Tutte le debolezze dei “bloccatori” di riforme. L’antidoto (liberale) di Sterpa

  • Postato il 11 gennaio 2026
  • Politica
  • Di Formiche
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Da molti anni “fermare le riforme” è diventata una attività da professionisti, una fortunata professione sintetizzabile come “bloccatori di riforme”.

L’importante è fermarli, chiunque siano i riformatori e qualunque cosa facciano. Vengano da destra o da sinistra, come nei videogiochi degli anni Ottanta che simulavano l’arrivo degli alieni: occorre colpirli e tirarli giù.

A parole certo, ma a volte per qualche folle purtroppo anche con le armi vere e proprie. Siamo un Paese che annovera riforme morte, ma siamo anche un Paese dove i riformatori, in particolare gli studiosi, sono stati uccisi per le strade e negli Atenei.

Per fortuna la lotta fisica è ormai da tutti condannata e quasi del tutto consegnata alla storia, anche se tardi e non del tutto; altrettanto fortunatamente, la lotta culturale invece è attiva nella sana dialettica del mercato delle idee nel quale non serve nessuna “caccia alle streghe antiriformiste” (come direbbe Gianfranco Pasquino) ma qualche riflessione che generi confronto, magari un po’ di conforto per chi intende riformare e una dose di sano sconforto per chi si oppone.

Chi si oppone ad una riforma – per l’appunto – può avere due macro-argomentazioni: la modifica non è adeguata per la comunità oppure la modifica non è adeguata solo per gli interessi del “bloccatore”.

Sono due cose distinte: nessun frate amanuense di Fonte Avellana avrebbe mai votato a favore in un ipotetico referendum sull’introduzione della stampa a caratteri mobili, ma quella novità ha cambiato in meglio il mondo per tutti.

Ha creato progresso e libertà per gli individui e le comunità politiche, anche se ha reso disoccupati gli amanuensi.

Egualmente, quando abbiamo posto le costituzioni, diviso il potere e garantito i diritti, l’abbiamo fatto anche senza il consenso dei capi delle monarchie assolute che, quando non sono stati addirittura giustiziati, hanno accettato l’affermazione della libertà dei moderni.

E così via con una serie infinita di esempi.

Questo per dire che ogni tentativo di bloccare una riforma viaggia su un crinale tra “difesa dell’esistente” incluse rendite di posizioni e ruoli di potere da un lato e “miglioramento del vivere comune” fondato su nuovi rapporti sociali e istituzionali dall’altro, senza che ciò significhi che ogni riforma vada bene di per sé.

Secondo elemento di analisi: alcune riforme emergono dalla società ossia sono “spontanee” (come la stampa) ed emergono dalle logiche private (che non sono negative) attraverso il mercato e le relazioni sociali, altre invece sono frutto di una scelta politica e giuridica e sono inverate dalle istituzioni (come il costituzionalismo). Si tratta di una divisione mai del tutto netta perché spesso l’innovazione sociale (si pensi all’IA) chiama in causa il diritto e le istituzioni.

È in questo scenario che emerge la figura del “bloccatore di riforme” dotato di striscione, post social, articolo o libro che sia.

È un tipo che può aver assunto una certa autorevolezza in parti del mondo civile e politico e magari negli ultimi anni ha anche ricoperto ruoli importanti a conferma che quel sistema di regole che si intende superare lo ha premiato e per riconoscenza ora lui lo difende.

La sua figura si scaglia nel cielo dell’etica istituzionale con la fulgida forza del linguaggio colto tra una iperbole adattata e la citazione di un brocardo con tratti apocalittici e moraleggianti.

Riforma dopo riforma, lancia in resta, scende nel mercato delle idee ma che fare quando i cambiamenti in atto sono tanti e su tanti fronti? Qui si riconosce la distinzione tra il vero “bloccatore” e il semplice “conservatore”; il primo si oppone a tutto a prescindere, anche entrando in contraddizione con sé stesso, trattando in modo simile casi diversi e in modo uguale cose distinte e non accostabili.

