Tuttiquotidiani e completamente gratuito. Ogni giorno aggreghiamo notizie da oltre 100 testate e generiamo sintesi AI originali per te. Aiutaci a mantenere il servizio attivo con una piccola donazione, oppure diventa TQ Pro da solo 1€/mese.

Tabarelli: "Unione europea impotente, il lockdown è una misura inutile"

  • Postato il 19 aprile 2026
  • Economia
  • Di Libero Quotidiano
  • 0 Visualizzazioni
Tabarelli: "Unione europea impotente, il lockdown è una misura inutile"
Tabarelli: "Unione europea impotente, il lockdown è una misura inutile"

Davide Tabarelli non ci gira intorno: il piano della Commissione Ue contro il caro -energia, che sarà presentato mercoledì, «è la conferma dell’impotenza dell’Europa e del suo distacco dalla realtà». Tra aumento del telelavoro, limiti di velocità più bassi, noleggio gratuito delle biciclette e targhe alterne in città, il pacchetto Save energy Eu punta in una direzione: tagliare i consumi energetici. Ma la proposta di Bruxelles rischia di essere soltanto un palliativo.

Ché la situazione è piuttosto seria. «L’unica speranza è che riapra lo stretto di Hormuz» spiega a Libero il fondatore di Nomisma, tra i massimi esperti di energia in Italia. «In Europa abbiamo questa tendenza a dimenticarci dell’importanza del petrolio, del gas, perché sono fossili, ma demonizzarli non serve a ridurre la nostra dipendenza dall’estero, è soltanto un auspicio che però ci ha allontanato dalla realtà».

Cosa può fare allora l’Europa, professore? 
«Non esistono soluzioni facili e immediate. Trump può fare quello che fa per il motivo banale che, mentre gli Stati Uniti sono diventati grandi produttori di petrolio e gas, l’Europa no. E ora ne stiamo pagando le conseguenze. Ci troviamo nella stessa situazione degli anni ’70. Con un aggravante».
Quale?
«La politica oggi è meno consapevole dell’emergenza, è più distaccata e lo dimostra questo decalogo di azioni che andrebbero fatte. Sono un po’ strane, per così dire: bike sharing ed efficienza energetica. Il problema è che la Commissione Ue si è data delle grandi ambizioni sulla transizione ecologica attraverso il Green deal, ma questa sensibilità così esasperata la ha allontanata dalla realtà. Tant’è che non ci sono strumenti per gestire l’emergenza. Adesso il tema sono i prodotti elettroriferi, visto che sia il prezzo del gas sia quello dell’elettricità non sono aumentati molto, al contrario di quanto avvenuto nel 2022 con l’invasione russa dell’Ucraina».
È stata una crisi più drammatica quella?
«Adesso c’è una crisi energetica che riguarda il petrolio, che nel 2022 non è stato toccato. Sebbene il gas non sia salito troppo, va ricordato che non arriva più il gas naturale liquefatto estratto in Qatar: potenzialmente questa crisi è quindi molto più grave, perché riguarda tutto il mondo, compresi i paesi asitici che sono grandi consumatori di energia. Un dato su tutti: a fronte di una domanda globale di 100 milioni di barili al giorno ora ne mancano 20 milioni. Di questi, 10 milioni sono recuperabili nell’arco di due o tre mesi, ma trovare gli altri 8-10 milioni è molto difficile».
E quindi che fare?
«Si fa senza. L’unico modo è ridurre la domanda e aumentare i prezzi. Oppure una recessione come avvenuto durante la pandemia nel 2020, quando la domanda mondiale è calata di 8 milioni di barili al giorno. Anche se tutto dipende da cosa accadrà nello Stretto di Hormuz».
Dobbiamo rassegnarci al razionamento?
«A parte sperare nello sblocco delle forniture, non possiamo fare molto altro nell’immediato se non stare ben attenti a non dare troppi sussidi. Capisco che il taglio delle accise sia una misura che ha consenso, però distrae l’attenzione dalla questione centrale: dobbiamo ridurre i consumi, non incentivare le persone a consumare, riducendo i prezzi per decreto. Un’altra cosa che si può fare è diversificare. Va bene ovviamente pensare alle domeniche con le targhe alterne, ridurre i limiti di velocità, ma sono cose effimere adesso. Di certo dobbiamo imparare la lezione: e cioè che in questo momento senza i combustibili fossili non si va da nessuna parte. Gli Stati Uniti sono grandi produttori di petrolio e gas, mentre la Cina usa il carbone».
E il governo cosa dovrebbe fare? Servono misure mirate invece che erga omnes come il taglio delle accise? 
«Assolutamente sì, perché con interventi generalizzati si dà un pessimo segnale: chi ha capacità di spesa non viene assolutamente toccato, mentre bisogna che tutti consumino meno. E poi occorre erogare aiuti diretti, come è stato fatto anche a febbraio con il decreto Bollete che ha stanziato 3 miliardi di euro per le famiglie a basso reddito e le imprese. Però ricordiamoci una lezione: non possiamo fare debito a ogni crisi, perché aumentano pure gli interessi da pagare, sorpattutto se, per via dell’inflazione, salgono i tassi. Senza contare che la crescita italiana è sempre intorno allo “zero virgola” e questo riduce anche lo spazio fiscale a disposizione».
Potrebbe essere una soluzione rivedere a livello europeo il sistema degli Est, le quote di emissione che le imprese devono acquistare? 
«Non è una soluzione, ma un obbligo. Peraltro, come per tutte le direttive europee, è sempre prevista una verifica e un aggiustamento. Insomma, una revisione è necessaria, anche perché i prezzi dei combustibili sono già esplosi di per sé, senza che ci sia bisogno di un ulteriore aggravio a carico delle imprese che li renda meno convenienti».
L’Italia rischia di finire le scorte di carburante? 
«In questo momento l’emergenza riguarda i derivati, in particolare il cherosene, le cui riserve strategiche, in base alle regole introdotte negli anni ’70, sono sufficienti a coprire 90 giorni. Nel primo mese ne sono state rilasciate circa per 30 giorni, ora siamo a circa la metà delle scorte, il che vuol dire che ne abbiamo ancora per 40-50 giorni. Per il dopo bisogna cominciare a pensare al razionamento, che per il cherosene significa limitare gli approvvigionamenti su qualche tratta turistica. Questo mentre per il gasolio i tempi sono almeno doppi: dovremmo essere coperti fino a giugno-luglio. Ma mi lasci aggiungere una cosa».
Prego.
«Al momento sui mercati finanziari nessuno dà per certo una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz. Tant’è che venerdì il Brent ha chiuso in forte calo a 92,4 dollari al barile. Una cosa diversa sono però i mercati fisici, dove il prezzo del petrolio è già 150 dollari. È un brutto segnale, contrario all’ottimismo che trappela invece dalle borse finanziarie, anche perché è così da quasi un mese. Questo la dice lunga sulla gravità della situazione».

Continua a leggere...

Autore
Libero Quotidiano

Potrebbero anche piacerti