Superare il concetto di stile. Intervista all’artista Andrej Golder che è in mostra a Brescia 

  • Postato il 29 gennaio 2026
  • Arti Visive
  • Di Artribune
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Dopo una serrata residenza di tre mesi, durante la quale ha trasformato gli spazi della Galleria Brescia in un atelier temporaneo, Andrej Golder (Ekaterinburg, 1979) ha inaugurato la personale nella quale presenta le ultime evoluzioni della sua pittura eclettica, esuberante ma “colta”, che punta al superamento della distinzione tra figurazione e astrazione. Pubblichiamo un estratto dell’intervista in catalogo, nella quale si parla di incontro tra cultura alta e popolare, di fusione e superamento degli stili, di parodia e slancio intellettuale.     

Intervista ad Andrej Golder 

I tuoi riferimenti sembrano essere un mix di alta cultura e cultura popolare: elementi culturali universali e collettivi che sono stati “digeriti” e riconsiderati. Potresti compilare un “campionario” di questi spunti? Stilare una gamma può essere utile, o quanto meno divertente. 
Già gli Antichi Romani riconoscevano come il compito dell’arte fosse sia quello di istruire sia quello di intrattenere. I Tarocchi, ad esempio, erano in origine una sorta di sistema mnemonico pre-accademico progettato per illustrare una particolare visione del mondo e solo più tardi, durante l’Illuminismo, si sono evoluti in un gioco di carte popolare. In altre parole, gli scopi possono cambiare: dall’istruzione all’intrattenimento. Nietzsche spiegò in modo convincente come le idee che nascono come nuove ed esoteriche si trasformino gradualmente in luoghi comuni, universalmente conosciuti e “banalizzati”. Gli artisti rinascimentali, da van Eyck a Dürer, si occupavano di moda e dell’allestimento di feste di corte. Shakespeare è un maestro nell’intrecciare l’intrattenimento con la sostanza intellettuale. Da un lato, niente è più noioso di una festa non riuscita, ma allo stesso tempo niente è più noioso di chi fa il moralizzatore a colpi di dita puntate. Un elenco dei miei riferimenti è riportato nel catalogo, anche se è lontano dall’essere completo. 

Sinceramente non ci vedo alcun senso, 2025, cm 190x290, Courtesy Galleria Brescia e Andrej Golder. Foto di Fabio Cattabiani
Sinceramente non ci vedo alcun senso, 2025, cm 190×290, Courtesy Galleria Brescia e Andrej Golder. Foto di Fabio Cattabiani

La tua arte è parodistica? C’è un taglio analitico e filosofico ma anche una forte ironia, quasi un sarcasmo sulla “seriosità” della pittura. 
Ci sono quattro modi di vedere il mondo. Tre sono familiari a tutti e la maggior parte delle persone pensa che siano gli unici: ottimismo, pessimismo e realismo. Il primo abbellisce le cose, il secondo considera tutto cupo e i realisti, così si dice, percepiscono le cose come sono realmente. Esiste però anche una prospettiva follemente giocosa e ironica, derivante dal fatto che, agli occhi di chi adotta questa prospettiva, il mondo appare assurdo. E oggi? Ci viene detto che le questioni mondiali sono diventate una parodia di loro stesse. Ma già Erasmo da Rotterdam e Hieronymus Bosch ne erano perfettamente consapevoli. 

Sembri mettere in pratica l’idea che la distinzione tra astratto e figurativo abbia definitivamente perso di senso. Una perdita di senso che supera anche la ricerca di una terza via intermedia. Il tuo è in un certo senso un discorso sull’impossibilità della figurazione. Puoi argomentare questa idea?  
Credo che la rigida distinzione tra astratto e figurativo sia una conseguenza della Guerra Fredda. All’epoca, la CIA era alla disperata ricerca di espressioni artistiche in grado di rappresentare adeguatamente il cosiddetto “Occidente libero”, con i relativi sostegni economici pubblici da destinare agli autori di queste espressioni. L’Occidente era descritto come libero e astratto; l’Oriente come limitato e figurativo, legato alle sue forme di realismo. L’arte, in questo contesto, divenne un’espressione delle sfere di influenza politica. Prima di quel periodo abbiamo incontrato concezioni diverse, ad esempio in Astrazione e empatia di Worringer, o con la disputa sul “paragone delle arti” durante il Rinascimento, quando fu chiaramente argomentato come tutta l’arte sia, a suo modo, astratta: una sottrazione parziale e semplificativa di elementi dalla realtà.  

