Venezuela, è iniziata la guerra per il potere. L’esercito guidato da Cabello teme le purghe della vicepresidente Rodríguez
- Postato il 11 gennaio 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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Lo smantellamento dell’Intelligence, costretta a svuotare in fretta e furia gli uffici dell’Helicoide. La presenza statunitense nella statale Pdvsa, dove decine di manager sono stati spazzati via in un colpo solo. E addirittura l’annuncio inatteso del rilascio di 400 prigionieri politici e ostaggi, esautorando il ministro dell’Interno Diosdado Cabello. A solo una settimana dalla cattura di Nicolás Maduro e della moglie Cilia Flores, la presidente ad Interim Delcy Rodríguez prova a smantellare in fretta e furia la spectre militare che da quasi tre decenni muove i fili della vita politica ed economica del Paese. La neo-presidente propone anche la stesura di una “legge volta a sensibilizzare” la popolazione civile “sull’importanza dell’incontro”. “Occorre guarire le ferite lasciate da anni di estremismo politico“, dice senza risparmiare né Maduro né la destra di María Corina Machado. Rodríguez chiude con il passato e vuol dare “un nuovo indirizzo politico al Paese”. Ma deve fare i conti con la ferra resistenza dello Stato profondo, guidato da Cabello, che non condivide la piega filoamericana del nuovo governo. “Ora vige la legge della giungla: si salvi chi può. Ciascuno tira acqua verso il proprio mulino”, ha detto dietro le quinte il ministro che fatica a nascondere il suo disagio verso la corrente Rodríguez.
Cabello, l’ostacolo dei Rodrìguez
Cabello non è disposto a cedere un millimetro del potere accumulato in quasi trent’anni: minaccia “guerra” agli Stati Uniti e prepara lo scisma nei confronti di Rodríguez. “Il Venezuela è in pace. E una delle ragioni fondamentali per cui la pace è garantita è il monopolio delle armi da parte delle forze armate”, ha affermato Cabello venerdì sera, in piazza O’Leary (Caracas), rivendicando la catena di comando a suo carico. “L’importante è che nessun ‘gruppo’ provi a destabilizzare il Paese”.
Al suo fianco i vertici del Controspionaggio militare e dell’Intelligence, nel mirino dell’amministrazione Rodríguez. Lo scisma è servito. E il primo scontro si consuma in queste ore intorno al maxi-rilascio dei prigionieri annunciato da Rodríguez, boicottato dagli agenti su ordine dei loro superiori. “Ora vedranno chi comanda”, assicurano negli ambienti del Dgcim, pronti a vendicarsi per la destituzione del direttore José Marcano Tabata.
Lo scontro pesa sui familiari di molti detenuti che hanno trascorso un’intera giornata davanti alle carceri: “Gli agenti dicono di non essere a conoscenza di eventuali scarcerazioni oppure dicono di non aver ricevuto il bollettino di scarcerazione”, riferisce il Comitato dei familiari. Alcuni di loro, presenti davanti al carcere El Rodeo I, denunciano la “strategia di disinformazione attuata dalle guardie carcerarie” che, venuta meno la presenza dei media, “si sono barricate dentro, senza dare più retta a nessuno”.
Il freno alle liberazioni è anche un modo di delegittimare i Rodríguez e dimostrare che il potere reale appartiene ai militari. Fonti diplomatiche qualificate parlano a Ilfattoquotidiano.it di uno “scontro a bassa intensità tra fazioni del chavismo” e la situazione “potrebbe degenerare prima o poi”.
Gli Usa tutor di Rodrìguez
Lo stesso Donald Trump è di nuovo sceso in campo in difesa dei Rodríguez, ritenendo saggia “la decisione di rilasciare i prigionieri politici” poiché aiuta a scongiurare “un secondo attacco” sul territorio venezuelano. E un paio di giorni fa ha rivolto una minaccia diretta a Cabello, dicendo che sarà lui “il prossimo target se non aiuta la presidente Rodríguez” a governare e soddisfare le richieste di Washington.
La Casa Bianca ha anche inviato l’incaricato di affari a Caracas e ambasciatore a Bogotà, John McNamara, insieme al pool di diplomatici pronti ad accelerare le scarcerazioni. Gli Usa riaprono anche la loro ambasciata nel Paese sudamericano. Il grande ritorno è stato anticipato dalla presenza di aeronavi statunitensi nella Guaira, tra cui un Hercules, un velivolo con targa N569AW Statte 69 appartenente al Dipartimento di Stato Usa. “Loro sono qui perché dobbiamo denunciare l’aggressione (del 3 gennaio, ndr) che va risolta attraverso le vie diplomatiche”, ha giustificato Rodríguez, senza però convincere più di tanto le opposizioni interne al chavismo, insospettite dall’alleanza con l’amministrazione Trump.
Forte della protezione Usa, Rodríguez prepara altri colpi contro i vertici militari: vaglia nuove destituzioni nelle Forze Armate e la possibile sostituzione di Cabello al Ministero dell’Interno. Al suo posto si ipotizza la presenza di un civile: l’ex-candidato presidenziale Enríque Márquez, recentemente rilasciato dall’Helicoide.
La rabbia nel partito
Tra le fila del Partito socialista unito del Venezuela crescono i sospetti di un tradimento consumato dalla stessa Rodríguez: “Come hanno fatto a portare via Maduro così in fretta? E perché nessuno ha reagito?”, chiede una militante durante un meeting organizzato dal partito. Il brusio si estende da Caracas ad Anzoategui, dove l’influencer della formazione di governo, Arturo Padilla, minaccia le opposizioni e gli Stati Uniti: “Non toccate il Venezuela. Qui c’è un popolo unito, perché con Maduro il popolo è al sicuro”. Il leader, ora sotto processo negli Usa, viene strumentalizzato contro Rodríguez.
Il Partito perde però quote clientelari all’interno della statale Pdvsa, dove la rimozione di manager locali viene seguita dalla presenza americana. È il caso di Martin Philipsen, volto della Chevron nel Paese nominato amministratore della petroliera PetroPiar. È il primo straniero al vertice di un’impresa mista di Pdvsa. In suo favore Rodríguez usa la carta Nicolás Maduro Guerra, figlio dell’ex presidente, che afferma: “L’indirizzo del governo è in piena continuità con il progetto di mio padre, Nicolás Maduro”. Ma neppure lui riesce a far venir meno le tensioni interne.
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