Wonderfuck

  • Postato il 2 aprile 2025
  • Di Il Foglio
  • 2 Visualizzazioni
Wonderfuck

C’è una linea che collega una serie di autrici contemporanee, giovani, emancipate, autoironiche e a loro modo malinconiche: Sally Rooney, Dolly Alderton, Emma Jane Unsworth, Naoise Dolan. Tra di loro anche una tedesca, Katharina Volckmer. Si può imparare molto da Wonderfuck, il suo ultimo libro (con un titolo che non fa rimpiangere un’altra bella intuizione, Un cazzo ebreo, suo romanzo d’esordio): per esempio che per un francofono il cognome italiano Bevilacqua risulta “impronunciabile”. Oppure quale sia il rumore delle aspirazioni di un rappresentante di quella generazione di trentenni, anno più anno meno, che vive la vita adulta sentendo addosso il peso dell’epoca d’oro dei genitori, che ora chiede il conto alla prole innocente. Questo rumore è il “nulla”, il “silenzio delle sue stesse ambizioni”, quelle di Jimmy, un uomo disincantato che lavora in un call center di un’agenzia di viaggi, dalla sessualità dubbia, riflessivo, ma in modo tossico, nauseante. Bisogna immaginarsi qualcosa di non troppo lontano dall’ufficio in cui James McAvoy, nel film “Wanted” (2008), buttando giù antidepressivi e pillole per tenere a bada gli attacchi di panico, spreca la sua vita. Che si tratti di uno spreco, in fondo, lo si capisce da due elementi: l’esergo, tratto da Le correzioni di Thomas Bernhard (“invece di suicidarsi, la gente va al lavoro”) e dalla chiave di lettura data, fin dall’inizio, proprio da Volckmer; il bagno del luogo di lavoro che diventa il “boudoir del moderno lavoratore d’ufficio”, dipinto com’è di un arancione fintamente rassicurante, in verità alienante. 

Non sono le strane perversioni, i dialoghi al telefono con sconosciuti immaginati sempre con desiderio ed eccitazione, a essere il cuore di Wonderfuck, ma la Disneyland del piacere surrogato, la libido e il godimento al tempo degli uffici colorati con palette consigliate da psicologi del lavoro, vittoria di facciata di quei sindacalisti che sono diventati nel tempo degli animatori dello status quo. Non bisogna infatti dimenticare che quella di Volckmer è la generazione delle “grandi dimissioni” (Francesca Coin), della “diserzione” (Franco Bifo Berardi). La generazione che per la prima volta rifiuta il lavoro a un livello neanche più teorico o ideologico, ma esistenziale. Wonderfuck racconta come l’immagine di un safe space sul posto di lavoro sia una pia illusione e si trasformi piuttosto in un inferno di pulsioni vissute con meccanica riproducibilità. Non solo il bagno, infatti, anche la cucina è un luogo di evasione che tuttavia non conduce verso l’esterno, ma resta all’interno del grande acquario in cui questa strana generazione vive. Tant’è che “la cucina era solo marginalmente meno offensiva del gabinetto. Non sapeva di piscio e infelicità e c’era una finestra lì”. E le telefonate, il sesso orale di quei contatti smaterializzati, diventano la cosa più simile alla felicità.
 
 

Katharina Volckmer 
Wonderfuck
La nave di Teseo, 240 pp., 18 euro

Continua a leggere...

Autore
Il Foglio

Potrebbero anche piacerti