Ustioni non solo una lesione della pelle, il rischio della malattia sistemica

  • Postato il 3 febbraio 2026
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Ustioni non solo una lesione della pelle, il rischio della malattia sistemica

MILANO (ITALPRESS) – Le ustioni sono una delle forme di trauma più gravi e complesse: non comportano solo una lesione della pelle, ma possono compromettere l’equilibrio dell’intero organismo. Si verificano quando i tessuti vengono esposti a fonti di calore, sostanze chimiche, elettricità o radiazioni, causando lesioni di diversa profondità ed estensione: la pelle è la prima difesa del corpo e svolge funzioni essenziali di protezione, termoregolazione e barriera contro le infezioni. Quando viene colpita da un’ustione queste funzioni si alterano o si perdono, aprendo la strada a complicanze locali e generali: nelle forme più gravi l’ustione diventa una vera e propria malattia sistemica, con una risposta infiammatoria generalizzata, possibili problemi respiratori e un grande rischio infettivo. Secondo i dati dei registri sanitari, ogni anno in Italia si contano circa 4mila ricoveri per ustioni: sono invece circa 100mila le persone che riportano ustioni meno preoccupanti, ma che comunque richiedono trattamenti medici.

“Quando il mantello cutaneo subisce una lesione anche altri organi che non sembrerebbero colpiti subiscono una lesione grave: questo si spiega con il fatto che esistono una serie di problematiche legate alla permeabilità dei vasi”, ha dichiarato Franz Wilhelm Baruffaldi Preis, direttore del Centro ustioni dell’ospedale Niguarda di Milano, intervistato da Marco Klinger per Medicina Top, format tv dell’agenzia di stampa Italpress.

I primi organi a soffrire, spiega Baruffaldi Preis, “sono i polmoni, perché viene alterata la permeabilità del circolo polmonare e si riempiono d’acqua; poi c’è il sottocute, laddove anche questo spazio viene riempito da diversi liquidi; si passa quindi ai reni, che vengono interessati dalla lesione; si arriva pure all’intestino, per il quale c’è una maggiore permeabilità ai microrganismi che ne fanno parte, e da lì inizia a propagarsi l’infezione. Esiste poi una sindrome che se non viene curata è addirittura letale: è la sindrome epatorenale, che si verifica quando dal rene la patologia passa al fegato e tutti i metabolismi vengono colpiti. Quando c’è un’ustione i problemi non sono solo legati al calore: lo vediamo ad esempio nei ragazzi coinvolti a Crans-Montana, che hanno subito anche un’inalazione molto importante di veleni che hanno distrutto parte del polmone; essendo giovani avranno probabilmente la possibilità di rigenerare parte del polmone, ma quelli distrutti non verranno più raggiunti dalla vascolarizzazione e dall’ossigeno. La risposta infiammatoria è importantissima per le condizioni del paziente: la prima cosa che vediamo è come cambia la permeabilità a livello alveolare, ci vogliono 24-48 ore per riprendersi; l’infiammazione può essere protettiva nei riguardi dell’organismo, ma a lungo andare il paziente ustionato diventa immunodepresso e questo lo porta a rischio rispetto alla reattività agli stimoli microbiologici cui va incontro”.

Un ruolo importante lo gioca la Banca dei tessuti del Niguarda: essa, racconta il direttore del Centro ustioni, “sfrutta il fatto che ci sono donatori, ovviamente purtroppo deceduti, che hanno lasciato anche la loro cute: questa, quando c’è una donazione, viene prelevata come ultimo organo e sottoposta a un ciclo del freddo che permette di conservarla nelle banche: la nostra è l’unica banca di questo tipo presente nel nord Italia, la cute viene poi resa disponibile in sala operatoria quando il paziente deve essere ‘ricostruito’. Se non c’è una Banca dei tessuti per conservarla ci sono dei sostituti dermici che, per un paio di settimane, ci consentono di coprire e riparare i pazienti ustionati, in attesa che siano rioperabili con pelle loro: in questo momento ci sono diversi laboratori che hanno ripreso una vecchia ricerca sulle culture di cheratinociti”.

A quindici giorni da una grande ustione, aggiunge Baruffaldi Preis, “avviene che gli innesti della banca vengono rigettati, quindi bisogna ripararli: per fare ciò abbiamo sostituti dermici, che hanno la possibilità di creare un neo-derma su cui poi far crescere la cute prelevata dal paziente. Ci sono sistemi che permettono di espandere la cute prelevata addirittura ingrandendola a rete; ci sono poi tecniche come la Mic, che consiste nel fare una rete e mettere dei piccoli coriandoli della cute nel paziente in mezzo a questa rete, la quale poi si espande. A volte le cicatrici da ustioni sono molto rigide: quando si sottopongono all’ipofilli, non solamente per un problema volumetrico ma per la capacità di rigenerare che ha il tessuto adiposo, registriamo miglioramenti importanti”.

Il direttore del Centro ustioni si sofferma poi sul cambio di paradigma nell’affrontare la problematica: “Una volta il tessuto necrotico veniva tolto subito, facendo interventi chirurgici molto impegnativi e con ingenti sanguinamenti del paziente: è stata una sorpresa trovare una sostanza a base di bromelina, chiamata Nexobrid, che se viene messa sulla cute del paziente ustionato riesce a differenziare i tessuti necrotici da quelli vitali e nelle quattro ore in cui viene applicata rispetta i tessuti sani; questo ci permette di evitare al paziente un grosso trauma e avere una ricostruzione lineare. Oggi tutte le medicazioni vengono fatte in sedazione, così il paziente non soffre più: inoltre abbiamo il culto di tenere i pazienti su letti a flussi così da evitare decubiti, perdita di liquidi o medicazioni che restano umide per molto tempo”.

Baruffaldi Preis conclude con una riflessione sugli avvenimenti di Crans-Montana e sugli effetti che hanno avuto sul personale medico: “Ho visto nei miei colleghi una grande solidarietà: è molto importante avere un centro dove ci siano non solo chirurghi plastici ma anche un servizio di fisioterapia, psicologia e psichiatria che prenda in considerazione non solo i pazienti ma pure i loro parenti e i sanitari, i quali sono esposti al rischio di andare in burnout. Per la guarigione dalla lesione cutanea ci vogliono un paio di mesi, mentre per la riabilitazione ci vogliono anni: la guarigione psicologica è invece un punto di domanda, perché non sempre avviene”. 

– Foto tratta da Medicina Top –
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