Su un treno fermo vicino a Brescia, l’arrivo di un altro tempo

  • Postato il 13 febbraio 2026
  • Di Il Foglio
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Su un treno fermo vicino a Brescia, l’arrivo di un altro tempo

Sono in treno, due ore di ritardo, ferma nei dintorni di Brescia, da non so più quanto, un paio di uomini di mezz’età uno dopo l’altro danno in escandescenze e imprecano proprio nel momento in cui gli passo accanto per andare in bagno. Insulti rivolti alle donne in generale, come sempre, ma treno è una parola maschile, anche ritardo è una parola maschile, anche la parola guasto è maschile. Uno dei due si rende conto e mi chiede scusa, l’altro invece incrocia il mio sguardo desolato e si infiamma, insiste per scandalizzarmi, urla, snocciola tutti i poveri epiteti che conosce. Faccio l’unica cosa che può salvarmi: compro un pacco gigantesco di patatine fritte, una coca-cola e torno al mio posto. Quasi mi viene da piangere però, sono le dieci di sera e mi aspetta un self check-in notturno da qualche parte. Sei cretina se piangi, mi dico, e prendo altre manciate di patatine, non le offro a nessuno dei miei vicini, anzi li guardo male, come se volessero rubarmele. Sono una persona odiosa. Medito di litigare con quell’uomo, di lamentarmi con il capotreno, di comprare altre patatine. Ho bisogno di un capro espiatorio. Poi però succede una cosa: la chat di famiglia tintinna. Sarà mio figlio che non sa come sbloccare quel vinile alla dogana, sarà il cane che vuole cambiare croccantini, sarà il gatto che si annoia.

La chat tintinna e non sono richieste, ma video da un altro tempo, da un altro mondo: c’è mia figlia in camicia da notte, non può avere più di sei anni, ha una chitarrina rossa in mano e canta, arriva suo fratello, piccolissimo, anche lui con una chitarrina blu in mano, e canta, almeno ci prova. La casa la riconosco, loro li riconosco, a un certo punto sento una risata e capisco che è la mia, ma più giovane, più bella. Sono io che sto facendo quel video, di un momento meraviglioso che non ricordo più e che forse mi sembrava un momento qualunque. Ricordo le chitarrine, comprate al mercato. E’ sera perché c’è la luce accesa e loro sono in pigiama. Mi stanno facendo una serenata, mi stanno prendendo in giro, non lo capisco perché era un altro tempo e io adesso sono su questo treno per niente allegro e da quanto tempo non rido più così? Arrivano altri video, loro in montagna che scivolano sulle slitte e una voce, la mia, che grida attenti c’è una macchina. Loro che ridono, scivolano, gridano aiuto. Loro su un albero, in posa. Quelle vocine di cristallo, lui che chiama sua sorella perché sua sorella è il suo capo, il suo idolo, la sua regina, lei lo comanda e lui fa tutto, anche lo scivolo all’indietro che poi batte la testa e piange e ride tutto insieme e di nuovo chiama sua sorella che deve salvarlo, solo lei può salvarlo. Li guardo e li riguardo su questo treno fermo, il sacchetto delle patatine vuoto, io ricoperta di briciole e di lacrime, faccio un gran fracasso e i vicini mi guardano spaventati. Scrivo nella chat: ma dove li avete trovati? Mia figlia da circa venti giorni ha deciso di mettere in ordine la sua stanza, un centimetro alla volta. Sarà forse in ordine nel 2029, quando se ne sarà andata. Proprio oggi, però, ha trovato una chiavetta dentro una scatola dentro un’altra scatola sotto la scrivania e ha scaricato le foto e i video di quindici anni fa. Io non ci sono mai, perché sono l’unica che fa le foto, e trovo il modo di lamentarmene. Sono proprio insopportabile, lo pensano anche i miei vicini di posto che vogliono cambiare carrozza. Ma mio figlio scrive una cosa in chat: la mamma, comunque, ha sempre la stessa risata. E il treno riparte.

 

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Il Foglio

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