Wim Wenders le suona ai cinematografari con un debole per Hamas

  • Postato il 19 febbraio 2026
  • Di Il Foglio
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Wim Wenders le suona ai cinematografari con un debole per Hamas

Non solo un critico cinematografico israeliano e veterano della Berlinale ha dovuto ascoltare un collega olandese dirgli: “Non sei un amico, sei un israeliano”. Alla conferenza stampa della Berlinale, l’attivista giornalista e influencer Tilo Jung ha cercato di incitare all’odio verso Israele. Ma non aveva fatto i conti con Wim Wenders, presidente della giuria. Jung si è lamentato del fatto che il festival cinematografico non abbia mai mostrato solidarietà con la Palestina e ha chiesto ai membri della giuria se, “dato il sostegno del governo tedesco al genocidio a Gaza”, che è, dopotutto, il principale finanziatore della Berlinale, sostenessero “questo trattamento selettivo dei diritti umani”. Wenders ha preso la parola: “Dobbiamo stare fuori dalla politica”. Poche parole, lapidarie, perfette. Non ha detto “appoggio Israele”. Ha semplicemente ricordato che un festival del cinema non è il cortile di una moschea né la sede di un sit-in di Amnesty International travestita da cineforum.

Oltre ottanta registi e attori, tra cui star come Javier Bardem e Tilda Swinton, hanno attaccato Wenders per obbligare tutti a ripetere il mantra del “genocidio israeliano” e trasformare ogni festival in un pulpito per la loro jihad culturale.

Arundhati Roy, la scrittrice indiana che ha fatto della causa palestinese il suo secondo romanzo d’appendice, ha annullato la partecipazione al festival di Berlino. Swinton ha ricevuto l’Orso d’Oro alla carriera lo scorso anno e ha espresso sostegno per il movimento BDS (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni) contro Israele. Il premio Oscar Bardem ha invece paragonato l’esercito israeliano ai nazisti.

“Non boicotterò Israele”, disse già nel 2009 Wenders. Invece Arundhati Roy nel 2021 firmò una dichiarazione pro Gaza. Ciò che era un po’ problematico nella dichiarazione è l’appoggio ai razzi lanciati da Hamas, così come dal Jihad islamico con base a Damasco. Secondo la dichiarazione di Roy, “i razzi sono lanciati come parte di una resistenza a un’occupazione illegale”. Razzi su civili israeliani uguale “resistenza”. Bombardamenti israeliani su Gaza dopo il 7 ottobre uguale “genocidio”. Logica impeccabile.

Per la verità, Arundhati Roy si schierò anche con la gloriosa “resistenza irachena”, a dua discolpa poco prima che il proletario giordano al Zarqawi si mettesse a tagliare teste.

In un discorso intitolato “Il potere pubblico nell’era dell’impero”, tenuto a San Francisco il 16 agosto 2004, Roy disse che “è assurdo condannare la resistenza all’occupazione statunitense in Iraq, come se fosse stata orchestrata dai terroristi. Dopotutto, se gli Stati Uniti fossero stati invasi e occupati, tutti coloro che hanno combattuto per liberarli sarebbero stati dei terroristi? La resistenza irachena sta combattendo in prima linea nella battaglia contro l’impero. E quindi quella battaglia è la nostra battaglia”.

Grazie a Wim Wenders, che ci ha ricordato che il cinema può ancora permettersi di non avere bandiere, il cielo sopra la Berlinale è meno infestato di apologeti dei tiranni.

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Autore
Il Foglio

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