Sanremo 2026, la figlia di Peppe Vessicchio: "Come lo riporto al Festival"
- Postato il 12 febbraio 2026
- Spettacoli
- Di Libero Quotidiano
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Sanremo 2026, la figlia di Peppe Vessicchio: "Come lo riporto al Festival"
A pochi passi dal teatro Ariston, sul lungomare di Sanremo, sta per nascere “Casa Vessicchio”, uno spazio voluto e sognato da Peppe Vessicchio, maestro più amato della lunga storia del Festival della canzone italiana, per raccontare il suo universo fatto di musica, cucina, giovani talenti e cultura. A parlarne con Libero è Alessia Vessicchio, figlia “di fatto” del direttore d’orchestra napoletano. L’incontro tra un giovanissimo Peppe Vessicchio e la mamma di Alessia, la scrittrice Enrica Mormile, avvenne nel 1976, quando il musicista aveva solo vent’anni. L’età precoce non impedì a Vessicchio di accudire sin da subito come un padre la bambina di sette anni della donna che nel 1989 sarebbe diventata sua moglie. Oggi Alessia, a sua volta scrittrice, alla vigilia dell’uscita del libro Fino a te (Graus editore), dopo aver raccontato perla prima volta pubblicamente il legame col padre putativo in tv a La Volta Buona, ricorda commossa il grande lascito di suo padre Peppe.
Alessia, come è nata l’idea di realizzare Casa Vessicchio a Sanremo?
«È un’idea che papà aveva già da tempo. Voleva uno spazio dove raccontare tutto ciò che amava: la musica, certo, ma anche il vino che produceva, la cucina, le borse di studio e il suo rapporto con i giovani. Dopo la sua scomparsa, assieme a Andrea Rizzoli, storico collaboratore di mio padre e Nicolò Petitto, abbiamo deciso di dar vita a quel sogno. Sarà un luogo aperto per tutta la settimana del Festival, con incontri, podcast, degustazioni, serate dedicate alle sue ricette. Un modo per continuare a far vivere il suo mondo».
Il grande pubblico conosceva e amava l’umanità del maestro. Ma nel privato che uomo era Peppe Vessicchio?
«La cucina era il suo vero linguaggio d’amore. Da buon napoletano per lui cucinare significava prendersi cura... La domenica chiamava e chiedeva: “Cosa vi cucino?”. Coltivava l’orto, studiava i prodotti, faceva esperimenti perfino sulla cottura della pasta. Approfondiva tutto, dal pomodoro alla fisica quantistica. Era un uomo curioso, colto, appassionato».
Particolare anche la sua dedizione verso i giovani artisti. Ha qualche ricordo di questo aspetto così nobile del suo percorso professionale?
«Si dedicava ai ragazzi nei festival, in tv come nelle scuole di provincia. È capitato che abbia tenuto addirittura delle masterclass gratuite. Diceva sempre sì quando si trattava di sostenere i più giovani che avevano bisogno di un’occasione. Era vicino a loro senza distinzione, anzi con una generosità autentica».
Cosa ha significato per lei averlo avuto come padre “per scelta”?
«Tutto. Io ho scelto di essergli figlia e lui ha scelto di essermi padre. Ogni giorno. Non c’era costrizione, solo amore. Lui mi ha cresciuta con calma, senza mai alzare la voce. Diceva che se urli l’altro va in difesa e non ti ascolta più. È una lezione che porto dentro».
Le propose di adottarla ufficialmente e di prendere il suo cognome. Perché lei si rifiutò?
«Me lo propose anche più di una volta. Io rifiutai perché mi sembrava di mancare di rispetto al mio padre naturale. Avevo vent’anni, poi me lo ripeté intorno ai trenta. Oggi è uno dei miei pochi rimpianti: forse avrei dovuto dire sì... Però mi sono sempre sentita Vessicchio, e lui mi ha sempre chiamata così senza pretendere mai che dimenticassi il mio padre naturale o il suo cognome (Grieco ndr)».
Nel suo libro in uscita parla anche di suo padre Peppe?
«Nella prima pagina gli ho chiesto scusa perché gli avevo detto che glielo avrei fatto leggere solo una volta pubblicato ma lui se n’è andato prima e non ha potuto leggerlo. È un dolore grande».
Qual è l’eredità più bella che le ha lasciato?
«I quarantanove anni vissuti insieme. Ogni insegnamento, ogni parola, ogni ragù cucinato. Gran parte di ciò che sono oggi lo devo a lui. Mi ha insegnato la coerenza, a non scendere a compromessi, a parlare con misura. E mi ha sostenuta quando ho lasciato il lavoro da autrice televisiva per inseguire il sogno di scrivere libri. Mi disse: “Vai, quando scrivi carezzi”. Non lo dimenticherò mai».
E cosa le manca di più?
«Mi manca Peppe. La telefonata del “Cosa vi cucino domani?”. Le risate, i Lego che costruiva con le sue pronipoti...perché mia figlia lo ha reso anche bisnonno! Manca come l’aria la sua presenza silenziosa. Era l’unico uomo in una famiglia di donne, il nostro punto fermo».
Fino a te in effetti racconta cinque generazioni di donne. È anche un modo per continuare il suo insegnamento?
«Assolutamente sì. Diceva che se racconti qualcosa che hai davvero vissuto, l’emozione arriva. Questo libro è il mio modo di onorare le donne della mia famiglia e anche lui, che mi ha insegnato a credere nelle storie e nella forza gentile delle parole».