Urlare da sola davanti a un muro o scegliere la via dell’insulto?

  • Postato il 12 dicembre 2025
  • Di Il Foglio
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Urlare da sola davanti a un muro o scegliere la via dell’insulto?

A un certo punto della mattina credevo di essere in casa da sola. Figli a scuola o all’università, avevo appena chiuso una riunione su Zoom in cui ho sorriso, annuito e salutato, deciso qualcosa, scritto qualcosa, bevuto un caffè, sorriso di nuovo. I gatti appollaiati nei loro anfratti, il cane comunque sordo. Ho pensato: è il momento. Anzi non ho pensato niente, ho urlato e basta. Non perché fossi inciampata in una pantofola lasciata in giro, non perché fossi entrata in camera di mia figlia e si fosse aperto il buco nero spazio temporale dei vestiti ammonticchiati, non perché il gatto avesse rovesciato sul pavimento della cucina una pianta con tutta la terra e io avessi calpestato tutta la terra a piedi nudi, ma solo perché avevo voglia di urlare. Ma urlare non basta, direte voi esperti, bisogna urlare contro qualcuno e qualcosa. Avete perfettamente ragione, infatti io ho urlato cose molto precise, nitide, ho fatto nomi e cognomi, e ai nomi e cognomi ho affiancato gli epiteti che questi nomi e cognomi a parer mio si sono guadagnati con i loro comportamenti, con la loro maleducazione, con il loro tentativo continuo di sopraffazione.

 

Ah che bella sensazione quella della voce che cambia, si gonfia, si spalanca: forse ho capito come si sentiva Pavarotti sul palco. Che bello indugiare sulle vocali, farle durare a lungo, e accompagnare la voce con i gesti. Nemmeno per un momento mi sono sentita in imbarazzo, anche se spero che il vicino di casa, quello del muro adiacente al mio, fosse al lavoro e non a casa malato. Ma anche se mi avesse sentito? Se mi avesse riconosciuto? Che vuole quello spocchioso che saluta a fatica e neanche mi ringrazia della mia luminosa esistenza? Anzi, un bell’urlo anche per lui e per come chiude male l’ascensore. Che liberazione, spocchioso ascensore.

 

Il cane è sordo, sì, ma fino a un certo punto, quindi dopo lo show delle urla è arrivato da me trotterellando con le orecchie basse, ovviamente convinto di avere fatto qualcosa di male. Ma no Fix, tu non c’entri, anzi direi che a questo mondo c’entrano tutti tranne te. I gatti, come è ovvio, neanche una piega: li amo anche per questo, per il loro aristocratico senso del contesto. Sapevano che dovevo sfogarmi senza compromettermi.

 

A quel punto potevo anche prepararmi per la riunione successiva: faccia imperturbabile, capelli insomma, una buona disposizione verso il mondo, una finzione di allegria e benevolenza. Un ultimo caffè. Ero davanti ai fornelli, preparavo la moka, ancora con questo piacevole formicolio nel corpo dato dalle urla (certo, rischia di diventare una droga) e sento una presenza, come un soffio, come lo spirito del Natale che viene a dirmi: guarda che sei peggio di Scrooge, adesso ti porto nel mondo dei morti, ti faccio vedere la tua tomba di urlatrice solitaria, e allora mi giro pronta a inginocchiarmi e chiedere perdono (vigliacca). Non è lo spirito del Natale, ma mia figlia, in pigiama, scarmigliata, assonnata, che si strofina un occhio e dice: “Ammazza fratè, je hai sbroccato greve”. Dormiva, non ha sentito la sveglia, non è andata a lezione, ma in compenso ha sentito le mie urla e si è alzata.

 

Dovrei più arrabbiarmi per l’università o più vergognarmi per questa rivelazione sulla madre? Le confesso subito, abbassando gli occhi, che stavo urlando da sola davanti al muro. L’ho delusa anche stavolta: “Pensavo che fossi al telefono con qualcuno e lo stessi insultando”. Quindi avrei fatto bene? “Avoja mamma, avresti fatto benissimo”.

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Autore
Il Foglio

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