Vivaldi e l’orfana di talento: con “Primavera” Michieletto torna al cinema
- Postato il 12 dicembre 2025
- Di Il Foglio
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Vivaldi e l’orfana di talento: con “Primavera” Michieletto torna al cinema
James Ballard – lo scrittore di “Crash”, “Il condominio”, “Un gioco da bambini”, per citare solo qualche titolo – spiega così la differenza tra il cinema e il teatro, oltre che la sua netta preferenza per i film proiettati su uno schermo. Con parole (quasi) sue: “Al cinema uno sgabello è uno sgabello, e basta. Invece a teatro uno sgabello sta sempre per qualcos’altro: un muretto, un trono, un cavallo di razza”. L’abbiamo citato molte volte, è raro che in poche parole qualcuno spieghi tanto bene la differenza tra schermo e palcoscenico. E’ tornata in mente guardando “Primavera”, il film diretto da Damiano Michieletto che uscirà nelle sale il 25 dicembre. Auguri, lo stesso giorno uscirà nelle sale “Buen Camino”, starring Checco Zalone che mancava dagli schermi da cinque anni. E “Avatar 3” di James Cameron non avrà ancora esaurito il suo potenziale.
“Primavera” è la Primavera di Antonio Vivaldi. E basta, però: il film su nascita, rinascita, morte gioca già abbastanza. Lo spunto viene dal romanzo di Tiziano Scarpa, veneziano, intitolato “Stabat Mater”: la protagoniste è Cecilia, orfana ormai sedicenne, lasciata quand’era in fasce nella ruota dell’Ospedale della Pietà. Altri neonati hanno cucita sulla veste qualcosa che potrebbe servire poi a rintracciarli, per esempio mezza immagine sacra. Cecilia ha soltanto una Rosa dei Venti, che fa pensare a un genitore marinaio. Nella Venezia che si affacciava al Settecento, peggio di un ago in un pagliaio.
Al Pio Ospedale della Pietà Antonio Vivaldi visse, e lavorò come maestro di violino, con l’incarico di comporre e eseguire concerti, dal 1703 a 1740. Le orfanelle – leggi: quelle che non se ne andavano a 15 anni per sposarsi con un partito si spera decente – restavano rinchiuse tra le mura. Cecilia scrive lettere alla madre che l’ha abbandonata, spera un giorno di ritrovarla. Intanto suona il violino nella piccola orchestra dell’Ospedale. Concerti aperti ai benefattori, e pure a un po’ di pubblico. Le ragazze suonano nascoste dietro una grata. Damiano Michieletto, con Ludovica Rampoldi come sceneggiatrice, ha preso spunto dal romanzo di Tiziano Scarpa. Cambiando in corso d’opera quel che era necessario. Da un film, per insistere con James Ballard, ci aspettiamo primi piani, realismo, movimenti, che un’opera lirica – pur strepitosa come il “Così fan tutte”
mozartiano appena visto alla Scala, con la regia di Robert Carsen – non può concedersi.
Cecilia è l’attrice Tecla Insolia, vista (per citare una produzione in costume) nella serie “L’arte della gioia” tratta dal romanzo di Goliarda Sapienza, e diretta da Valeria Golino. Brava e ancora brava, ha la fragilità e la cocciutaggine giuste. Diventa l’allieva prediletta del nuovo professore Don Antonio Vivaldi perché ha talento, ancora grezzo ma promettente. Ha anche un uomo che la chiede in moglie (Stefano Accorsi con la parrucca a ricciolini), a condizione naturalmente che smetta di suonare. La tentazione di uscire nel mondo è grande, e intanto ci sono le lusinghe – o meglio, pesanti avance – del giovane fruttivendolo.
Cecilia avrebbe scelto la musica, ma le orfane sono una fonte di reddito per chi le ha allevate e cresciute (i futuri mariti offrono denaro in cambio di fanciulle, e come vediamo nel film si vendicano crudelmente, se vengono respinti). Cercano di maritarla, la carriera musicale non consente a una fanciulla sola di mantenersi. Ma la libertà vera è un’altra cosa, da cercare in solitudine. Damiano Michieletto aveva già diretto per il cinema il “Gianni Schicchi” di Giacomo Puccini. A giudicare da “Primavera” il cinema gli piace, e molto. Servirebbe qualche taglio, però.
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