“Una vita da romanzo. E non è finita”. Il racconto di Ciccio Cordova

  • Postato il 31 gennaio 2026
  • Di Il Foglio
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“Una vita da romanzo. E non è finita”. Il racconto di Ciccio Cordova

La mia carriera inizia per strada, a Napoli, fra i vicoli del rione Materdei. Il calcio è stata l’unica passione a cui sono rimasto fedele tutta la vita. Mi ha stregato, come una donna a cui devi cedere per sempre. Calcisticamente sono nato imparato. Ero Ciccio Cordova già da bambino. Nessuno mi ha insegnato niente. Mi sono limitato ad assecondare il talento che il destino mi aveva misteriosamente assegnato in dote”. Franco Cordova, detto Ciccio, a 81 anni ha ancora cucito addosso l’aplomb di un predestinato, che sapeva dare del tu non solo a un pallone, ma anche a una vita discussa e discutibile, mai banale.

 

 

“A vent’anni ho esordito in Serie A con il Catania. A 21 sono passato nell’Inter di Helenio Herrera. Tutto troppo di corsa. Non capivo dove ero e che cosa significava far parte di una squadra leggendaria e avere accanto fuoriclasse del calibro di Mariolino Corso, Sandro Mazzola, Luis Suarez e Joaquin Peirò. Mi piaceva far tardi la sera e non ero mai solo. Con le donne non è mai stato difficile. Per uno che quattro anni prima ancora giocava per strada, era impossibile resistere. Peggio di Ulisse di fronte alle sirene! Facevo fatica a pensare che il calcio fosse, oltre che passione e divertimento, anche una cosa seria. Le mie notti erano lunghe, ma, donne a parte, smentisco tutti gli altri peccati che mi hanno cortesemente rifilato. Non mi sono mai né ubriacato né drogato. Fatto sta che mi sono perso e ho perso l’Inter. Herrera, da principio entusiasta, ben presto si spazientì e si liberò di me spedendomi in quattro e quattr’otto a Brescia”. Altro giro, altra corsa. Da Brescia la catapultano a Roma. La prima sponda del Tevere è giallorossa e sul letto del fiume l’aspetta il redivivo Helenio Herrera… “A Roma mi libero di tutta la nebbia immagazzinata per tre anni e mi innamoro di Simona”. Non una Simona qualsiasi, visto che di cognome faceva Marchini ed era la figlia di Alvaro, il presidente della Roma…

 

 

“Un presidente sui generis perché era un comunista doc nella città sbagliata, dove imperavano il Papa, Giulio Andreotti e la Dc romana. Quando Marchini fu sostituito da Franco Evangelisti, pagai la mia acquisita parentela. Prima provarono a mettermi fuori squadra. Poi, dopo essere stato il protagonista della grande rimonta della Roma targata Nils Liedholm, capace di risalire dal penultimo al terzo posto, aspettarono l’anno dopo per farmi fuori. Mi cedettero furbescamente al Verona, dove sapevano benissimo che non sarei mai andato e, non per mia scelta, approdai sulla sponda della Lazio, dove restai per tre stagioni senza saltare una partita. Quello con Simona è stato un grande amore. Io non mi sono mai fermato agli stereotipi delle bellezze da copertina. Io cercavo di più e l’avevo trovato”. Un grande amore che si arenò per un tradimento… “È facile giudicare guardando da fuori. Simona aveva già una bambina sua, ma noi volevamo un figlio nostro. Ne abbiamo persi quattro al quinto mese. Andammo tutti e due letteralmente fuori di testa e tutto naufragò nella tristezza del rimpianto”. Herrera non era più quello dell’Inter, si era romanizzato e anche lui stava vivendo, in parallelo, la sua storia d’amore con Flora Gandolfi… “Non c’era solo l’inciampo dei sentimenti. Quella era solo una Rometta, anche se vincemmo una Coppa Italia e l’anno dopo fummo eliminati in Coppa Uefa dal Górnik solo per il golden gol messo a segno da una monetina. Ricordo quegli attimi come fosse ieri. Ero al centro del campo con Herrera e Peirò, che era sicuro che uscisse testa. Herrera lo zittì e impose croce. Fu testa ed eliminazione e noi fummo tentati per un attimo di prenderlo a pedate”.

