Scacco matto a Teheran: gli Emirati colpiscono il cuore finanziario del regime iraniano a Dubai
- Postato il 24 marzo 2026
- Di Panorama
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Le monarchie del Golfo stanno progressivamente abbandonando la cautela iniziale e si avvicinano a un coinvolgimento sempre più diretto nello scontro con l’Iran, dopo una sequenza di attacchi che ha colpito infrastrutture energetiche, aeroporti e centri economici della regione. Le offensive di Teheran hanno inciso sulle economie locali e alimentato il timore che la Repubblica islamica possa consolidare un controllo strategico sullo Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il commercio mondiale di energia.
In questo contesto, le iniziative più recenti rafforzano la capacità operativa degli Stati Uniti, ampliando le opzioni per attacchi aerei e aprendo un fronte economico contro le risorse finanziarie iraniane. I Paesi del Golfo non hanno ancora dispiegato apertamente le proprie forze militari, ma la linea rossa che intendevano mantenere appare sempre più fragile. La pressione aumenta man mano che Teheran segnala la volontà di accrescere la propria influenza sull’area ricca di idrocarburi.
La fine della neutralità e il nuovo ruolo della base King Fahd
Un passaggio significativo è arrivato dall’Arabia Saudita, che ha autorizzato l’utilizzo della base aerea di King Fahd da parte delle forze americane. Prima dello scoppio delle ostilità, Riyadh aveva escluso l’impiego delle proprie infrastrutture per operazioni contro l’Iran, nel tentativo di restare fuori dal conflitto. Questa posizione è cambiata dopo gli attacchi missilistici e con droni che hanno colpito installazioni energetiche e la stessa capitale saudita.
Il principe ereditario Mohammed bin Salman, secondo fonti vicine al dossier, sarebbe ora orientato a ristabilire una deterrenza più credibile e valuterebbe l’ingresso diretto del Regno nelle operazioni. Il ministro degli Esteri Faisal bin Farhan ha avvertito che «la pazienza non è illimitata» e ha definito un errore pensare che gli Stati del Golfo non siano in grado di reagire.
Allo stesso tempo, gli Emirati Arabi Uniti hanno adottato una linea più dura sul piano economico e politico. Abu Dhabi ha iniziato a limitare attività riconducibili a interessi iraniani, colpendo una delle principali vie di approvvigionamento commerciale di Teheran. La chiusura dell’ospedale iraniano e del club iraniano di Dubai è stata accompagnata da un annuncio ufficiale su misure mirate contro istituzioni legate al regime e al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie.
Gli Emirati, per anni hub finanziario per imprenditori e capitali iraniani, hanno anche ventilato il congelamento di ingenti risorse, una mossa che potrebbe ridurre l’accesso di Teheran alla valuta estera mentre l’economia interna resta sotto pressione per inflazione e sanzioni.
Il rischio escalation e la sicurezza dello Stretto di Hormuz
Nonostante le dichiarazioni pubbliche di neutralità, diversi indizi suggeriscono un coinvolgimento più concreto. Video verificati indicano lanci di missili da territori del Golfo, mentre un attacco iraniano avrebbe danneggiato a terra aerei cisterna statunitensi nella base saudita di Prince Sultan. Washington evita commenti sul livello di cooperazione dei partner arabi, lasciando che siano i governi locali a definire il proprio ruolo.
Le monarchie della regione si trovano così strette tra il timore di diventare bersagli diretti e la necessità di rispondere alle pressioni iraniane. Teheran, infatti, ha intensificato le operazioni contro infrastrutture energetiche, hotel e aeroporti, mentre solo gli Emirati avrebbero intercettato oltre duemila attacchi. Inoltre, la Repubblica islamica ha avanzato l’idea di introdurre un pedaggio nello Stretto di Hormuz, dopo aver già colpito navi in transito e favorito selettivamente alcune rotte, alimentando l’allarme sulle forniture energetiche globali.
Gli attacchi contro il polo energetico di Ras Laffan in Qatar e contro installazioni in Arabia Saudita, Kuwait ed Emirati hanno rappresentato un punto di svolta. Doha ha parlato di escalation pericolosa, mentre i leader del Golfo, pur irritati dalla limitata influenza sulle decisioni dell’amministrazione statunitense, avrebbero sollecitato Washington a completare l’operazione contro le capacità militari iraniane.
La rappresaglia iraniana è seguita all’attacco israeliano contro il giacimento di South Pars, autorizzato dagli Stati Uniti dopo consultazioni con Israele. In questo clima, il consigliere presidenziale emiratino Anwar Gargash ha denunciato l’assenza di una risposta coordinata araba e islamica, chiedendo maggiore solidarietà regionale di fronte alla «brutale aggressione iraniana». Le monarchie del Golfo, tradizionalmente caute, si trovano ora a valutare un coinvolgimento che potrebbe ridefinire gli equilibri mediorientali. Anche nel caso di un accordo diplomatico, le tensioni accumulate nelle ultime settimane sembrano destinate a lasciare conseguenze profonde, sia sul piano strategico sia sulla sicurezza delle rotte energetiche internazionali.