Duplice omicidio coniugi Bruno, il boss Grande Aracri accusato di essere il mandante
- Postato il 14 gennaio 2026
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Il Quotidiano del Sud
Duplice omicidio coniugi Bruno, il boss Grande Aracri accusato di essere il mandante

Si pente uno dei componenti del commando, il boss di Cutro Grande Aracri accusato quale mandante del duplice omicidio di Vallefiorita
CUTRO – Adesso sappiamo cosa accadde dopo il gesto alla Ponzio Pilato del boss di Cutro Nicolino Grande Aracri, che battè le mani come facendo il segno di pulirsele. «Compà… ve lo potete pure fumare». Nella ormai famigerata tavernetta del “mammasantissima”, ritenuto dalla Dda di Catanzaro a capo di una “provincia” di ‘ndrangheta che estendeva i suoi confini ben oltre il Crotonese, era in corso un summit.
L’argomento di discussione era la mancata consegna di denaro da destinare alle famiglie dei detenuti da parte di Giuseppe Bruno, che qualche tempo fa era considerato il capo della ‘ndrina di Vallefiorita, nel Catanzarese, ma era entrato in contrasto con il gruppo Catarisano, dominante a Roccelletta di Borgia. Alcuni esponenti dei Catarisano si erano presentati al cospetto di Grande Aracri per rappresentare le loro doglianze. Dopo un vano tentativo di dirimere i contrasti tra i due gruppi criminali, il boss Grande Aracri avrebbe autorizzato e ordinato l’omicidio di Bruno.
L’AGGUATO A COLPI DI KALASHNIKOV
Il 18 febbraio 2013, a distanza di quattro mesi dal summit di ‘ndrangheta e da quel gesto alla Ponzio Pilato, Bruno e la moglie, Caterina Raimondi, furono assassinati davanti alla loro abitazione di Squillace, secondo il collaudatissimo modus operandi della ‘ndrangheta. A colpi di fucile mitragliatore Ak47 kalashikov. L’arma da guerra fu poi abbandonata dal commando nei pressi del luogo del delitto. Un kalashnikov abbandonato, una roba mai vista da quelle parti. Il segno tangibile di una volontà di dominio che non guardava in faccia neanche alle vittime innocenti. Venne freddata anche la moglie di Bruno, che ebbe l’unica colpa di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato.
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MANDANTE E ORGANIZZATORE
C’è anche il capocrimine ergastolano tra i destinatari di una nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere per il duplice omicidio. L’ha firmata la gip distrettuale di Catanzaro Arianna Roccia su richiesta del procuratore Salvatore Curcio, dell’aggiunto Giancarlo Novelli e della sostituta Debora Rizza. Stesso provvedimento per Salvatore Abbruzzo, 47enne di Borgia ritenuto l’organizzatore del delitto. Già a processo il presunto esecutore materiale Francesco Gualtieri, in seguito ad una svolta nelle indagini che si ebbe qualche anno fa grazie alle rivelazioni dei pentiti. Ma adesso si aggiunge un nuovo tassello, perché da qualche tempo collabora con la giustizia anche uno dei presunti componenti del commando, Sandro Ielapi.
LE NUOVE ACCUSE
Le rivelazioni dei pentiti si sommano alle intercettazioni captate nell’ambito dell’inchiesta Kyterion, da cui è poi scaturito il processo madre alla cosca Grande Aracri, istruito dal procuratore Domenico Guarascio. Secondo la ricostruzione dei carabinieri, Abbruzzo avrebbe organizzato i sopralluoghi con Gualtieri e Ielapi, gli “azionisti” della ‘ndrina di Borgia, conducendoli sul luogo del delitto. Quindi, a bordo di un fuoristrada Mitsubishi “Pajero”, li avrebbe prelevati consentendo loro la fuga. Ielapi, armato di pistola, si sarebbe appostato con Gualtieri, armato di kalashnikov. A sparare nove colpi a carica unica sarebbe stato Gualtieri. Ma la morte della donna forse non era voluta.
DONNA UCCISA PER ERRORE
«Ricordo il silenzio di Francesco Gualtieri e la faccia che aveva», disse il pentito Ielapi al procuratore Vincenzo Capomolla, allora alla guida della Dda di Catanzaro. Fu lui il primo a interrogare l’uomo che si autoaccusava di quattro omicidi. «“Tutto a posto?”, gli diceva Abbruzzo. Lui non rispondeva. Era in dubbio se ci fosse pure la moglie. Una cosa che mi si alza il pelo solo a pensarci». Non rispondeva, Gualtieri, «perché si è reso conto della schifata che era successa. Perché è una vergogna. Secondo me non è stato fatto intenzionalmente, ma è una cosa brutta». E ancora: «C’era un’aria brutta. Bruno ti poteva fare del male, ma la moglie non ti faceva male».