La polarizzazione contemporanea lo esalta e gli permette di rilanciare “bel altre riforme e di ben altra portata” di cui ogni “bloccatore” tratteggia contenuti del tutto diversi.

Conosco “bloccatori” che riescono ad essere contrari a tutte le riforme poste in essere dalla maggioranza di governo dell’attuale legislatura: dalla riforma della Corte dei Conti, alla cancellazione dell’abuso d’ufficio fino al “regionalismo differenziato”, dal “premierato” alla riforma della giustizia fino addirittura a quella di Roma Capitale.

Ne conosco altri che hanno detto “no” a tutte le riforme costituzionali, da chiunque poste in piedi, dal 2001 ad oggi. Ho parlato con colleghi e studiosi che hanno denunciato l’“attacco alla Costituzione” per tutte le proposte di modifica del suo testo negli ultimi decenni e altri aver ritenuto incostituzionali leggi approvate dal Parlamento, promulgate dal Presidente della Repubblica e mai toccate dalla Corte costituzionale.

Se non fosse un tema di diritto (e invece lo è), senza dubbio è quantomeno una questione di statistica: prima ancora del merito delle riforme, possibile che il meglio per la comunità di cui fanno parte i “bloccatori” coincida sempre con la difesa dello status quo proprio come valeva per il monarca assoluto e l’amanuense?

Oltre il paradosso statistico, poi, come si giustifica la contraddizione italiana per cui quelli che si definiscono conservatori – ora al governo – sono di fatto i più riformatori mentre i progressisti all’opposizione ingrossano le fila dei “bloccatori”?

Per Giuseppe Prezzoliniil conservatore non deve confondersi con il reazionario” e proporre una “crescita delicata” senza strappi che innovi in quell’incessante divenire della realtà.

Se però a destra si recupera Prezzolini, parallelamente a sinistra si abbandona il riformismo (come sulla stampa molte firme autorevoli da tempo evidenziano), salvo qualche importante eccezione come quelle poste in essere da Stefano Ceccanti, Libertà eguale e altri a favore della riforma del CSM o sul “premierato”.

Illuminante guardare l’attività dei comitati per il No alla riforma costituzionale che giudicheremo a marzo: la nota vicenda dei manifesti che prospettano (con un errore giuridico macroscopico) il voto a favore della riforma come una soggezione dei giudici alla politica o chi scrive “Impunità per i potenti? No, grazie! W la Costituzione”.

Echeggia quello che in altra sede ho definito il “protocollo a difesa della Repubblica” che unisce mondi diversi che usano la Costituzione come strumento di lotta politica ed elettorale (delegittimandola) per bloccare riforme invece utili finanche alla Costituzione stessa.

Inviti a “salvare la Costituzione” affiancano la superflua raccolta firme per il referendum che si terrà comunque per iniziativa dei parlamentari come prevede l’art. 138 della Costituzione. Una raccolta che non si giustifica in termini giuridici ma solo politici come “chiamata alle armi” di soggetti di ogni tipo purché contrari all’ennesima riforma che violerebbe la Costituzione.

Sì perché il “bloccatore di riforme” non deve costruire nulla, deve solo evitare che altri facciano e quindi può mettere insieme tutto e il contrario di tutto.

Facile sì, ma la lentezza nella raccolta delle firme (dopo 20 giorni si sarebbe a poco più della metà di quelle necessarie con una media di 13.000 firme al giorno on line nonostante una procedura facile e veloce) e i sondaggi (il Sì viaggia tra il 58 e il 60%) paiono sconfessare questa volta gli “anti-riformatori” del Paese.

Forse festeggeremo il fatto che la somma dei “no” non solo non farà un “sì” come è sempre accaduto, ma anche il fatto che stavolta non farà neppure un “no” efficace a ritardare l’ennesima riforma. Insomma: si bloccheranno i “bloccatori”?

Autore
Formiche

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