Tre agenti, un’isola, una bugia: la Groenlandia come laboratorio CIA

  • Postato il 11 gennaio 2026
  • Editoriale
  • Di Paese Italia Press
  • 3 Visualizzazioni


il punto di vista di Massimo Reina


C’era una volta la favola dell’Occidente buono, rispettoso del diritto internazionale, indignato davanti alle ingerenze altrui.Poi è arrivata la Groenlandia. E la favola si è sciolta, come il ghiaccio artico. Per mesi ci siamo divertiti a ridere delle sparate di Donald Trump: la Groenlandia, Panama, Pandora, Approdo del Re…. Sembrava folklore. Invece era programma politico, detto come sempre alla Trump: male, ma sul serio.
Il 27 agosto l’emittente pubblica danese DR ha pubblicato un’inchiesta che, se fosse arrivata da Mosca o Pechino, avrebbe aperto i TG per settimane: almeno tre uomini legati a Trump inviati in Groenlandia per fare propaganda, sondare l’opinione pubblica e individuare politici locali favorevoli a un’annessione agli Stati Uniti. Spionaggio e influenza politica. Punto.
La Danimarca non se l’è inventata. Lo ha detto DR. Lo ha confermato il PET, il servizio segreto danese. E ha convocato l’incaricato d’affari americano. Risposta di Washington? “Datevi una calmata”. Che sarà mai. Sono cose che succedono. Succedono soprattutto quando uno Stato grande considera uno Stato piccolo come una pedina. E quando uno Stato medio – la Danimarca – scopre di essere alleato solo sulla carta.
Una notizia di una gravità enorme, se si considera che Stati Uniti e Danimarca sono formalmente alleati. Non a caso il governo danese ha convocato l’incaricato d’affari americano, Mark Straw, per chiedere spiegazioni. Una precisazione lessicale: l’incaricato d’affari è il numero due di una rappresentanza diplomatica, in assenza di un ambasciatore. E il fatto che Washington sia rimasta per mesi senza un ambasciatore in Danimarca dice molto sullo stato reale dei rapporti tra i due Paesi. Solo il 7 ottobre 2025 il Senato americano ha ratificato la nomina di Ken Howery, cofondatore di PayPal e uomo di fiducia di Trump, come nuovo ambasciatore a Copenaghen.
Eppure la stampa europea, soprattutto quella italiana, ha trattato la vicenda come un incidente diplomatico minore, una nota a piè di pagina. Strano, perché non si tratta dell’unico episodio imbarazzante degli ultimi mesi. A gennaio Donald Trump Jr. si è presentato a Nuuk, la capitale della Groenlandia, accolto come un sovrano in visita imperiale, accompagnato da Jørgen Boassen, ex muratore diventato improvvisamente figura politica e fervente sostenitore di Trump. Due mesi dopo, J.D. Vance ha fatto una visita non annunciata sull’isola, limitandosi a qualche ora nella base spaziale americana di Pituffik, per poi accusare la Danimarca di non fare abbastanza per proteggere la Groenlandia da Cina e Russia. Un’accusa vaga, ma non casuale.
Il tempismo è curioso: tutte queste “attenzioni” arrivano mentre in Groenlandia si tengono elezioni cruciali per il futuro dell’isola. E qui serve un po’ di contesto. La Groenlandia gode di un’ampia autonomia, fatta eccezione per difesa e giustizia. Da anni, il tema centrale della politica locale è l’indipendenza dalla Danimarca. Per Washington, un’eventuale Groenlandia indipendente sarebbe un bersaglio molto più facile da agganciare rispetto a un territorio formalmente legato a un altro Stato NATO. Da qui l’interesse di Trump a soffiare sul fuoco indipendentista, magari aiutando a emergere figure politiche favorevoli agli Stati Uniti, utili a vincere elezioni e orientare il dibattito pubblico.
E qualcosa, va detto, ha funzionato. Alle ultime elezioni di marzo, i Democratici di Jens-Friedrich Nielsen, favorevoli a un percorso graduale verso l’indipendenza, hanno vinto con circa il 30%. Subito dietro si è piazzato Nalerak, il partito che chiede l’indipendenza immediata ed è il più aperto a un rapporto privilegiato con gli Stati Uniti, con quasi il 25%. Rispetto al 2021, entrambi hanno guadagnato consensi in modo netto. Un risultato difficile da separare dal clamore internazionale sollevato proprio dalle dichiarazioni di Trump.
Il motivo di fondo è semplice e brutale: sotto l’80% di ghiaccio che ricopre l’isola si nascondono risorse immense. Petrolio, gas, terre rare, uranio, torio, grafite, rame, nichel, zinco, ferro, oro, diamanti. Una miniera potenziale per l’economia del futuro. Risorse oggi in gran parte inesplorate, sia per le politiche ambientali sia per la difficoltà tecnica e infrastrutturale. La Groenlandia ha pochissime strade, pochissimi porti, pochissime città. Sviluppare miniere su larga scala richiederebbe investimenti colossali. Ma l’Artico si sta scaldando quattro volte più velocemente del resto del pianeta, e il ghiaccio, lentamente, si ritira.
Trump lo sa. Sa che la Groenlandia è uno snodo strategico militare e commerciale. Sa che la base di Pituffik serve a intercettare missili e satelliti. Sa che la Cina sta già cercando di entrare nel gioco. E sa anche che la Danimarca, storicamente, ha trattato la Groenlandia come una periferia da sfruttare, investendo poco e imponendo politiche di ingegneria sociale devastanti: bambini Inuit strappati alle famiglie, donne sterilizzate, identità culturali cancellate. È su questa ferita aperta che partiti come Nalerak costruiscono consenso, promettendo un futuro diverso, magari sotto l’ombrello americano.
Ma l’indipendenza ha un prezzo. Oggi circa metà del bilancio groenlandese dipende da un assegno annuale di 600 milioni di dollari che arriva da Copenaghen. Senza quei soldi, l’economia collasserebbe. È un ricatto elegante, ma efficace. Trump, dal canto suo, può permettersi di promettere investimenti miliardari: per gli Stati Uniti, anche 50 miliardi di dollari sarebbero una cifra marginale rispetto ai benefici strategici di lungo periodo.
Da qui l’idea di inviare agenti, fare propaganda, cercare volti locali da spendere politicamente. Funzionerà? Non è detto. Molti Inuit non vogliono passare da una dipendenza all’altra, né vedere la loro terra devastata da miniere e infrastrutture. Ma nulla è scontato. I servizi segreti danesi continueranno a vigilare, rischiando però di alimentare un sentimento anti-danese che rafforzerebbe proprio le spinte indipendentiste. Nel frattempo, il nuovo governo groenlandese promette di non accettare ingerenze straniere, mentre Washington e Copenaghen si guardano in cagnesco.
Fantapolitica? Forse. Ma in un mondo che cambia sempre più velocemente, la fantapolitica di oggi è spesso la cronaca di domani. E la Groenlandia, sotto il ghiaccio che si scioglie, racconta molto più del futuro dell’Artico: racconta come funziona davvero il potere, quando smette di fingere.

L'articolo Tre agenti, un’isola, una bugia: la Groenlandia come laboratorio CIA proviene da Paese Italia Press.

Autore
Paese Italia Press

Potrebbero anche piacerti