IL SILENZIO DEL KILLER
Il racconto del pentito Ielapi è nitido. «Siamo andati io e Gualtieri, lui aveva un kalashinov e io una pistola. Ci ha accompagnati Massimo Citraro e in macchina c’era Salvatore Abbruzzo, con un Pajero blu. Lui è arrivato. Non si è fermato subito al cancello, è andato a marcia indietro e si è infilato nel garage. Abbiamo sentito chiudere il cancello. Gualtieri ha detto “Andiamo, tu stai qua”. Non ho visto Gualtieri che sparava perché sono rimasto abbassato in mezzo alla strada. Io ho solo sentito quello che è successo. Si è avvicinato al cancello da dove la macchina di Bruno è entrata a marcia indietro. È passata una macchina e mi sono abbassato e non ho visto. Ho sentito gli spari. E poi “Corri”. Quando siamo arrivati in mezzo alla strada, non c’era Citraro e abbiamo dovuto aspettare. Ci siamo infilati in macchina, abbiamo buttato una borsa con i vestiti nel fiume. Non ricordo se hanno buttato pure la pistola che avevo, che non è stata usata. Ricordo il silenzio di Gualtieri e la faccia che aveva. Era stranito. Gli dicevi “che è successo?” e lui non rispondeva».
IL PROGETTO DI GRANDE ARACRI
Dopo anni di buio pesto, squarci di luce si aprirono grazie alle conversazioni intercettate dai carabinieri che hanno condotto l’inchiesta che portò all’operazione Kyterion e sono confluite anche nelle carte dell’operazione interforze Jonny. Intento della Dda di Catanzaro era quello di acclarare la sussistenza ed operatività dei due gruppi criminali stanziati nella fascia jonica catanzarese. Ora si aggiungono le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, che hanno consentito agli inquirenti di ottenere riscontri per richiedere misure cautelari prima per l’esecutore materiale e poi per mandante e organizzatore.
Quello che era certo già prima che parlassero i pentiti era che Grande Aracri quel Bruno non lo poteva proprio sopportare. Perché poco incline a rischiare. Troppo prudente. Troppo timoroso delle reazioni altrui per sposare il progetto “aziendale”, per così dire, del boss di Cutro, che voleva ampliare la sua sfera d’influenza infiltrandosi anche nel Soveratese attraverso le famiglie mafiose che operavano sotto la sua egida.
NUOVA GEOGRAFIA MAFIOSA
Cominciamo dal summit dell’agosto 2012, al quale parteciparono, oltre a Bruno, pezzi grossi come Pasquale Barbaro di Platì e Rocco Mazzagatti di Oppido Mamertina. La discussione, alla presenza dell’aristocrazia della ‘ndrangheta, verteva su problematiche dell’area del Soveratese relative al controllo dell’attività illecita. In sostanza, si parlava della ripartizione territoriale delle ‘ndrine del Catanzarese. C’era tutta una geografia mafiosa in via di ridefinizione. Equilibri e rapporti di forza che si stavano ridelineando in seguito all’irruzione del potente boss di Cutro.
Nel corso della riunione, emersero contrasti sulla gestione dei proventi delle estorsioni nell’area di competenza di Bruno e il sospetto che quest’ultimo trattenesse per sè il denaro destinato al sostentamento economico dei detenuti. Altro dato, l’eccessiva prudenza dimostrata da Bruno circa l’opportunità che gli veniva offerta direttamente da Grande Aracri di “allargarsi” fino a Soverato. Bruno, infatti, si sarebbe mostrato parecchio attento a non entrare in conflitto con altri gruppi criminali, nonostante il beneplacito e l’aiuto offerto dal super boss.
LA TITUBANZA DI BRUNO
Per esempio, in quell’occasione Grande Aracri chiese a Bruno di compiere un atto intimidatorio ai danni di una ditta di Crotone, che si stava occupando della posa di cavi elettrici, nel territorio ricadente sotto l’influenza della sua cosca. L’atto intimidatorio avrebbe avuto la finalità di indurre i titolari dell’azienda a rivolgersi al clan per pagare l’estorsione ed ottenere la tranquillità per l’esecuzione delle opere. In questo contesto, Grande Aracri avrebbe affermato che i proventi dell’estorsione dovevano servire per sostenere i detenuti, e che ne aveva parlato anche con “Salvatore” di Roccelletta. Ma Bruno era titubante, nel senso che si mostrava restio a compiere il grande passo, perché in quell’area era dominante il gruppo Sia.
FARE LA “COSA GIUSTA”
Cosa che, secondo la ricostruzione degli inquirenti, infastidiva Grande Aracri. Tanto più che, invitato dagli altri partecipanti al summit ad arrivare almeno ad un accordo con l’altra organizzazione malavitosa, Bruno replicava affermando che «le cose da noi non sono chiare». Grande Aracri a quel punto avrebbe ravvisato la necessità di trovare un responsabile di zona che gestisse gli affari illeciti in quell’area e citava nuovamente «Salvatore», uno «che fa la cosa giusta». Ma Bruno eccepiva che il suo gruppo criminale non poteva espandersi a Soverato e replicava che non avrebbe rischiato di prendersi una condanna a «trent’anni di galera» reagendo in modo violento come suggeriva Grande Aracri.
