Sparatoria a Washington, il sospettato è un afghano negli Usa dal 2021: Trump dà la colpa a Biden. Ancora gravi i due militari colpiti
- Postato il 27 novembre 2025
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- Di Il Fatto Quotidiano
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“Il sospetto in custodia è uno straniero che è entrato nel nostro Paese dall’Afghanistan, un inferno sulla Terra. È arrivato sotto l’amministrazione Biden nel 2021, su quei famigerati voli di cui tutti parlavano. Nessuno sapeva chi stesse arrivando. Nessuno sapeva niente. Il suo status è stato rinnovato in base a una legge firmata da Biden, un presidente disastroso, il peggiore nella storia del nostro Paese”. Questa notte Donald Trump ha parlato alla nazione per fare il punto sull’agguato di ieri sera alla Guardia Nazionale a Washington. Almeno cinque colpi di arma da fuoco sono stati esplosi, nelle strade attorno alla Casa Bianca, con l’Fbi che ha aperto un’indagine per terrorismo. Due soldati, colpiti alla testa, sono ricoverati in condizioni critiche (dopo essere stati dati per morti in serata).
Anche l’aggressore è stato colpito: secondo l’Fbi, e sono le stesse informazioni che ha dato il presidente, si tratta di un 29enne cittadino afghano entrato negli Stati Uniti nel 2021, durante l’operazione Allies Welcome. Si trattava di un programma dell’amministrazione Biden per evacuare e reinsediare decine di migliaia di afghani dopo il ritiro americano dal Paese. L’iniziativa portò negli Stati Uniti circa 76.000 persone, molte delle quali avevano lavorato come interpreti e traduttori al fianco delle truppe e dei diplomatici statunitensi. E, stando alle prime informazioni, anche il responsabile dell’attacco avrebbe avuto, in passato, contatti con varie agenzie del governo Usa, Cia compresa. L’operazione fu ed è ancora molto criticata da parte di Trump e dei repubblicani, oltre che da alcuni organi di controllo del governo per le lacune nel processo di verifica e la velocità delle ammissioni; dall’altro lato, i sostenitori affermano che abbia offerto un’àncora di salvezza alle persone a rischio di rappresaglie talebane. Il sospettato, residente nello Stato di Washington, è stato identificato dalle forze dell’ordine come Ramanullah Lakanwal, ma le autorità stanno ancora lavorando per confermare la sua storia precedente. Una volta entrato negli Stati Uniti, si sarebbe stabilito a Bellingham, una città 127 km a nord di Seattle, con la moglie e i loro cinque figli. “Se non sanno amare il nostro Paese, non li vogliamo“, ha affermato Trump aggiungendo che la sparatoria è stata “un crimine contro l’intera nazione”. Per ora sono sconosciuti i motivi del gesto. L’uomo, raccontano i testimoni, sarebbe “arrivato da dietro l’angolo” e avrebbe aperto il fuoco contro i militari. Al vaglio degli inquirenti ci sono i video delle telecamere di sorveglianza.
La sparatoria contro membri della Guardia Nazionale, il giorno prima del Ringraziamento, è avvenuta mentre la presenza delle truppe nella capitale e in altre città è da mesi un tema scottante, che alimenta un ampio dibattito pubblico sull’uso dell’esercito da parte dell’amministrazione Trump per combattere quello che alcuni funzionari definiscono un problema di criminalità fuori controllo. E infatti in serata sono stati immediatamente inviati a Washington altri 500 membri della Guardia nazionale. Secondo l’ultimo aggiornamento del governo, attualmente circa 2.200 soldati sono assegnati alla task force congiunta che opera in città.
Ma, come detto, l’attacco è stato utilizzato dal presidente anche per criticare nuovamente il suo predecessore Biden e scagliarsi contro l’immigrazione. “Nessun Paese può tollerare un rischio simile per la propria sopravvivenza”, ha detto Trump. Nelle sue dichiarazioni, in un video pubblicato sui social media, è chiara l’intenzione di rivedere il sistema di ingresso negli Stati Uniti e di intensificare i controlli sui migranti già presenti. Stanotte, Trump ha messo in mezzo il Minnesota, e le “centinaia di migliaia di somali” che stanno “facendo a pezzi quello che un tempo era uno Stato grandioso”. Il Minnesota ospita la più grande comunità somala del Paese, circa 87.000 persone. Molti sono arrivati come rifugiati nel corso degli anni. Nessuno di loro c’entra nulla con la sparatoria a Washington.
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