Trump in crisi di consensi: la middle class pessimista per il 2026 sconta il caro-vita. E l’invasione del Venezuela spacca gli elettori

  • Postato il 9 gennaio 2026
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L’attacco militare in Venezuela spacca la popolazione Usa – con solo un terzo dei cittadini che approva l’operazione militare – e in generale il consenso per il presidente Donald Trump resta in calo a livello nazionale, seppure con qualche recente miglioramento. Il trend resta comunque in netta discesa rispetto all’entusiasmo post-elettorale del 2024, e si tratta del momento più difficile del suo secondo mandato in termini di consenso. Secondo le rilevazioni di Gallup e Rasmussen Reports pubblicate nella prima settimana di gennaio 2026, l’approvazione oscilla tra il 36% e il 43% (uno dei dati più bassi per un presidente all’inizio del suo secondo anno), mentre la disapprovazione raggiunge il 54-60%. Nel mirino in particolare, le promesse economiche che hanno entusiasmato l’elettorato prima delle urne senza sfociare in un miglioramento economico e sociale. L’insoddisfazione è legata in particolare al costo della vita – dunque prezzi e inflazione -, che resta la preoccupazione principale per il 45% degli intervistati, una cifra doppia rispetto a qualsiasi altro tema (sondaggio PBS News/NPR/Marist condotto tra l’8 e l’11 dicembre 2025). E per il 70% degli americani (dati Marist) vivere nel proprio quartiere è diventato “poco o per nulla accessibile”, mentre solo il 18-19% degli elettori ritiene che le proprie finanze personali siano migliorate nell’ultimo anno. Inoltre, guardando al 2026, il 57% degli americani è pessimista rispetto al 2026.

Una visione che impatta in particolare la classe media, segmento elettorale dove il consenso per il presidente sta subendo l’erosione più significativa ma che è stata la colonna portante della sua vittoria nel 2024 e che resta un un elemento di osservazione cruciale, in particolare in vista delle elezioni di midterm del 3 novembre 2026, in cui si ridisegna la composizione del Congresso (attualmente guidato dai repubblicani con una lieve maggioranza alla Camera di 220 seggi contro i 213 dem, mentre al Senato i repubblicani sono 53, 45 i democratici e 2 gli indipendenti). Le maggiori critiche riguardano l’impatto delle politiche fiscali e commerciali sul potere d’acquisto reale. “Le ragioni più importanti per cui ha vinto nel 2024 sono state le sue promesse di ridurre l’inflazione e di dare impulso all’economia – ha dichiarato il sondaggista repubblicano Whit Ayres al Los Angeles Times -. È per questo che ha conquistato così tanti elettori che tradizionalmente avevano sostenuto i democratici, compresi gli ispanici. Ma non è stato in grado di mantenere le promesse. L’inflazione si è moderata, ma non è regredita”. Tuttavia, il lieve aumento del consenso della classe media registrato a inizio gennaio potrebbe suggerire una possibilità positiva per i repubblicani in vista delle elezioni di medio termine, soprattutto se la fiducia economica si stabilizzerà o migliorerà. Quanto all’invasione del Venezuela, Reuters/Ipsos registra che solo un americano su tre approva l’attacco militare statunitense, mentre il 72% teme un impegno eccessivo degli Stati Uniti a Caracas. Stando alla rilevazione, il 65% dei repubblicani sostiene l’operazione militare, a differenza dell’11% dei democratici e al 23% degli indipendenti.