“GLI SPARO IN TESTA”
E arriviamo al summit del 22 ottobre. Stavolta erano presenti, in rappresentanza della cosca di Roccelletta di Borgia, Francesco Gualtieri e Salvatore Abbruzzo. Assente il capobastone di Vallefiorita. Ma Bruno era il convitato di pietra. Perché Grande Aracri rappresentava ai suoi interlocutori di aver chiesto espressamente a Bruno come recuperare quei 50, forse 100 mila euro che dovevano essere destinati ai detenuti, per esempio controllando le attività sul litorale del Basso Ionio. E iniziarono le lagnanze degli uomini di Roccelletta e di un altro partecipante al summit, Gennaro Mellea di Catanzaro, nei confronti di Bruno, sempre perché non si sarebbe adoperato per il sostentamento dei detenuti e delle loro famiglie secondo le direttive dall’alto. Abbruzzo si spinge a paventare l’ipotesi di eliminare Bruno. «Gli sparo in testa». Ipotesi in un primo tempo esclusa da Grande Aracri, che invita gli interlocutori ad incontrarlo «preparati in un certo modo», per sincerarsi meglio del suo comportamento.
COME “FUMARSI” BRUNO
E scatta il piano. Come “fumarsi” Bruno. Ecco i dettagli. I convenuti alla tavernetta di Grande Aracri avrebbero versato una somma di 5000 euro a Bruno, attendendo al massimo una settimana per verificare se questi li avesse consegnati ai familiari dei detenuti. Trascorso questo termine, avrebbero convocato Bruno al cospetto di Grande Aracri, il quale a quel punto avrebbe contestato le sue mancanze. Grande Aracri assicurava sostegno ai Catarisano. «Tenete presente che sarò sempre con voi, comunque vadano le cose…se qualcuno è un megalomane e vuol fare il capo supremo… è una cosa che non può andare».
LE RIVELAZIONI DEI PENTITI
Cosa sarebbe successo a distanza di qualche mese da quel battito di mani, lo hanno aggiunto i pentiti. Santo Mirarchi, referente della cosca Arena di Isola Capo Rizzuto a Catanzaro, sa che Bruno è stato «ammazzato da quelli della Roccelletta». Salvatore Danieli parla, invece, di un piano dei Catarisano per estromettere Bruno e addossare responsabilità ai Merlino di Girifalco, poi uccisi per simulare una vendetta. Francesco Mammone aggiunge anche il particolare dell’occultamento dell’arma del delitto presso un’azienda. Ma è Massimo Colosimo di Cropani, referente emiliano della cosca Trapasso di San Leonardo di Cutro, a fornire gli elementi più pregnanti avendo condiviso un periodo di detenzione nel carcere di Terni con il presunto killer, che si sarebbe tradito nell’ora d’aria.
CONFESSIONE NELL’ORA D’ARIA
C’era anche Salvatore Comberiati di Petilia Policastro, detto “Sabellino”, che a quanto pare “stuzzicava” Gualtieri chiamandolo “zingaro”. «Tu mi chiami zingaro – sarebbe stata la replica – ma io di zingari ne ho sotterrati tanti». Nella serie di delitti che si sarebbe attribuito, compiuti «sempre con l’appoggio di Nicola Grande Aracri», Gualtieri avrebbe incluso anche il duplice omicidio di Vallefiorita. «Mi raccontò che l’omicidio di Bruno e della moglie era per prendersi il potere sul territorio. Siccome lui non rispettava, i soldi se li teneva tutti per lui e questa è stata la causa che hanno usato come scusa per farlo fuori, a lui e alla moglie». Nel commando il pentito, sempre riportando la “confessione” di Gualtieri, include anche Abbruzzo. «Agivano sempre insieme e da soli». Le armi al gruppo, sostiene Colosimo, le forniva il boss Rocco Anello di Filadelfia, anche lui detenuto in quella sezione. E aggiunge un particolare inquietante: «gli avevano lasciato il fucile davanti alla porta per sfregio… a dire chi comanda». La conferma alle rivelazioni di Colosimo è giunta dall’esame del Dna. A far chiudere il cerchio ha dato man forte il neo collaboratore di giustizia Ielapi.
“QUANDO APRI UNA GUERRA LA DEVI CHIUDERE”
Nella serie delle rivelazioni bisogna aggiungere quelle dello stesso Grande Aracri, la cui collaborazione con la giustizia è stata ritenuta inattendibile. Grande Aracri nell’aprile 2021 ammise di aver avviato una pacificazione individuando Mazzagatti come “mediatore” per il Reggino e parlandone anche con le cosche Arena e Nicoscia di Isola Capo Rizzuto. Bruno rivendicava comunque la sua potestà nel suo territorio. A quel punto Grande Aracri e Mazzagatti lo avrebbero abbandonato al suo destino. Ma, soprattutto, Grande Aracri dice di aver appreso i dettagli dell’azione da Abbruzzo e Gualtieri. «Erano nascosti con un kalashnikov dietro un muretto. Poi la donna è uscita dal muretto ed è stata colpita per sbaglio». La sua autorizzazione nel corso del “parlamento” di ‘ndrangheta? Per Grande Aracri non era più necessaria. «Quando apri una guerra, la devi chiudere. Devi ammazzare tutti».
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