Venerdì 27 marzo scioperano scuola e giornalisti
- Postato il 27 marzo 2026
- Cittadini
- Di Quotidiano Piemontese
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TORINO – Venerdì 27 marzo si preannuncia una giornata di disagi e rivendicazioni in diversi settori chiave del Paese, con due scioperi nazionali – nella scuola e nell’informazione – accompagnati da agitazioni del trasporto pubblico a livello locale che non riguardano il Piemonte.
Nel comparto scolastico, lo sciopero è stato proclamato dal sindacato SISA con l’obiettivo di ottenere un aumento degli stipendi e un piano strutturale di assunzioni per il personale precario. L’adesione coinvolgerà l’intero sistema: docenti, dirigenti scolastici e personale ATA (assistenti tecnico-amministrativi). Una mobilitazione che punta a riportare al centro del dibattito pubblico il tema delle condizioni di lavoro nella scuola italiana, da tempo segnate da carichi crescenti e risorse ritenute insufficienti.
Parallelamente, si fermano anche i giornalisti su iniziativa della FNSI, impegnata in una vertenza per il rinnovo del contratto collettivo nazionale, scaduto ormai da dieci anni. Si tratta del secondo sciopero proclamato dal sindacato dopo quello dello scorso 28 novembre, con una terza giornata di mobilitazione già annunciata per il 16 aprile. La lunga attesa per il rinnovo contrattuale rappresenta uno dei nodi principali della protesta, insieme alle trasformazioni profonde che stanno attraversando il settore dell’informazione.
Il comunicato FNSI
Oggi le giornaliste e i giornalisti tornano a scioperare per il rinnovo del contratto di lavoro, scaduto da dieci anni, unica categoria di lavoratori dipendenti in Italia. Questa è la seconda giornata di sciopero di un pacchetto di cinque, la terza è già proclamata per il 16 aprile.
Avere un contratto rinnovato non è un privilegio. Essere pagati in modo dignitoso, dentro e fuori le redazioni, non è un privilegio. Lavorare senza precarietà permanente non è un privilegio. Fare informazione libera, professionale e indipendente, senza ricatti economici, è un diritto. Garantire condizioni dignitose per chi lavora, per chi entra nella professione e per chi ne esce è un obbligo. Assicurare un futuro all’informazione, bene comune tutelato dalla Costituzione, dall’articolo 21 intimamente connesso all’articolo 36, è un dovere sociale.
Gli editori, al contrario, preferiscono scaricare i costi del lavoro sulla collettività. I numeri parlano chiaro: tra il 2024 e il 2026 hanno ricevuto 162 milioni di euro di contributi pubblici per le copie cartacee vendute; nello stesso biennio altri 66 milioni per 1.012 prepensionamenti; tra il 2022 e il 2025 hanno risparmiato circa 154 milioni sull’acquisto della carta, tra il 2024 e il 2026 avranno altri 17,5 milioni per investimenti in tecnologie innovative.
Questi sono privilegi per pochissimi e per di più a carico di tutti gli italiani.
Dal 1° aprile 2016, scadenza dell’ultimo contratto, è cambiato tutto: carichi e ritmi di lavoro aumentati a dismisura, prestazioni su multipiattaforma, redazioni quasi fantasma. Le retribuzioni invece sono rimaste ferme, ulteriormente erose dall’inflazione o addirittura ridotte da forfettizzazioni selvagge.
Riconoscere la dignità del lavoro è il punto di partenza per un confronto serio. Invece viene descritto come un eccesso. È una narrazione sbagliata e pericolosa, che mina dalle fondamenta il lavoro e la qualità dell’informazione. Senza diritti e tutele, il giornalismo muore. E con esso la democrazia.
Questo sciopero non difende privilegi. Difende un principio semplice, un diritto: il nostro lavoro vale.
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