Sono ragioni storiche, sociali? O interne al linguaggio pittorico? 
Platone arriva addirittura a descrivere le arti rappresentative e produttive come ombre di ombre: difficilmente si potrebbe concepire qualcosa di più astratto. Le meravigliose “nature morte dei cinque sensi” del Barocco olandese e fiammingo cercavano di compensare il fatto che la rappresentazione pittorica opera senza far ricorso a suoni, senza odori e sapori, senza il tatto. Nello splendido Piramo e Tisbe di Poussin si vede un paesaggio tempestoso nel quale c’è un cane che abbaia. Possiamo solo vedere il cane abbaiare, e non sentirlo effettivamente. Eppure, sembra quasi di sentirlo davvero. Si potrebbe dire che la pittura tenti di tradurre un senso in un altro. In questo processo qualcosa va inevitabilmente perso ed emerge un linguaggio specifico e autonomo. Ciò porta fino al fatto che un dipinto potrebbe non voler più rappresentare nient’altro che se stesso: la pittura in quanto tale, puramente e concretamente se stessa. Non ho bisogno di formulare questo concetto ex novo, perché altri lo hanno già fatto molto prima di me. 

I tuoi dipinti hanno una grande varietà di stili (anche all’interno del singolo quadro). Potrei descrivere così il tuo metodo: una dispersione volontaria dello stile, che viene poi ritrovato e rafforzato nell’insieme del progetto. Quali sono le ragioni? Sfuggire alle definizioni oppure ampliare la portata del discorso pittorico? 
Per me gli stili sono soprattutto definizioni accademiche attribuite retrospettivamente, semplici nomi. Non li capisco veramente. Perché Overbeck è considerato romantico e non anche classicista? Oppure, perché Füger viene considerato un classicista? Perché il Barocco non dovrebbe essere anche Gotico? Il Barocco e il Gotico, dopotutto, sono decisamente complementari. Tendo a considerare la questione come quegli artisti francesi che, nel 1910, fecero dipingere un tramonto da un asino con la coda per deridere l’Impressionismo, cosa che in Russia portò alla fondazione del gruppo degli Oслиный хвост (Coda d’asino). Non saprei dire a cosa servono esattamente gli stili. Si potrebbe semplicemente etichettarmi come eclettico. Perché no? Come viene affermato nel catalogo, considero gli “stili” come idee, come metodi e strategie “artigianali” che mi aiutano a plasmare un dipinto, a dargli la forma specifica che sta prendendo tra le mie mani. Per quanto riguarda la mia personale pratica pittorica, è poco utile pensare in termini di stili. Tuttavia, al di fuori dello studio, attribuisco grande importanza allo stile. Per me è importante indossare belle scarpe e abiti, curare il mio aspetto. Lo stile è una questione di attenzione, sensibilità e capacità di giudizio, una questione di attitudine.  

Le tue “citazioni” di grandi del passato funzionano secondo una dualità. Riferimenti come Bacon vengono utilizzati come “luoghi comuni”, ma allo stesso tempo come ispirazioni effettivamente significative e attive. Qual è il ruolo delle citazioni nella tua poetica?  
La tua è una buona sintesi delle varie qualità intrinseche nella citazione. Possono servire come aggiornamento del pensiero, ovvero per “ravvivare” idee già formulate, che a loro volta spingono a una riflessione rinnovata, a una reinterpretazione e trasformazione in chiave contemporanea attraverso una “contaminazione”. Petrarca indirizza le sue lettere al defunto Cicerone; Montaigne fonda i suoi tentativi di autodefinizione nel qui e ora attraverso citazioni degli Stoici. E anche l’economia contemporanea si basa, nelle sue considerazioni di teoria dei giochi, sull’Arte della guerra di Sun Tzu. Le citazioni possono poi anche fungere da “segnali” nella costituzione di gruppi sociali, che si tratti di riferimenti culturali borghesi al Don Carlos di Schiller o semplicemente del grido “six-seven!” della canzone Doot doot (6-7) di Skrilla. Dal punto di vista funzionale, non c’è alcuna differenza. E le citazioni, condensate nella forma di aforismi da calendario, possono naturalmente aiutare a sfuggire al triste algoritmo della cucina: cucinare-mangiare-lavare-ripetere.  

Ti dà fastidio se uno spettatore esplicita i riferimenti che riscontra, come ad esempio Bacon? 
Per me, la questione non è se citare, ma come. Nella mia pittura troverete tutte queste caratteristiche. E sì, è risaputo che Bacon è un riferimento evidente nel mio lavoro. Ma la pittura contemporanea non può fare a meno di Bacon. Da parte mia, non è un problema che gli spettatori riconoscano i riferimenti, così come non era un problema per Montaigne che i lettori riconoscessero le sue citazioni. 

Stefano Castelli 

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Artribune

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