Danni collaterali (cinesi). Così Pechino inguaia i suoi vicini di casa
- Postato il 9 marzo 2026
- Economia
- Di Formiche
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L’Asia ha un problema. L’ultimo piano quinquennale messo a terra dalla Cina, ha sancito la gravissima crisi dei consumi interna al Dragone, dove si produce troppo e si compra poco. E tutto quello che non si vende, se ne va all’estero. Film già visto, l’Europa paga sulla propria pelle da almeno un decennio la cosiddetta sovracapacità produttiva cinese e le ripercussioni sul mercato dell’auto elettrica, con l’ascesa di marchi quali Byd, ne sono la prova più lampante.
Il discorso è però più ampio e riguarda altre realtà, molto più vicine al Dragone. Anche molte economie asiatiche, infatti, stanno facendo le spese di una crisi domestica, quella cinese, diventata benzina per l’aggressività all’estero. Gli economisti del Lowy Institute, imputano infatti al gigantesco surplus commerciale cinese (la differenza tra quello che si vende all’interno e all’esterno) la causa dei guai di troppe economie asiatiche. “La Cina, che ha registrato un surplus commerciale record di 1,2 trilioni di dollari nel 2025 e reindirizzando gran parte di queste esportazioni verso l’area Asia-Pacifico, anche e non solo per aggirare i dazi occidentali. Nazioni come Nepal, Bangladesh e Indonesia sono poste di fronte a una scelta difficile: ricorrere ai prodotti cinesi che indeboliscono l’industria locale, oppure optare per quelli occidentali”.
Il Centro studi non ha dubbi. “Il motore di questa pressione è la trappola dei consumi interni della Cina, impantanata in una crisi sistemica, che ha minato la spesa delle famiglie. Con la debole domanda interna, Pechino ha raddoppiato il suo dominio sul lato dell’offerta. Per questo senza un autentico sostegno alla produzione locale, il definitivo deterioramento del futuro economico dei Paesi in via di sviluppo lontani e vicini alla Cina diventerà l’eredità definitiva di questa nuova guerra commerciale”.
Il risultato è un’involuzione commerciale in cui le aziende cinesi “tagliano i prezzi quasi a zero per conquistare i mercati esteri. Questa politica di prezzi predatori sta smantellando i settori manifatturieri intermedi, come il tessile, i macchinari leggeri e la componentistica, che tradizionalmente fungono da scala industriale per i paesi in via di sviluppo. In Nepal, ad esempio, i marchi cinesi hanno conquistato oltre il 75% del mercato dei veicoli elettrici nel 2025. Ed è proprio così che si svuota il potenziale di un ecosistema industriale nazionale”.