Trump, le guerre e l’insulto al Papa: la forza senza misura che inquieta il mondo
- Postato il 13 aprile 2026
- Editoriale
- Di Paese Italia Press
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di Francesco Mazzarella
Ci sono stagioni della politica in cui le decisioni contano moltissimo, ma le parole contano ancora di più. Perché le decisioni segnano i fatti, mentre le parole plasmano il clima, educano le coscienze, abituano i popoli a considerare normale ciò che normale non dovrebbe diventare mai. È dentro questa cornice che va letto il comportamento di Donald Trump in questi mesi di guerra. Non solo per ciò che ha deciso o minacciato di decidere, ma per il lessico scelto, per il tono imposto, per quella continua esibizione di forza che sembra avere bisogno di nemici assoluti, di frasi estreme, di uno scontro permanente da alimentare ogni giorno.
La crisi con l’Iran, nelle ultime ore, ha mostrato con particolare evidenza questa deriva. Dopo il fallimento dei colloqui svoltisi a Islamabad, Trump ha annunciato un blocco navale verso l’Iran nello stretto di Hormuz, uno dei punti più delicati del commercio energetico mondiale. Reuters ha riportato che analisti ed ex responsabili militari americani considerano questa scelta un’operazione complessa, potenzialmente lunga e ad alto rischio di escalation, capace di destabilizzare la regione e incidere in modo significativo sui prezzi del petrolio e sulla sicurezza marittima internazionale. Non siamo dunque davanti a una mossa simbolica, ma a una scelta che può avere effetti globali. E già questo basterebbe a chiedere lucidità, misura, responsabilità.
Ma è proprio sulla misura che il problema si fa più serio. Perché in parallelo alle mosse militari e strategiche, Trump ha accompagnato la sua linea con espressioni sempre più dure, fino a evocare la possibilità di “distruggere la civiltà iraniana”, parole che Papa Leone XIV ha definito inaccettabili. Qui non siamo più nel terreno della deterrenza. Qui si entra in una grammatica del potere che rischia di normalizzare l’annientamento come orizzonte retorico, quasi fosse una prova di leadership. E invece no: il linguaggio che evoca la cancellazione di una civiltà non è linguaggio di governo, è linguaggio che impoverisce la politica e ferisce la dignità stessa del confronto internazionale.
Il punto non è essere indulgenti con i regimi, né ingenui davanti ai conflitti. Il punto è un altro: la fermezza non coincide con la brutalità. Un presidente può essere determinato senza trasformare ogni crisi in un palcoscenico per la minaccia assoluta. Può difendere gli interessi del proprio Paese senza umiliare popoli, religioni, istituzioni morali o avversari politici. Può esercitare la forza senza perdere il senso del limite. Quando invece la scena pubblica viene dominata da parole incendiarie, il rischio è che la diplomazia venga relegata a una finzione temporanea tra un ultimatum e l’altro. E non a caso diverse capitali hanno reagito con cautela: la Cina ha chiesto moderazione e prosecuzione degli sforzi diplomatici, mentre altri partner hanno espresso preoccupazione per gli effetti di un’escalation nello stretto di Hormuz.
Dentro questo quadro, l’attacco diretto al Papa ha rappresentato un salto ulteriore, e forse ancora più grave sul piano simbolico. Il 13 aprile 2026 Trump ha definito Leone XIV “terribile” in politica estera e “debole sul crimine”, colpendo frontalmente il pontefice dopo le sue prese di posizione sulla guerra e sulle politiche migratorie. Reuters ha descritto l’episodio come un attacco diretto e inusuale contro il leader della Chiesa cattolica, una figura che per sua natura si colloca su un piano morale globale e non nella competizione elettorale americana. Qui non è in discussione il diritto di dissentire. È in discussione la qualità del dissenso. Perché una cosa è contestare un’idea, altra cosa è degradare il confronto a una sequenza di etichette sprezzanti, costruite per polarizzare e dividere.
Il Papa, da parte sua, non ha risposto con lo stesso registro. Ha ribadito che continuerà a parlare contro la guerra, ha richiamato il Vangelo della pace, il valore del dialogo e della cooperazione multilaterale, e ha chiarito di non voler piegare la sua voce a logiche politiche di schieramento. Anche questa differenza di tono pesa. Da una parte un potere che sembra aver bisogno dell’urto verbale per esistere. Dall’altra una voce che insiste sulla responsabilità morale della parola pubblica. Da una parte l’insulto come strumento di consenso. Dall’altra il richiamo, forse scomodo ma necessario, a una civiltà della misura.
Ed è proprio qui che la vicenda supera Trump, supera il Papa, supera perfino il conflitto in corso. Perché la domanda vera riguarda il modello di leadership che stiamo accettando. Stiamo forse interiorizzando l’idea che guidare significhi gridare più forte degli altri? Che la forza consista nello schiacciare, nel deridere, nel colpire chiunque non si allinei? Che la complessità vada spazzata via perché rallenta la propaganda? Se così fosse, il problema non sarebbe soltanto l’attuale presidente americano. Il problema sarebbe il nostro progressivo adattamento a una politica che confonde autorevolezza e aggressività, decisione e brutalità, fermezza e disprezzo. Questa assuefazione è forse il danno più profondo, perché cambia il nostro immaginario democratico.
Una presidenza, soprattutto in una potenza come gli Stati Uniti, non è mai solo governo interno. È pedagogia globale. Insegna agli alleati come comportarsi, agli avversari come reagire, ai popoli come leggere la realtà. Quando quella pedagogia si nutre di minacce assolute e attacchi personali anche contro una figura religiosa mondiale, allora il segnale lanciato è preciso: la moderazione viene dipinta come debolezza, il dissenso morale come fastidio, la pace come un intralcio all’esercizio della forza. Ma una democrazia che delegittima chi richiama il limite non diventa più forte. Diventa più fragile, perché smarrisce i contrappesi etici che impediscono al potere di trasformarsi in pura volontà di dominio.
Certo, nessuno può fingere che il mondo di oggi sia semplice. Le guerre esistono, le minacce esistono, gli equilibri internazionali sono sempre più instabili. Ma proprio per questo servirebbe una leadership capace di tenere insieme decisione e responsabilità, potere e misura, fermezza e umanità. Servirebbe qualcuno che sappia usare le parole per contenere l’incendio, non per allargarlo. Qualcuno che sappia distinguere il coraggio dall’arroganza. Qualcuno che comprenda che perfino il nemico resta umano e che perfino nella guerra il linguaggio conta, eccome se conta. Perché prepara il terreno del dopo: o alla pace possibile, o all’odio senza fine.
E allora il disaccordo verso le espressioni usate da Trump in questi mesi non è un vezzo da anime sensibili, né una posa ideologica. È una presa di posizione seria davanti a un modello di presidenza che sembra voler trasformare il mondo in una continua arena. È il rifiuto di credere che per essere forti si debba insultare, che per guidare si debba intimidire, che per apparire leader si debba continuamente alzare il livello dello scontro. La storia, in realtà, insegna l’opposto: nei passaggi più difficili, i veri costruttori di futuro non sono stati quelli che hanno urlato di più, ma quelli che hanno saputo reggere il peso del potere senza perdere il senso del limite.
Per questo la domanda resta lì, sottile solo in apparenza, ma in realtà decisiva. Davanti a guerre già devastanti, davanti a popoli stremati, davanti a un pianeta che avrebbe bisogno di diplomazia, lucidità e visione, siamo davvero sicuri che questo sia il modello di presidenza di cui il mondo ha bisogno?
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