Gli ultimi andamenti – Secondo l’ultima rilevazione di Reuters/Ipsos, registrata il 5 gennaio, l’indice di gradimento per Trump è pari al 42%, il più alto da ottobre e in aumento rispetto al 39% registrato a dicembre. A gennaio si registra poi un lieve miglioramento del consenso nella classe media, alla quale appartengono tradizionalmente i soggetti che guadagnano tra i 50mila e i 100mila dollari all’anno. Secondo un sondaggio The Economist/YouGov condotto dal 2 al 5 gennaio 2026, il 46% degli americani appartenenti a questa fascia di reddito approva l’operato di Trump, mentre il 52% esprime un giudizio negativo. Numeri che segnano una ripresa rispetto al sondaggio del 26-29 dicembre 2025, secondo cui solo il 40% era a favore del presidente contro il 57% che disapprovava le sue scelte. Negli ultimi mesi il consenso tra questi elettori era infatti diminuito, scendendo – stando a un sondaggio di YouGov – a un -17 netto a fine dicembre 2025, rispetto al -10 di ottobre. Il tasso di approvazione netto del presidente tra la classe media è sceso da -10 a ottobre (43% di approvazione, 53% di disapprovazione) a -12 a novembre (43% di approvazione, 55% di disapprovazione), e ulteriormente a -17 a dicembre (40% di approvazione, 57% di disapprovazione).

Il confronto con Bush e Obama – Secondo l’incrocio tra i dati storici di Gallup (per Bush e Obama) e le recenti rilevazioni di Gallup e del Civic Health and Institutions Project (CHIP50) per quanto riguarda il 2025/2026, nel corso del 2025, Trump ha perso circa 11-13 punti di gradimento (confronto tra consenso dell’inaugurazione e quello di fine anno). Per fare un paragone, George W. Bush dopo l’11 settembre 2001 aveva toccato il 90% (un record assoluto), scendendo poi gradualmente, ma restando sopra il 60% per gran parte del 2002. Secondo questi sondaggi, solo Richard Nixon, nel 1973, aveva un gradimento inferiore a questo punto del mandato. Al contrario, però, secondo l’analisi aggregata di RealClearPolling, il tasso di approvazione di Trump, pari al 43,9% del 6 gennaio 2026, ha superato il 43,6% di Bush registrato nello stesso giorno nel suo secondo mandato e il 42,4% di Obama registrato nello stesso periodo nei suoi secondi quattro anni alla Casa Bianca. Il secondo mandato di Trump, secondo i dati Gallup, era iniziato a gennaio 2025 con un 47% di approvazione, mentre nell’ultima rilevazione di dicembre 2025, lo stesso istituto ha registrato un crollo al 36%, con una differenza di 11 punti. Uno studio del progetto Civic Health and Institutions ha misurato un calo del “net approval” (approvazione meno disapprovazione) ancora più marcato, sceso da +2% a inizio anno a -10.6% a metà 2025, confermando un’erosione complessiva di circa 12-13 punti in termini di consenso netto.

Trump impopolare in Europa anche tra i populisti – Da un sondaggio di Politico – realizzato da Public First a dicembre su oltre 10mila intervistati, all’indomani della nuova strategia di sicurezza nazionale Usa volta a coltivare la “crescente influenza dei partiti patriottici europei” – Trump risulta essere “largamente impopolare in Europa”, anche tra gli elettori dei partiti populisti di destra che la sua amministrazione considera alleati. In Francia, tra gli elettori del Rassemblement National di Marine Le Pen, il 38% ha espresso un giudizio negativo su Trump contro il 30% positivo. In Germania, i sostenitori dell’Afd risultano divisi, con il 34% favorevole e il 33% contrario. Gli elettori populisti di destra condividono una forte richiesta che i leader mettano al primo posto il proprio Paese: questo “istinto nazionalista” entra in collisione con l’approccio America First di Trump. I sostenitori di Le Pen, dell’Afd e dello Reform Uk di Nigel Farage sono più inclini a sostenere che, quando gli interessi nazionali si scontrano con quelli degli alleati, debba “prevalere il Paese” e che “l’industria nazionale vada protetta anche a scapito della competitività globale”. Nonostante ciò, tendono a digerire più facilmente i dazi. Il 65% degli elettori Afd li considera dannosi, ma soltanto il 37% sostiene ritorsioni. Sulla stessa linea i sostenitori di Farage: il 45% giudica le tariffe negative e il 35% è favorevole a misure di risposta. Il 60% degli elettori lepenisti, invece, ritiene i dazi un danno e il 48% è pro-ritorsioni.

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