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Caos, Essere e Campo unificato

  • Posted on April 15, 2026
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  • By Il Vostro Giornale
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Caos, Essere e Campo unificato

“L’Essere è e non può non essere”: qualsiasi studente di liceo ricorda questa affermazione di Parmenide (Elea, 510 a.C. ca. – 450 a.C.), un’apparente tutologia intorno alla quale è fin troppo facile ironizzare, ma il portato del pensiero dell’eleate è di sconvolgente attualità. Personalmente, negli innumerevoli incipit dei miei corsi di storia di filosofia in qualità di docente o conferenziere, preferivo porre la radice arcaio-futuribile del pensiero in oggetto, ancor prima della filosofia eleatica, perciò facevo riferimento al concetto di Caos espresso da Esiodo (tra VIII e VII secolo a. C.) nella sua Teogonia: “In principio era il Caos”. Per evidenziare i fondamenti fisici, oltre che filosofici, di queste affermazioni potremmo utilizzare le parole del fisico Emilio del Giudice: “Il campo quantistico universale è la base fisica dell’unità”. Ora, senza voler risalire agli studi di Giuliano Preparata e al termine da lui impiegato, Oneness, per indicare il concetto di unità del tutto, o ai fondamenti della fisica quantistica, che lasciamo agli esperti del settore, riportiamo questa riflessione al nostro quotidiano senza rinunciare al ricorso a ciò che definiamo come un pensiero “altro”. Per chiarezza argomentativa precisiamo preliminarmente che per Essere, in senso parmenideo, va pensato tutto ciò che è senza individuazione di particolari; per Caos esiodeo va inteso l’abisso spalancato del tutto dove ogni possibilità è indistinta; per Campo unificato facciamo riferimento all’ultimo secolo di studi fisici che convergono nella teoria dell’unità quantistica dell’universo, espressione certo impropria ma che mi sembra sufficientemente esplicativa. A mio modo di vedere è formidabile che, quasi tremila anni prima di noi, il pensiero mitologico-filosofico abbia elaborato un concetto di così sorprendente attualità. Mi torna la memoria di uno spledido saggio di Fritjof  Capra del 1975 ma recentemente rieditato, Il Tao della fisica, al quale rimando i lettori più interessati all’argomento. La domanda che, immagino, sorge nelle menti è riassumibile così: “Ma se tutto è uno com’è possibile che io veda e faccia esperienza quotidiana del particolare?” In questo modo ci addentriamo nel cuore della nostra riflessione.

Potremmo partire da un interrogativo implicitamente suggerito dalla filosofia kantiana: il cielo stellato sopra di noi, così universalmente sublime, continuerebbe a essere bello senza uno sguardo umano che lo osservasse e senza il suo giudizio? Penso sia evidente a chiunque che, se non esistessero l’essere umano, la sua capacità di osservare, la sua possibilità di esprimere un giudizio estetico e di tradurlo in idea e nella sua forma esplicita, il nome assegnato a tale idea, non esisterebbe il termine “bello” o “cielo stellato”, pertanto diverrebbe impossibile lo stesso interrogativo di cui sopra. Insomma, il cielo stellato non potrebbe essere bello o non bello, ma nemmeno potrebbe essere cielo stellato o diurno. Stiamo parlando del meraviglioso porsi dell’essere umano e del terrore che la coscienza di sé e della propria fragilità generano in ognuno. Ma la questione è ancor più interessante se la sviluppiamo attraverso le conoscienze scientifiche contemporanee, già, quella stessa scienza che dovrebbe trovare risposte alle nostre domande, per ogni problema risolto, in verità, ne propone infiniti altri. Limitiamoci al solo senso della vista, senza dimenticare che il medesimo argomentare potrebbe essere esteso anche agli altri sensi dei quali disponiamo. Il nostro occhio, ci spiega la scienza, non vede ciò che è ma solo ciò che gli è permesso di vedere. Di fatto è in grado di cogliere una parte infinitesimale del tutto e questo non per nostra scelta, si tratta di un processo evolutivo teso a garantire la sopravvivenza della specie. Se disponessimo di ciò che definisco, molto liberamente, come “vista assoluta”, comprenderemmo che non esistono forme, colori, distanze. Il nostro occhio ci offre una visione estremamente “offuscata” dell’essere che è, del caos delle infinite possibilità, del campo unificato dove tutto si intreccia oltre le nostre possibilità di tempo e spazio. In altre parole, il senso che maggiormente ci mette in relazione con l’altro da me, è una sorta di utile inganno percettivo.

