Torino, Kyiv, l’antisemitismo: i “sì, ma” con cui la sinistra ha smesso di riconoscere i nemici della libertà

  • Postato il 3 febbraio 2026
  • Di Il Foglio
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Torino, Kyiv, l’antisemitismo: i “sì, ma” con cui la sinistra ha smesso di riconoscere i nemici della libertà

Vale quando parli di forze dell’ordine, vale quando parli di centri sociali, vale quando parli di politica estera, vale quando parli di Ucraina, vale quando parli di medio oriente, vale quando parli di globalizzazione, vale quando parli di antisemitismo, vale quando parli persino di libertà d’espressione. I fatti di Torino, con il tentativo di mattanza contro gli uomini delle forze dell’ordine da parte dei manifestanti in piazza per protestare contro la chiusura di uno dei centri sociali più famosi e più violenti d’Italia, Askatasuna, sono lì a ricordarci un fatto interessante e controintuitivo che riguarda uno dei paradossi più importanti della politica moderna: una delle destre meno liberali della storia è diventata, su molti fronti, un argine più efficace dei suoi avversari contro i nemici della libertà. I fatti di Torino, da questo punto di vista, hanno illuminato un problema che riguarda la sinistra italiana, non nuovo, certo, ma decisamente accentuato dalla presenza di una sinistra gruppettara, che si muove sempre secondo la logica del “pas d’ennemis à gauche”, nessun nemico a sinistra. La volontà di non scoprirsi a sinistra, da parte della sinistra italiana, costringe a interpretare con forza la parte della sinistra del “sì, ma”. Si condannano i violenti di Torino, per carità, ma poi non si dice una parola sulle ragioni che hanno spinto i manifestanti a sfilare sabato a Torino, in difesa di un centro sociale che agiva, come tutti i centri sociali – anche quelli di destra – nell’illegalità, ma anche di un centro sociale che negli anni è diventato l’incubatore di un estremismo diffuso a Torino e non solo: antisemitismo travestito da antisionismo, antisistema travestito da No Tav, anti istituzioni travestito da lotta per il sociale, fino all’assalto alla Stampa di Torino.

 

 

 

I violenti che hanno colpito il poliziotto vanno condannati, sì, ma sugli alleati in piazza a difendere l’illegalità, come Avs, si lascia il sindaco di Torino da solo, a lottare contro i mulini a vento. Stessa storia su altri fronti. La destra italiana non è esattamente un totem della difesa della libertà, se si pensa ai suoi alleati nel mondo, ai suoi amici, ai suoi partner, da Trump a Orbán passando per Le Pen. Eppure, su una infinità di temi, la destra è riuscita a porsi nel dibattito pubblico come un argine contro i nemici della libertà, facendo leva sull’incapacità del centrosinistra che sogna di governare di emanciparsi dalla sinistra più estrema. Sull’Ucraina, le parole più forti contro Putin e a difesa di un popolo eroico che difende i confini della nostra democrazia sono arrivate dalla destra – Salvini a parte, che continua a oscillare tra ambiguità e indulgenze filorusse – e non dalla sinistra, in questi ultimi quattro anni. Sul medio oriente, a difesa del diritto di Israele di esistere e di difendersi, senza sconti quando eccede, le parole più forti sono arrivate da destra, non da sinistra, e l’odio per Israele a sinistra è così forte da aver costretto, si fa per dire, la sinistra a chiudere più di un occhio contro i pro Pal estremisti (“Palestina dal fiume al mare” è diventato accettabile come una nuova “Bella ciao”), a chiudere più di un occhio di fronte al nuovo antisemitismo (ma no, cosa dite, sono solo antisionisti, che volete che sia), a chiudere più di un occhio di fronte agli sponsor internazionali dell’odio contro gli ebrei (vedi l’Iran). Piccolo test: se doveste dire, oggi, chi è un argine contro l’antisemitismo in Italia, direste che quell’argine si trova più a destra o più a sinistra? Stessa storia, se vogliamo, anche quando si parla di giustizia. Le svirgolate populiste, su questo tema, ci sono anche a destra, eccome se ci sono: basti pensare a ciò che hanno detto Meloni e Tajani su Crans-Montana, al modo goffo con cui hanno fatto ritirare l’ambasciatore italiano dalla Svizzera dopo l’uscita di uno dei proprietari del locale dalla custodia cautelare, o alla deriva securitaria con cui la destra trasforma ogni caso di cronaca che colpisce la pancia degli elettori in una pena in più da aggiungere al codice penale.

 

 

Ma svirgolate a parte, l’incapacità assoluta della sinistra di stare a debita distanza dalla sinistra più movimentista ha creato un cortocircuito, nelle difese delle libertà, niente male: la sinistra che dovrebbe stare dalla parte degli ultimi, e dunque anche dalla parte di chi subisce ogni giorno ingiustizie a causa di una giustizia arbitraria, ha scelto di non combattere una battaglia contro la giustizia ingiusta per evitare di fare un regalo al centrodestra, regalando di fatto al centrodestra una battaglia a difesa della libertà, del garantismo, del riequilibrio dei poteri. La sinistra del “sì, ma” è quella che difende i poliziotti dagli estremisti ma chiude gli occhi sull’estremismo delle manifestazioni. E’ quella che difende gli ebrei ma chiude gli occhi di fronte al nuovo antisemitismo. E’ quella molto vigile contro i fascismi del passato ma timida di fronte agli estremismi del presente, che cerca di contestualizzare, di capire, di rendere più complessa una verità che complessa non è. E che in fondo ogni giorno si presenta davanti a noi in modo evidente, spietato e clamoroso: più la sinistra resterà ostaggio dei suoi “sì ma”, più una destra non esattamente liberale continuerà a presentarsi come un argine contro i nuovi nemici della libertà. Da Torino al medio oriente, da Kyiv fino alla giustizia, il filo è sempre lo stesso: chi è che oggi, di fronte ai nemici della libertà, può guardarsi allo specchio con meno imbarazzo? Il paradosso in fondo è tutto qui: una destra con pulsioni illiberali riesce a sembrare più affidabile nella difesa delle libertà di una sinistra che ha smesso di riconoscere i suoi nemici.

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Autore
Il Foglio

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