 

 

Ci fu poi la tragedia di Giuliano Taccola…“Quello che accadde faccio ancora fatica a perdonarlo. Giuliano ed io eravamo inseparabili. Stava in stanza con me, a Cagliari, quell’ultima notte. Io ero squalificato, lui stava male e non era disponibile per quella partita. Herrera pretese che ci allenassimo alle 9 di mattina sul lungomare, in vista della sfida di Coppa Italia con il Brescia, il mercoledì successivo. Giuliano era pallido, con la barba lunga, faticava a muoversi, visibilmente a pezzi. Lo costrinsi a farsi la barba e a scendere nella sala ristorante per mangiare qualcosa. Ho dentro ancora le urla disperate che fecero tremare i muri degli spogliatoi, Taccola a terra con Alberto Ginulfi che, chino su di lui, gli praticava la respirazione bocca a bocca. L’Amsicora era al centro della città, l’ambulanza ci mise una vita a farsi strada fra la folla che tornava a casa. Prima che ripartisse a tutta velocità verso l’ospedale, facemmo in tempo a vedere e a sentire fuoriuscire l’onda d’aria immessa da Ginulfi. In quell’istante pensammo che fosse salvo e andammo all’aeroporto per tornare a Roma. Stavamo per salire a bordo quando il mister fu raggiunto da una telefonata del presidente del Cagliari Andrea Arrica che lo mise al corrente della terribile verità. Herrera si limitò a dirci con la sua proverbiale cantilena italo-spagnola, in questa specifica circostanza assolutamente insopportabile: “Taccola morto, ma noi dobbiamo tornare a Roma perché mercoledì abbiamo una partita da vincere a Brescia.” Quella partita per cui aveva costretto Giuliano ad allenarsi alle 9 di mattina, su un lungomare squassato da un vento gelido. Ci ammutinammo in tre: io, Vito D’Amato e Paolo Sirena. Gli dicemmo a brutto muso: “A Roma ci andate voi, noi corriamo a salutare il nostro compagno e restiamo con lui”.

 

 

In molti non le hanno mai perdonato i tre anni trascorsi con indosso la maglia biancoceleste. Eppure lei, in fondo al cuore, era rimasto romanista? “Dino Viola avrebbe voluto riprendermi, come primo atto della sua gestione, ma fu letteralmente travolto dalla campagna d’odio contro il traditore, orchestrata dal Tifone, il giornale distribuito allo stadio ogni domenica e conclusi la mia carriera professionistica all’Avellino di Antonio Sibilia. Sì, sono romanista e tifare per la Roma è l’unica cosa che mi lega ancora al calcio. A parte mio figlio Francesco che gioca nella Fidelis Andria. Lui, però, non è da Serie D. È più forte di me e con la tecnica che ha potrebbe spopolare in Serie A, ma i giovani come lui pagano sulla loro pelle gli effetti sciagurati di un sistema perverso. Ai miei tempi si poteva passare dalle porte improvvisate dei vicoli di Napoli alla Serie A, quasi senza accorgersene. Non c’erano i procuratori, non c’erano trafile deviate. Francesco avrebbe bisogno di una grande ribalta. Altro che Serie D, un bordellone dove spopolano i reduci dalla Serie C!”. Ha un figlio di 19 anni e una figlia, Roberta, pallavolista di 14. Gioie che la vita le ha regalato in età matura. Ne deduco che non si è fermato al grande amore con Simona Marchini… “Io ero, e peraltro sono ancora, uno che non si accontenta della routine e, ogni volta che l’incanto svaniva, sono sempre andato via. Sentimentalmente la mia è una storia infinita e ancora senza fine. Grandi storie, flirt, attimi fuggenti. Non mi sono fatto mancare nulla. Nomi? Simona è stato l’amore, Marisa Laurito l’allegria, Irene Ghergo la bellezza a 360 gradi”. Non si è fermato neppure alla giovane madre dei suoi figli... “Vive qui con noi, ma non è più la mia compagna”. Finalmente single? “No, c’è un’altra donna. Senza donne non voglio imparare a vivere e in qualche modo sono rimasto affezionato a tutte”. Rimpianti? Sogni? “In Nazionale ho giocato solo due partite, una con la Polonia e l’altra con la Finlandia. Dopo la prima, Gianni Brera scrisse che finalmente era stato trovato il regista che mancava, ma finì subito. La Nazionale era, e in parte resta, la Nazionale del Nord. Juventus, Milan, Inter e solo briciole alle altre. Io giocavo nella Rometta e c’era ben poco da ambire. Quanto ai sogni, li vivo tutti all’incontrario. Vorrei tornare indietro di settant’anni e ricominciare tutto da capo. La mia vita è stato un grande film e non butterei a mare neppure un fotogramma. Ripeterei tutto, compresi gli errori”. Comprese le donne, giuste e sbagliate? “Le donne sono tutte giuste se le hai amate. E io, a modo mio, le ho amate tutte. Anche se il calcio rimane la donna più irresistibile e indimenticabile che ho mai incontrato”.

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Il Foglio

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