Provo a essere più chiaro con un esempio: immaginiamo di realizzare un androide assolutamente simile a un essere umano, capace di tutte le sue possibilità ma potenziate; facile immaginare l’enorme superiorità, per esempio, di una memoria da computer rispetto a quella umana, di una forza infinitamente maggiore alla nostra, della possibilità di sostituire ad eterno le parti eventualmente deteriorate e così di fornire l’androide di sensi molto più efficaci ed efficienti. A parte il terrore di essere esautorati in breve tempo da simili esseri superiori, ciò che mi preme è: proviamo a dotare un essere umano anche solo di uno dei sensi dell’immaginario androide. Se vi dicessero che potreste essere dotati di “vista assoluta” verrebbe spontaneo essere positivamente attratti dalla possibilità, ebbene, anche senza arrivare all’assoluto, provate a immaginare di osservare il mondo intorno a voi con occhi potenti come quelli di un meraviglioso microscopio. Che esperienza formidabile… o terribile? Per comprendere l’orrore al quale sareste sottoposti, provate a osservare il cibo che state portando alla bocca attraverso un microscopio, dubito che completereste il gesto. Provate a osservare il viso della persona amata con questi vostri nuovi potentissimi occhi, sono certo che ogni intensa passione fuggirebbe lontana. Si tratta solo di una breve provocazione, ma è evidente che, se fossimo dotati di sensi infinitamente più potenti, il nostro rapporto con ciò che chiamiamo realtà, sarebbe ben lontano dallo sguardo di Kant, che si illumina della bellezza sublime del cielo stellato sopra di lui. Insomma, abbiamo bisogno di credere che la realtà sia quella che vediamo rinunciando con gioia, a questo punto, al meraviglioso dono di uno “sguardo assoluto”.

Ricordo una sequenza di un geniale film di Richard Linklater, Waking life, nella quale un giovane sta conversando fra le lenzuola con la compagna e le racconta di uno studio: “Hanno isolato un gruppo di persone – le sta dicendo – per un periodo di tempo e hanno monitorato la loro capacità di risolvere i cruciverba, in rapporto alla popolazione media e poi, a loro insaputa, hanno dato un cruciverba vecchio già risolto da migliaia di persone il giorno prima e i punteggi sono saliti clamorosamente del 20%. È  come se, una volta uscite le risposte, le persone riuscissero a captarle. È come se, telepaticamente, ci scambiassimo le nostre esperienze”. Siamo tutti interconnessi, probabilmente la nostra mente, quando non si autocensura così come accade all’occhio dell’esempio precedente, è in grado di “trascurare” i limiti del soggetto espandendosi a un livello superiore, quello dell’Essere, del Caos, del Campo unificato. Quante volte ricercatori, lontanissimi tra loro e reciprocamente ignoti, pervengono ai medesimi risultati, sarebbe facile citarne casi famosi. Forse sarebbe meraviglioso essere capaci a questa sorta di telepatia universale, oppure terribile, non lo sappiamo. Temo, però, che una prospettiva molto più probabile soprattutto per i valori etici e gnoseologici del nostro tempo, potrebbe essere così espressa: quante inutili parole, il nostro sguardo è questo, il rosso è rosso e la persona che amo mi suscita passione, il resto che importanza ha? Posizione condivisibile, mi sembra, ma se accettiamo il fatto che della realtà non conosciamo se non una percentuale di fatto inferiore all’1%, per quale motivo riusciamo ancora a reputare così importanti le nostre “infinitesimali ragioni”? Eppure siamo capaci di amare o ammazzare il piccolo altro essere che si aggira nell’inganno esattamente come ognuno di noi, parte di un gioco dei sensi che non abbiamo potuto scegliere ma del quale, e questa è una scelta responsabile, preferiamo non essere consapevoli. Se abbiamo paura di pensare che tutto è uno, che siamo microscopici accadimenti del tutto, non potremmo avere almeno il coraggio di solidarizzare con gli altri fragili esseri umani? Non sarebbe più saggio riconoscere e godere reciprocamente di tanta caduca precarietà?

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì. Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero. Clicca qui per leggere tutti gli articoli.

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