Venezuela, l’attacco “deciso” da Rubio: ora il deus ex machina della politica Usa in Sudamerica deve evitare l’occupazione militare

  • Postato il 7 gennaio 2026
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Viceroy of Venezuela”. Lo chiamano ormai così, Marco Rubio, dentro e fuori l’amministrazione USA. È titolo simbolico, che si aggiunge a quelli reali di cui l’ex senatore repubblicano già si fregia. Segretario di stato. Consigliere alla sicurezza nazionale. Responsabile degli archivi nazionali. È titolo che, a seconda di come evolverà l’assalto a Caracas, può decidere il futuro di uno dei politici americani più scaltri e camaleontici degli ultimi decenni.

Diverse ricostruzioni giornalistiche di queste ore, in particolare quella del Wall Street Journal, sottolineano come ci sia soprattutto Rubio dietro l’operazione che ha condotto alla cattura di Nicolás Maduro. Per Donald Trump, spiegano fonti dell’amministrazione, l’opzione preferita è sempre stata quella diplomatica, più in linea con l’America First e con quello che davvero interessa al tycoon: le risorse petrolifere venezuelane. Ancora a luglio, in una riunione nello Studio Ovale, Trump aveva respinto le pressanti richieste di intervento armato contro il Venezuela di Rubio. “Si fa come dico io”, aveva detto il presidente. “Come dico io” prevedeva: esilio per Maduro: governo di transizione a Caracas; entrata delle società USA nello sfruttamento del petrolio venezuelano.

Il piano non si è realizzato per due motivi. Da un lato Maduro, che a metà novembre si diceva disponibile ad aprirsi agli interessi delle major americane del petrolio, non ha mai accettato l’ipotesi dell’esilio. Dall’altro Rubio, appoggiato dal vice chief of staff Stephen Miller, ha continuato a martellare Trump con la tesi dell’inaffidabilità di Maduro: “Ha fatto cinque accordi con differenti amministrazioni USA, non ne ha rispettato uno”. L’opzione diplomatica deve essere comunque rimasta viva a lungo, se ancora a dicembre – come ha raccontato il senatore Lindsay Graham – l’amministrazione ha offerto a Maduro l’esilio in Turchia. Alla fine, sono stati comunque i “falchi” a prevalere. Maduro non se ne voleva andare. La concentrazione di truppe USA nei Caraibi era diventata massiccia. Trump non poteva rischiare di apparire debole, nei confronti di chi ha definito “dittatore” e “re del narcotraffico”.

“Falco” è termine più volte usato, e ha ragione, per Marco Rubio. Figlio di esuli cubani, neocon di formazione, il suo apprendistato politico si svolge a inizi Duemila, quando a dominare il campo repubblicano sono Paul Wolfowitz, Elliott Abrams e l’“esportazione della democrazia”. Rubio è espressione di quell’élite G.O.P. che ha avversato l’ascesa di Trump – che nel 2016 lui chiamò “un autocrate da Terzo Mondo” -, e che si è poi piegata ai suoi voleri. In questi mesi ha fatto del Dipartimento di Stato uno strumento docile della strategia di Trump, negando visti agli studenti stranieri pro-Palestina e stringendo patti con regimi autocratici dove deportare i migranti. La sua fissazione è però da sempre l’America Latina. Sin dal primo mandato Trump, Rubio si è detto favorevole a un intervento militare USA in Venezuela – e infatti Maduro lo ha etichettato come “il più pazzo dei pazzi”. E non ha mai nascosto che, per lui, il Venezuela è legato a Cuba, alla Colombia, a quella liberazione dell’America latina dai governi di sinistra che considera la missione di una vita. “Se fossi al governo all’Avana, mi preoccuperei”, ha detto un paio di giorni fa.

Alla fine, Rubio ha avuto quello che per anni ha cercato. L’attacco c’è stato, la caduta di Maduro c’è stata e lui è diventato il “viceroy of Venezuela”. La strada del trionfo è però lastricata di incognite. Una, in particolare. Il segretario di stato sa molto bene in quale immane avventura potrebbe trasformarsi un’occupazione militare del Venezuela – secondo le stime più prudenti, sarebbero necessari almeno 75 mila soldati. Per questo, nelle ultime ore, il falco si è trasformato in una colomba, enfatizzando gli strumenti della diplomazia, ammorbidendo i proclami trumpiani su “governare il Venezuela”. Rubio spera che l’embargo sul commercio di petrolio basti a piegare Caracas. Se non fosse così, se ci fosse davvero bisogno delle armi, si riproporrebbe una storia che lui, figlio dell’“esportazione della democrazia”, conosce molto bene. Quella dell’Iraq.

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