Tutti i futuri possibili per le opere d’arte nell’epoca dell’acronia
- Postato il 3 febbraio 2026
- Arti Visive
- Di Artribune
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“Tutte le ere dell’albergo erano commiste, ora; tutte tranne l’attuale, l’Era Torrance. E quanto prima anche questa si sarebbe mescolata alle altre. Ma bene, perbacco. Benissimo” (Stephen King, Shining [1977], Bompiani, Milano 2015, p. 456).
Se l’acronia rappresenta l’articolazione estrema e il risultato finale di una nostalgia iper-stratificata e ri-avvolta su se stessa, e al tempo stesso come l’implosione della nostalgia, la liberazione di un’intera cultura dallo sguardo rivolto passivamente verso una versione idealizzata e ‘bonificata’ del passato – un simulacro del passato – come è fatto il tempo nuovo che si genera a questo punto?
Che cos’è l’acronia
È un tempo innanzitutto sospeso, non lineare, in cui le differenti dimensioni non sono più rigidamente separate ma coesistono e si intrecciano; non è poi un tempo consumabile, ma si configura come un’esperienza attiva; funziona inoltre come una sorta di campo gravitazionale in cui l’opera d’arte può attrarre spettatori ricettivi e metterli in crisi. Ciò che, evidentemente, l’arte androidizzata non può e non vuole fare – intrappolata, incastrata com’è in un tempo unidimensionale e monodirezionale, nel consumo passivo e nell’intrattenimento (nostalgico).
L’arte ‘come eccedenza’ (l’abbiamo definita così, infatti, in opposizione all’arte androidizzata) è capace di creare buchi di tempo sospeso, acronico, all’interno di un tessuto globale che è già – quasi del tutto – androidizzato.
L’arte come eccedenza
Essa cerca attivamente la relazione, intesa come apertura ma anche come rischio potenziale. L’arte, dunque, nel presente e nell’immediato futuro, ha la possibilità concreta di essere non più un ‘oggetto da fruire’ (e da consumare velocemente), ma un vero e proprio campo gravitazionale temporale; e gli artisti possono diventare ponti tra mondi, astronauti del tempo in grado di costruire le loro opere come corridoi di sospensione tra passato e futuro – che gli spettatori, a loro volta, possono non solo attraversare e abitare, ma co-creare.
Fantascienza? Non proprio, o quel tanto che basta (dal momento che ogni fantascienza che si rispetti, e che funzioni a dovere, è sempre una forma di narrazione realistica).
Ogni opera è infatti – che ne sia consapevole o meno – un nodo temporale: alcuni nodi (androidi) sono levigati, seducenti, immediati, coinvolgenti, socialmente accettabili, ma senza profondità; altri sono buchi di tempo sospeso (in cui il passato e il futuro si deformano, coesistono) e in quanto tali richiedono attenzione, silenzio, (pre)disposizione al rischio emotivo e cognitivo. L’arte come eccedenza è pericolosa.
Il pubblico, sempre in procinto di smettere di essere tale, fluttua tra queste due tipologie di nodi: chi si ferma, si stratifica nel tempo acronico: chi corre, invece, diventa parte integrante del tessuto androidizzato. In questo senso, tempo sospeso dell’acronia è una condizione dell’esistenza, dello stare-al-mondo: chi entra in un’opera del genere infatti non “guarda” nulla, non è spettatore di nulla, ma co-esiste con un frammento di realtà possibile, del quale condivide spazio e tempo.
Arte e sistema dell’arte
Perciò, il sistema dell’arte contemporanea globale può essere immaginato a sua volta come un grande campo magnetico, e al tempo stesso la zona di un vasto conflitto culturale e concettuale (tra arte androidizzata, largamente diffusa e maggioritaria, e arte come eccedenza, racchiusa in singoli nodi di resistenza del tutto marginali e liminali al momento). In quest’area, il pubblico dell’arte androidizzata non riesce a leggere, a decifrare e a interpretare i territori in cui opera l’arte come eccedenza, territori in cui si creano fratture temporali, corridoi fatti apposta per chi vuole e sa vivere l’esperienza radicale del presente- futuro, e opere come dispositivi che consentono di abitare questo tempo sospeso.
Così, nel campo magnetico globale dell’arte, i nodi androidi esercitano la massima attrattiva, dovuta alla loro capacità di intrattenimento e di prevedibilità; i buchi di tempo sospeso (acronia) sono pressoché invisibili, rischiosi, radicali, ma aperti; alcune linee di forza e di comunicazione collegano queste due possibilità, permettendo l’oscillazione tra consumo ed esperienza, tra superficie e profondità.
I futuri possibili dell’opera d’arte
Uno dei futuri possibili dell’arte consiste dunque nell’opera come campo da abitare e come tempo da co-creare.
“Hai sempre saputo“, proseguì Tony sempre in Shining. “Sei sprofondato in te stesso, in un luogo dove niente può penetrare. Qui siamo soli per un po’, Danny. Questo è un Overlook dove nessuno potrà mai venire. Gli orologi non funzionano, qui. Non c’è chiave che gli si adatti e non potranno mai essere caricati. Le porte non sono mai state aperte e nessuno ha mai soggiornato nelle camere. Però non puoi restarci a lungo, perché sta arrivando’” (ivi, p. 553).
Christian Caliandro
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L’articolo "Tutti i futuri possibili per le opere d’arte nell’epoca dell’acronia " è apparso per la prima volta su Artribune®.