Discesa nell’abisso tra carrozze dimenticate e rifugi bellici: alla scoperta della Galleria Borbonica
- Postato il 12 febbraio 2026
- Posti Incredibili
- Di SiViaggia.it
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Meravigliosa è Piazza del Plebiscito ed emozionante è il profilo del Vesuvio, ma Napoli ha moltissime altre carte in più, alcune delle quali si trovano sotto le sue fondamenta. Il capoluogo della Campania, infatti, possiede una seconda pelle che pulsa più in basso dell’asfalto, lontana dal traffico e dalla luce salmastra del golfo. La Galleria Borbonica appartiene a questa dimensione profonda, scavata a forza di braccia, intuito tecnico e paura politica.
Parliamo di un sistema sotterraneo nato per difendere un re e diventato rifugio popolare, deposito di macerie e archivio materiale di mezzo millennio. Monte Echia, la collina di Pizzofalcone, custodisce un corpo architettonico che attraversa secoli diversi senza mai perdere coerenza. Il tufo giallo racconta la fatica dei cavatori rinascimentali, l’ambizione borbonica, l’ingegno idraulico dell’epoca e la sopravvivenza durante i bombardamenti.
Breve storia della Galleria Borbonica
Era il 19 febbraio del 1853 quando Ferdinando II di Borbone autorizzò la realizzazione di un viadotto sotterraneo pensato per collegare il Palazzo Reale con l’area delle caserme di via Pace. Un incarico importante e che venne affidato all’architetto Errico Alvino, già protagonista di grandi trasformazioni urbane cittadine. L’obiettivo di questa nuova opera non era di certo estetico ma, anzi, riguardava la sicurezza della monarchia dopo i moti del 1848. Il sottosuolo, quindi, doveva garantire un passaggio rapido per le truppe e una via di fuga protetta per la famiglia reale.
Il progetto prevedeva una sezione trapezoidale imponente, idealmente larga e alta 12 metri, con due gallerie affiancate destinate ai sensi di marcia opposti. Un parapetto centrale avrebbe sostenuto lampioni a gas, mentre marciapiedi laterali avrebbero consentito il transito pedonale. Gli scavi partirono nell’aprile dello stesso anno dall’area attuale di via Domenico Morelli, sfruttando un antico piazzale di cava.
Le cose però non sempre vanno lisce e, durante l’avanzamento, emersero problemi complessi: il tracciato incrociò rami attivi dell’acquedotto seicentesco della Bolla, la cui acqua serviva ancora gli edifici soprastanti. Gli ingegneri però non si scoraggiarono, riuscendo a realizzare soluzioni ardite. E lo fecero abbassando le quote idrauliche e costruendo ponti monumentali all’interno delle cisterne. Archi, piedritti a scarpa e murature di contrasto stabilizzarono le pareti irregolari nate dall’incontro con cavità più antiche. In totale il traforo raggiunse 431 metri, ma rimase incompiuto il collegamento diretto con il Palazzo Reale.
Il 25 maggio 1855 Ferdinando II percorse la galleria illuminata a festa, con un’apertura pubblica che durò ben tre giorni. Il progetto, poi, si fermò poco dopo per difficoltà economiche e mutamenti politici legati all’Unità d’Italia.
Tra il 1939 e il 1945 questi spazi accolsero migliaia di civili a causa dei bombardamenti. Scale, impianti elettrici, latrine e pareti imbiancate trasformarono il tunnel in un rifugio antiaereo. Nel dopoguerra la galleria divenne invece deposito giudiziale comunale, con auto, moto, statue e materiali provenienti da crolli e sequestri.
Tutto ciò fino al 2007, anno in cui il geologo Gianluca Minin riportò alla luce passaggi murati e cavità dimenticate e da lì iniziò un recupero sistematico che, fortunatamente, ha restituito questo luogo alla città.
Come funziona la visita e cosa vedere
La discesa alle meraviglie della Galleria Borbonica avviene tramite ingressi posizionati strategicamente che conducono il visitatore a perdere gradualmente il senso dell’orientamento geografico superficiale. A disposizione degli ospiti ci sono diversi itinerari guidati, ciascuno con un carattere preciso. Casco e torcia sono obbligatori in alcuni tratti, anche perché il percorso alterna grandi volumi e passaggi più raccolti.
I ponti monumentali
Pur stando nelle viscere di Napoli, pare davvero di essere in un’altra città (sì, un po’ buia): ci sono ponti monumentali che in specifici angoli attraversano le antiche riserve idriche, grazie a cui passare sopra le vasche che mantengono la loro funzionalità storica.
Il cimitero dei veicoli d’epoca
Uno dei colpi d’occhio più incredibili riguarda l’accumulo di automobili e motociclette risalenti agli anni ’40 e ’50 (alcune anche dei ’60 e ’70) con carcasse arrugginite di Fiat 1400, vecchie Vespa e furgoni d’epoca che giacciono avvolti dalla polvere e dalle incrostazioni calcaree.
Le lamiere sembrano sculture surrealiste che emergono dal buio, evocando un’Italia che cercava di ripartire mentre i propri resti meccanici affondavano nel sottosuolo.

L’acquedotto della Bolla
Cunicoli, cisterne e ponti narrano l’ingegneria idraulica seicentesca, con croci incise nella malta idraulica a testimonianza della devozione dei pozzari. Le strutture borboniche si inseriscono in questo sistema antico senza interromperne la funzione.
I ricoveri della Seconda Guerra Mondiale
La città Partenopea subì bombardamenti pesantissimi e la Galleria Borbonica mutò pelle diventando un vero e proprio ricovero cittadino. Migliaia di persone trascorsero notti intere in queste cavità, cercando protezione dalle esplosioni. Di questo periodo restano ancora visibili i piccoli lettini in ferro, i resti di giocattoli e scritte sui muri che invocano la pace o semplicemente segnano il passare dei giorni.
Osservando con attenzione si scorgono ancora i vecchi isolatori elettrici in ceramica e i condotti di ventilazione forzata, necessari per permettere la respirazione a una folla così numerosa stipata in spazi chiusi.
I percorsi speleo e avventura
Alcuni itinerari conducono nei cunicoli più stretti dell’acquedotto, ma in questi casi l’esperienza richiede agilità e attenzione. Una parte include un tratto su zattera lungo una galleria allagata, nata da un progetto tranviario mai realizzato. Il contatto diretto con l’acqua e la roccia amplifica le particolari sensazioni che trasmette questo incredibile luogo sotterraneo.
Come arrivare alla Galleria Borbonica
Il sito dispone di più varchi d’accesso, una condizione che facilita l’inserimento della visita all’interno di un itinerario cittadino. Il principale è quello che si trova in via Domenico Morelli, situato all’interno di un parcheggio moderno che funge da portale verso il passato. Questa entrata risulta ideale per chi desidera esplorare il percorso “Standard”, il più agevole e ricco di reperti bellici.
Una valida alternativa risiede nell’accesso dal Vico del Grottone, posizionato a pochi passi dalla monumentale Piazza del Plebiscito. Tale varco conduce quasi direttamente nelle cisterne seicentesche, offrendo un impatto immediato con la Napoli più remota.
La zona è ampiamente servita dai mezzi pubblici, con la fermata della metropolitana Linea 1 “Municipio” a più o meno 15 minuti di distanza a piedi. Numerose linee di autobus urbani fermano inoltre nei pressi di Piazza Vittoria: la galleria è perciò facilmente raggiungibile anche per chi proviene dai quartieri più distanti di Napoli o dal lungomare Caracciolo.