Trump, in Venezuela (e in Iran) punta alla coercizione, non al regime change

  • Postato il 19 gennaio 2026
  • Di Panorama
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È un’attenzione particolare quella che ha destato la recente cattura di Nicolas Maduro da parte di Washington. Al di là dell’operazione in sé, è legittimo chiedersi se quello attuato da Donald Trump in Venezuela sia o meno un regime change.

Quanto accaduto è infatti diverso rispetto all’intervento militare statunitense a Panama del 1989 o all’invasione dell’Iraq del 2003. In quei casi, i regimi furono fatti collassare e, successivamente, i loro leader, rispettivamente Manuel Noriega e Saddam Hussein, vennero catturati. In Venezuela, invece, Trump ha fatto, sì, prigioniero Maduro, ma ha poi scelto come interlocutrice la vice dello stesso presidente venezuelano, Delcy Rodriguez. Una circostanza che ha lasciato perplessi quanti speravano in un cambio di regime e in un’ascesa al potere di Maria Corina Machado. Dall’altra parte, c’è chi invece accusa il presidente statunitense di aver tradito i suoi impegni a favore dell’America First, tacciandolo di essersi trasformato in una sorta di neocon. E allora chi ha ragione? Chi si sente deluso, credendo che Trump volesse diffondere la libertà, o chi, al contrario, lo accusa di essere diventato un’interventista desideroso di esportare la democrazia sulla punta delle baionette?

La risposta è: nessuno dei due. Purtroppo, la stampa europea – e non solo – ha spesso travisato l’approccio dell’attuale presidente americano alla politica estera. È vero: da quando scese in campo per la prima volta nel 2015, Trump ha ripetutamente criticato le operazioni di regime change e di nation building, considerandole foriere di costi eccessivi per gli Stati Uniti. L’attuale presidente americano ha inoltre spesso messo nel mirino il pantano in cui Washington era piombata in Afganistan. Senza trascurare che, proprio nel 2015, Trump criticò a più riprese George W. Bush e Hillary Clinton per l’invasione dell’Iraq: il primo per averla ordinata e la seconda per aver votato a suo favore in Senato.

Questo ha portato alcuni analisti incauti a derubricare la politica estera di Trump a “isolazionismo”. Ora, è senz’altro vero che una parte della base Maga è su questo tipo di posizione. Ma l’attuale presidente americano non è mai stato un isolazionista. Durante il primo mandato, ordinò per esempio l’uccisione del leader dell’Isis, Abu Bakr al-Baghdadi, e del generale iraniano, Qasem Soleimani, decretando inoltre le sanzioni al gasdotto Nord Stream 2 e non rinunciando ad armare Taiwan. Tuttavia attenzione: il fatto che non sia un isolazionista non implica che Trump sia un neocon. Quello che l’attuale inquilino della Casa Bianca ha sempre detto è di voler ricalibrare le priorità strategiche degli Stati Uniti, riducendo gli oneri laddove possibile ed evitando di perseguire delle crociate ideologiche. Trump, in altre parole, è un realista. Ma il fatto che non voglia far impelagare Washington in qualche “guerra senza fine”, non ha mai significato che rifiutasse aprioristicamente l’uso della forza. Significa semmai che l’uso della forza va, per lui, rigidamente calibrato sulla base di un principio: la tutela degli interessi nazionali statunitensi.

E qui veniamo all’operazione contro Maduro. Per capirne il senso, dobbiamo rifarci a un concetto recentemente elaborato dalla rivista specializzata 19FortyFive, che è quello di “coercizione senza proprietà”. In Venezuela, l’obiettivo di Trump non è mai stato né quello di un regime change in piena regola né tanto meno quello di un nation building in stile iracheno o afgano. Il presidente americano ha invece decapitato il regime chavista, scegliendo poi come interlocutore un pezzo, adeguatamente addomesticato, del vecchio sistema di potere. Questo, agli occhi di Trump, ha ridotto il rischio di instabilità e sta permettendo a Washington di riorientare la politica estera di Caracas attraverso forme di pressione che escludono tuttavia uno schieramento in loco di forze militari statunitensi.

Si tratta, insomma, di una coercizione “da lontano”, se vogliamo, con cui la Casa Bianca punta a spingere il Venezuela fuori dall’orbita politico-economica di Cina e Russia. E questo obiettivo non è perseguito per qualche finalità astrattamente di principio ma sulla base degli interessi statunitensi: interessi che, in virtù del “Corollario Trump” alla Dottrina Monroe, puntano a estromettere il più possibile Pechino e Mosca dall’Emisfero occidentale. Sbaglia quindi sia chi accusa Trump di aver tradito il principio dell’America First sia chi si sente deluso dal fatto che non abbia abbattuto del tutto il regime chavista. Come abbiamo visto, entrambe queste posizioni partono infatti da un’interpretazione erronea della logica che muove (e che ha sempre mosso) la politica estera dell’attuale presidente statunitense.

E attenzione: non è affatto escluso che la strategia della “coercizione senza proprietà” Trump possa, prima o poi, adottarla anche con l’Iran. Sabato, replicando ad Ali Khamenei che lo aveva bollato come un “criminale”, Trump ha auspicato un cambio di leadership a Teheran, definendo inoltre l’ayatollah un “uomo malato”. Al contempo, tuttavia, il presidente americano si è (almeno finora) astenuto dal dare il proprio endorsement al principe ereditario iraniano, Reza Pahlavi, che si era più volte offerto di guidare un’eventuale transizione di potere nel suo Paese. Ecco che quindi, in Iran, Trump potrebbe, come in Venezuela, puntare a neutralizzare i personaggi più problematici del regime khomeinista – a partire da Khamenei e dai vertici delle Guardie della rivoluzione – per poi addomesticare un pezzo del vecchio sistema di potere e costringerlo a riorientare la politica estera iraniana secondo i desiderata di Washington. Come in Venezuela, ciò richiederebbe delle azioni mirate ed eviterebbe agli Stati Uniti un coinvolgimento in costose e rischiose avventure di nation building. Non sappiamo ovviamente se il presidente americano sceglierà di muoversi in questo modo. Ma, stando alla logica della sua politica estera, le premesse affinché questo accada ci sono tutte.

Autore
Panorama

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