Un nuovo film racconta in maniera cinica il mercato dell’arte contemporanea
- Postato il 10 febbraio 2026
- Cinema & Tv
- Di Artribune
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The Gallerist arriva al Sundance 2026 come l’ennesimo specchio deformante puntato contro il sistema dell’arte contemporanea, ma lo fa con un sorriso appena storto, meno brutale di The Square e meno compiaciutamente grottesco di Velvet Buzzsaw. Cathy Yan, che torna al festival dopo 8 anni, sembra interessata non tanto a demolire il mondo delle gallerie, quanto a mostrare la sua febbrile superficialità dall’interno, attraverso lo sguardo di chi ne è prigioniero.
Cosa racconta “The Gallerist”
Polina Polinski, interpretata da una Natalie Portman (attrice amatissima per Il cigno nero) fredda, nervosa e affilata come vetro, è una gallerista sull’orlo del precipizio: un’Art Basel Miami da preparare, conti che non tornano, relazioni da coltivare come orchidee rare e capricciose. Yan costruisce attorno a lei un ecosistema di vanità, ansia e performatività, dove l’arte è meno un’esperienza estetica che una valuta emotiva e sociale. L’arrivo dell’influencer Dalton Hardberry (uno Zach Galifianakis perfettamente calibrato tra l’assurdo e il patetico) fa scattare il meccanismo della farsa: basta uno sguardo, un post, una parola pronunciata al momento giusto, e il destino di un’artista può cambiare.
Spartiacque tra arte e mercato in “The Gallerist”
L’artista in questione, Stella Burgess (Da’Vine Joy Randolph), è il cuore pulsante – e al tempo stesso il punto debole – del film. La sua opera è grezza, vulnerabile, quasi dolorosamente sincera, e Yan la mette in contrasto con l’isteria mercantile di Polina. Qui emerge il tema più interessante di The Gallerist: la frizione tra creazione e commercio, tra autenticità e spettacolo. Stella vorrebbe restare fedele alla propria voce, ma il sistema attorno a lei la ingloba, la traveste, la trasforma in brand. È una dinamica che Yan conosce bene, e che sembra riecheggiare, senza mai dirlo esplicitamente, le tensioni della sua esperienza con Hollywood e l’universo DC.
Una satira che arretra: il cadavere come metafora (troppo) comoda
Eppure, proprio quando il film potrebbe affondare il colpo, si ritrae. Yan preferisce restare in superficie, divertita dalle proprie stesse frecciatine: il cadavere da vendere ad Art Basel diventa un simbolo fin troppo letterale di un’industria già morta dentro, ma anche un espediente narrativo che non riesce a diventare davvero incisivo. Il finale, con il monologo di Stella, tenta di conferire gravitas a un racconto che fino a quel momento è stato leggero, quasi etereo, ma arriva come un’aggiunta posticcia, più programmatica che necessaria.
“The Gallerist”: un’occasione mancata tra talento, tempismo e sistema?
Natalie Portman tiene insieme il film con la sua performance controllata, ma The Gallerist soffre di un problema di focus: Polina è interessante come archetipo, meno come personaggio, mentre Stella – che avrebbe potuto essere il vero centro emotivo – resta ai margini. Randolph meriterebbe uno spazio più ampio, più complesso, più doloroso. C’è anche un tempismo sfortunato: programmato subito dopo I Want Your Sex di Gregg Araki, ambientato nello stesso identico milieu di gallerie d’avanguardia in crisi, The Gallerist finisce per sembrare meno urgente, meno audace. Resta un film piacevole, spesso divertente, capace di offrire spunti sul dominio maschile nel sistema dell’arte e sulla fragilità dell’autostima femminile in un mercato che premia la spettacolarizzazione.
Margherita Bordino
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