Strage di Cutro, l’ammiraglio: «Le motovedette potevano uscire. Io sarei uscito»
- Postato il 8 aprile 2026
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Strage di Cutro, l’ammiraglio: «Le motovedette potevano uscire. Io sarei uscito»
L’ammiraglio Carannante al processo per la strage di Cutro: «Le motovedette potevano uscire, sarebbero giunte due ore prima del naufragio».
CROTONE – «Perché la motovedetta doveva aspettare il pattugliatore se poteva navigare con mare superiore a forza 4? Le motovedette possono andare in mare in qualsiasi condizione. Io sarei uscito». È soltanto una delle omissioni che potrebbero essere alla base della tragedia del 26 febbraio 2023, quando, a Steccato di Cutro, in una gelida alba affondò il caicco Summer Love facendo un centinaio di morti. A ripercorrere le falle nella macchina dei soccorsi è stato l’ammiraglio in pensione Salvatore Carannante, il super perito della Procura di Crotone che contesta a sei ufficiali di Guardia di finanza e Capitaneria di porto la responsabilità della strage.
NESSUN SEGRETO DI STATO
L’udienza si è aperta con una rivelazione da parte del pm Matteo Staccini. La Procura aveva sollecitato più volte Frontex per sapere se alcuni atti siano ancora coperti da segreto di Stato al fine di produrli nel processo. E ha scritto al Comando operativo aeronavale della Guardia di finanza e al Comando nazionale delle Capitanerie di porto per sapere se altri atti siano stati “declassificati” e quale sia, eventualmente, il livello di segretezza. La risposta dagli enti interpellati è che gli atti non sono coperti da segreto ma sussistono limitazioni alla circolarità delle informazioni circa gli assetti navali ed aerei pianificati nell’ambito dell’operazione Themis.
LIMITI ALLE COPIE
I limiti sono non nell’ostensibilità degli atti, già a disposizione delle parti, ma nelle estrazioni di copie. Il pm ha depositato gli atti perché il Tribunale penale valuti come procedere contemperando esigenze di sicurezza nazionale e diritto di difesa. L’orientamento del presidente del collegio, Alfonso Scibona, che si riserva di fare una valutazione sull’indispensabilità di tutti gli atti ai fini del decidere, è di metterli intanto a disposizione delle parti che potranno consultarli e fare le loro osservazioni.
MANCATA USCITA
L’udienza è quindi entrata nel vivo con la testimonianza di Carannante, che ha ripercorso la dinamica dell’affondamento, le testimonianze dei pescatori, il fondale basso fatto di dune sabbiose. Circostanze già esplorate nel parallelo processo agli scafisti che ha portato a cinque condanne tra rito abbreviato e ordinario. I dubbi sui mancati soccorsi si sono subito sollevati appena Carannante ha affrontato il tema delle condizioni meteorologiche e della mancata uscita delle motovedette e del pattugliatore Barbarisi da Taranto. «L’ufficio operativo della Guardia di finanza – ha detto il teste incalzato dal pm – poteva essere a conoscenza di problematiche che rendevano inidonee le imbarcazioni alla navigazione. Io – ha detto ancora il vecchio lupo di mare – ci sarei andato».
I RADARISTI
Perplessità anche sull’operato dei radaristi. «L’imbarcazione doveva essere monitorata. Sarebbe stata scoperta prima. Non si è fatta nessuna operazione e così l’apparizione del target sul radar di Campolongo è stata fortuita e non ricercata. L’operatore ha annotato il bersaglio. Ma il dato doveva essere ricercato. Sapendo che un bersaglio era stato segnalato da Eagle 1 (il velivolo di Frontex, ndr) e che andava verso terra, si doveva necessariamente seguire e scoprire, anche se a 40 miglia dalla costa».
MONITORAGGIO OCCULTO
Il monitoraggio “occulto”, ha spiegato il consulente del pm, va fatto anche in caso di operazione di polizia. «Devo monitorare il bersaglio se svolgo operazione di law enforcement. Si fa monitoraggio occulto fino a quando il target non entra in acque territoriali. A quel punto scatta l’operazione di polizia». «Ma se la termocamera è rotta e i mezzi non escono, come si cerca il target?», ha chiesto il pm. «Con gli elicotteri, con gli aerei, come ha fatto Eagle 1», la replica del teste.
