Ti ricordi… Pasquale Padalino, il suo Bosnia-Italia 1996 e la disfatta di oggi: “Va cambiato il momento, non solo le persone”
- Postato il 3 aprile 2026
- Calcio
- Di Il Fatto Quotidiano
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“Non potrò mai dimenticare i bambini negli ospedali, mutilati: uno di loro, senza un braccio, ce l’ho ancora davanti agli occhi. E poi i buchi nei palazzi, sventrati”. Prima della drammatica Bosnia-Italia di martedì c’è stato un Bosnia-Italia nel 1996, gara ricordata anche da Edin Dzeko, l’unica giocata in maglia azzurra da Pasquale Padalino. In una Sarajevo devastata dalla guerra gli azzurri sono la prima nazionale a giocare contro i padroni di casa, in un’amichevole con scopi umanitari accompagnata da qualche polemica in patria, visti i concomitanti impegni di Coppa Italia di alcune big. “Infatti c’erano diversi esordienti” ricorda Pasquale Padalino, centrale foggiano e all’epoca pilastro della Fiorentina di Ranieri, Batistuta e Rui Costa. “Loro erano una nazionale non molto organizzata, e come poteva essere altrimenti d’altronde? Questo va a discapito nostro perché perdemmo, io peraltro sbagliai anche un gol a poca distanza dalla porta, ma a dir la verità il calcio passava completamente in secondo piano di fronte a quello che abbiamo visto a Sarajevo”.
Impensabile allora immaginare un Bosnia-Italia con un epilogo simile trent’anni dopo: “Io sono amareggiatissimo – dice Padalino che oggi allena il Fasano, che si sta giocando il campionato in Serie D – perché la Nazionale per quelli della mia generazione era qualcosa di sacro, a prescindere dal fatto che ci giocavi stabilmente o meno. Era il non plus ultra, il sogno di tutti. Oggi non solo c’è un abisso tecnico, quello è evidente a tutti, ma proprio di percezione dell’azzurro: pochissimo tempo fa abbiamo visto qualcuno rifiutare la Nazionale, per noi era semplicemente impensabile”. L’abisso tecnico paradossalmente è l’aspetto che Padalino guarda meno: “Ma perché è inutile fare confronti: con me giocavano Batistuta e Rui Costa, poi una domenica incontravo Baggio, l’altra Zola, l’altra Maldini, l’altra ancora Del Piero e potrei andare avanti per ore. Oggi? L’unico sovrapponibile a quegli anni per qualità è Nico Paz, basta. Quindi inutile insistere su questo”.
Meglio guardare altrove dunque: “Noi all’allenatore davamo del lei e stavamo tre passi indietro, oggi i ragazzini ti danno del tu e sembrano disinteressati a tutto: il comportamento fa tanto”. E poi la questione tecnica: “Baggio nel suo dossier voleva introdurre i maestri di tecnica? Se uno come Baggio 15 anni fa scriveva questo vuol dire che già all’epoca vedeva un gap tecnico, però c’è da dire che uno che fa l’allenatore dovrebbe essere in grado prima di tutto a trasmettere valori tecnici: mi sembra normale che se insegni calcio insegni prima come si tocca la palla, come si controlla e poi come si fa la diagonale o ci si dispone in campo. La verità è che prima si giocava per strada e questo incideva moltissimo, oggi ci sono istruttori che scimmiottano il professionismo senza capire che davanti hanno dei bambini”. Questo però, secondo Padalino dipende anche dal cambio strutturale che c’è stato nel calcio: “Gli allenatori, in particolare tra i giovani, devono avere il tempo di dedicarsi ai ragazzi: qui si cambia dopo due partite. Lo vedo anche nei dilettanti: ma chi manda via un allenatore ha le competenze per capire perché lo si sta mandando via. È cambiato il calcio, è cambiato il mercato, sono cambiati i presidenti, i procuratori ed esistono conflitti d’interesse pazzeschi nel pallone e le scorie le vediamo in questo momento triste della nazionale”. Serve ripartire da zero, secondo Padalino, e senza guardare al chi, ma al come: “Cambiare tutto, necessariamente. Leggo di Rivera come possibile presidente e con ogni rispetto per un grandissimo campione e un uomo molto preparato, parliamo di una persona di 83 anni: credo che bisogna ripartire non dall’immagine, ma dalla sostanza. Dobbiamo costruire tutto da zero dalle fondamenta: giovani, regole, impianti. Insomma va cambiato il momento, non solo le persone”.
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