Se anche alla Cina conviene che gli Usa investano nel petrolio venezuelano
- Postato il 8 gennaio 2026
- Economia
- Di Formiche
- 1 Visualizzazioni
No, gestire e rilanciare il Venezuela del post Maduro non sarà una passeggiata per gli Stati Uniti. Ma a qualcuno potrebbe anche convenire, tipo la Cina. A quasi una settimana dal blitz che ha portato alla rimozione del dittatore sudamericano, Washington sta ancora prendendo le misure e ragionando sul piano che possa rimettere in piedi un Paese molto ricco nel sottosuolo (i giacimenti venezuelani rappresentano un quinto delle riserve mondiali) ma molto povero sopra la superficie: al netto delle politiche economiche para-socialiste formato XXI secolo messe in atto prima da Hugo Chavez e poi dallo stesso Maduro, Caracas esporta poco un nulla in confronto alle sue immense riserve di greggio.
Il rebus del petrolio made in Venezuela
Ora, il futuro immaginato dagli Stati Uniti parte proprio dal rilancio dell’industria petrolifera venezuelana, che in termini di infrastrutture è messa molto male. Il greggio sudamericano è però molto più viscoso di quello americano e questo fa la differenza per le grandi compagnie Usa che proprio domani incontreranno il presidente Donald Trump per fare il punto della situazione. Va bene, ma la strada potrebbe essere molto più in salita di quanto si creda. Almeno di questo è convinta Melanie Hart, direttrice senior del Global China Hub dell’Atlantic Council e che in precedenza, ha ricoperto il ruolo di consulente senior per la Cina presso l’Ufficio del sottosegretario per la Crescita Economica, l’Energia e l’Ambiente del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti.
Ebbene, secondo Hart, il problema sta tutto nell’oro nero e nelle infrastrutture a esso connesse. “C’è una grande differenza tra riserve di petrolio e produzione di petrolio. Il Venezuela ha grandi riserve, ma immetterle sul mercato è complesso. Il petrolio venezuelano è un greggio pesante e viscoso, costoso da estrarre e che richiede una raffinazione specializzata”, premette l’economista ed esperta. “L’esercito venezuelano gestisce la compagnia petrolifera statale del Paese, Petróleos de Venezuela (Pdvsa, ndr). Questa gestione è stata tutt’altro che stellare. Nonostante le immense riserve del Paese, le esportazioni di petrolio del Venezuela sono crollate circa un decennio fa. Ora, Trump sembra dare per scontato che le grandi compagnie petrolifere statunitensi interverranno e cambieranno la situazione”.
Una strada in salita
“Ripristinare la produzione ai livelli pre-Chávez è, nella migliore delle ipotesi, un progetto che richiederà da uno a due decenni. La stessa Cina ha già provato a fare proprio questo: ha investito miliardi di dollari e ha inviato le proprie compagnie petrolifere. Ma le esportazioni sono comunque diminuite”, spiega Hart. “La Cina non è riuscita a rilanciare l’industria petrolifera venezuelana nonostante miliardi di investimenti: le stime più attendibili indicano che la Cina abbia erogato circa sessanta miliardi di dollari in prestiti ufficiali e circa cento miliardi di dollari in totale se si includono tutti gli investimenti cinesi nel Paese. Quindi non è chiaro come se la caveranno le aziende statunitensi”.
Oro nero sì, ma a chi?
Ammettiamo però per un istante che Trump riesca nel suo intento di rilanciare l’industria petrolifera venezuelana, proprio ingaggiando le big oil statunitensi. Garantirà lo stesso le forniture a chi oggi ha sempre comprato oro nero da Caracas, ovvero la Cina? “Il presidente americano ha dichiarato di voler continuare a rifornire di petrolio gli attuali acquirenti del Venezuela, Cina inclusa. Se ciò dovesse accadere, se gli Stati Uniti si facessero avanti e investissero miliardi nel settore petrolifero venezuelano e una buona parte di quel petrolio andasse alla Cina, allora questa potrebbe essere la migliore possibilità per la stessa Pechino di recuperare effettivamente il saldo rimanente di alcuni dei suoi investimenti precedenti. Non sarebbe esattamente un cattivo affare per la Cina”. Insomma, quasi quasi al Dragone conviene tifare Usa.