film è un atto di indagine e insieme un’azione maieutica. Loro sono ancora in uno stato di guerra e non è cambiato nulla nelle loro vite ma è cambiata una cosa importante: un film in qualche modo può salvare una vita – lo dico in modo ironico. Questo gioco del cinema ha fatto in modo che siano andate incontro a una sorta di catarsi perché hanno sfogato qualcosa come difficilmente avrebbe avuto modo di fare nella realtà.
Diciamo che grazie al film, in qualche modo, si può evitare la tragedia del reale. Questa è la responsabilità dell’arte e di questo film che non è un film terapeutico però il procedimento può esserlo. Imma e Luisa credono che il film porti la loro verità. La catarsi, come nel teatro greco, è come una purificazione, quindi, ci liberiamo della tragedia del reale all’interno di un momento collettivo che è salvifico».
Una tensione verso la pace presente anche in uno dei brani usati che dice: “poggiate questi coltelli, posate queste pistole, il vero vincitore è chi perdona”.
«Per le musiche collaboro spesso con un musicista che si chiama Cantautoma, che viene dal Sud e ne è un profondo conoscitore. Lui è stato dall’inizio all’interno del progetto e con lui c’è stato un continuo dialogo. Ha fatto ricerche sia sul folk calabrese sia, ancora una volta, sulla tragedia greca, con il coro e la sua funzione di commento – anche un po’ divino come un deus ex machina – al pari di come avviene nella drammaturgia antica».
La Calabria film commission ha sostenuto il suo progetto e punta molto su di lei, pensa di realizzare qui altri progetti?
«Adesso ho un progetto in corso in Francia, ma con la produttrice italiana Donatella Palermo abbiamo pensato di fare una trilogia qui in Calabria. Ho tante idee che girano ancora intorno alla mia famiglia, una di queste è esplorare il passato delle zie lì al Cozzo con i proprietari terrieri della zona e poi vorrei concentrarmi ancora su Luisa e il suo entourage. Oltre a questi due film ne vorrei realizzare uno che si apra all’Argentina e al Canada dove si riproducono identiche dinamiche familiari».
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Gianluca Matarrese racconta il suo ultimo film girato in Calabria