DATI FRONTEX FUORVIANTI
L’ammiraglio ha chiarito perché ha definito le informazioni fornite da Frontex come fuorvianti e approssimative. Dalle posizioni rilevate da Eagle 1, la rotta media seguita dall’imbarcazione era di 325° e non di 296° come indicato nel report di missione. «Con tale rotta – osserva nel suo elaborato il consulente – l’imbarcazione con i possibili migranti a bordo sarebbe giunta a Capo Rizzuto, ovvero in una posizione di circa 8 NM più ad est del luogo dove sono stati poi trovati i rottami del relitto».
I CALCOLI DELL’AMMIRAGLIO
Secondo i calcoli dell’ammiraglio, «la distanza che l’imbarcazione avrebbe dovuto compiere per arrivare in costa era di circa 38,5 NM e non 53 NM». Considerando, inoltre, la velocità di 7,3 nodi calcolata, questa distanza sarebbe stata coperta in 5 ore e 15 minuti e pertanto l’orario di arrivo sotto costa dell’imbarcazione doveva essere alle 03:41. Un orario compatibile con quello delle telefonate dei pescatori Ivan Paone, Gabriel Curca e Paolo Cefaly la mattina del 26 febbraio. Le prime richieste di soccorso sono delle 4:12.
MANCATI SOCCORSI
Il tema di fondo è che le motovedette avrebbero dovuto “affacciarsi” per verificare la praticabilità del soccorso. «La decisione poteva prenderla il comandante della motovedetta. Con la velocità che faceva avrebbe intercettato l’imbarcazione prima del naufragio». E ancora: «Se le condizioni del mare non consentivano di fare l’operazione law enforcement, si poteva chiedere l’ausilio di un’altra forza, anche dopo l’offerta di aiuto della Capitaneria», ha detto il teste.
Anche il comandante del Reparto aeronavale poteva «modificare il corso degli eventi». Come? «Poteva suggerire la risoluzione di problematiche o avocare a se l’operazione, facendo uscire la motovedetta o sollecitando la Capitaneria. Perché la motovedetta doveva aspettare il pattugliatore se poteva navigare con mare superiore a forza 4?».
LE MOTOVEDETTE POTEVANO USCIRE
Un aspetto su cui ha insistito, nel suo interrogatorio, l’avvocato di parte civile Francesco Verri, che assiste superstiti e familiari di vittime, è stato quello dei mancati soccorsi. La Guardia di finanza traccia correttamente la rotta? «Sì, nonostante l’errore di Frontex». La risposta termica da sottobordo? «La finanza alle 23.20 comunica l’avvistamento di un’imbarcazione con migranti. Decodifica correttamente il messaggio Frontex». I mezzi delle Fiamme gialle erano adatti ai soccorsi? «La motovedetta poteva navigare a 30 nodi, impiegando circa un’ora. Il pattugliatore veloce Barbarisi, poteva tenere mare forza 4 navigando a velocità di 15 nodi. Lo dice la scheda tecnica. Il comandante non se l’è sentita, se ha considerato che le condizioni meteo erano in via di peggioramento».
INTERCETTAZIONE POSSIBILE DUE ORE PRIMA DEL NAUFRAGIO
Inoltre, ha detto il teste rispondendo sempre all’avvocato Verri, «La Guardia di finanza avrebbe potuto richiedere l’intervento di un’altra forza, pur mantenendo il coordinamento dell’operazione di law enforcement». Il teste ha richiamato anche il regolamento della sala operativa di Reggio Calabria, uscite in mare dopo il naufragio. «Quella di Roccella impiega due ore. Consideriamo velocità e distanza di 34 miglia nautiche. Se fosse uscita per intercetto alle 0:30 sarebbe giunta alle 2:30 a Steccato». La tragedia si materializza poco prima delle 4, come è noto. «In altri casi Finanza e Capitaneria sono uscite svolgendo operazioni coordinate?», ha chiesto il legale. «Come no, a Lampedusa escono insieme per prendere i migranti e portarli nel porto di lampedusa. Collaborano per la salvezza delle vite umane». Quello che a Steccato di Cutro, quella tragica notte, non è accaduto.
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Strage di Cutro, l’ammiraglio: «Le motovedette potevano uscire. Io sarei uscito»