Sanremo 2026, dopo la prima serata: finalmente meno personaggi e più persone
- Postato il 25 febbraio 2026
- Attualità
- Di Paese Italia Press
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di Francesco Mazzarella
a prima serata di Sanremo 2026 si è già presa il suo spazio nel rito nazionale: palco, luci, commenti, meme, pagelle, tifo, sentenze premature. Tutto previsto. Tutto già visto. Eppure, sotto questa superficie rumorosa, ieri sera è passato qualcosa di più interessante.
Nei testi delle canzoni in gara si è sentita un’Italia meno arrogante e più esposta.
La prima notte del Festival, martedì 24 febbraio, ha portato sul palco dell’Ariston tutti e 30 i Big, con voto iniziale della Sala Stampa, Tv e Web, come da struttura ufficiale della serata inaugurale. E proprio questo primo ascolto live — non solo la lettura dei titoli o delle anticipazioni — ha chiarito una cosa: quest’anno, almeno per ora, la canzone italiana sembra avere meno voglia di fare la posa e più bisogno di dire la crepa.
È una differenza enorme.
Per anni abbiamo oscillato tra due caricature: da una parte la canzone che anestetizza, dall’altra la canzone che si traveste da manifesto. In mezzo, poco spazio per la verità imperfetta della vita reale. Ieri, invece, in molti testi si è percepito altro: relazioni fragili, paura di perdere, nostalgia, fatica, giudizio, disordine interiore, bisogno di restare umani.
Non è un dettaglio stilistico. È un segnale culturale.
Perché quando Sanremo — la macchina popolare per eccellenza — smette di raccontare soltanto personaggi e comincia a lasciar passare persone, significa che qualcosa si è mosso anche fuori dall’Ariston. Significa che il pubblico non cerca più solo l’effetto. Cerca riconoscimento.
E qui va detto con chiarezza: non stiamo parlando di un Festival “triste”. Stiamo parlando di un Festival che, almeno alla prima sera, ha mostrato una cosa che mancava da tempo nel linguaggio pubblico italiano: la fragilità senza vergogna.
In un Paese che vive da anni dentro una pressione continua — economica, sociale, relazionale, digitale — sentire testi che non fingono invincibilità è quasi una notizia. Non risolve nulla, certo. Ma rompe una liturgia tossica: quella per cui bisogna sempre apparire forti, brillanti, inattaccabili.
No. Ieri sera, dentro molte canzoni, è passato altro: il diritto a non essere perfetti.
E questa, se ci pensi, è già una piccola rivoluzione.
C’è poi un secondo elemento che merita attenzione: il rapporto tra personale e clima collettivo. Anche quando i brani non parlano esplicitamente di politica, dentro i testi si sente il peso del presente. Si sente il rumore del giudizio, la fatica di orientarsi, l’ansia di restare, la paura di perdersi, il bisogno di vicinanza. In questo senso, i testi non sono solo canzoni d’amore o di rottura: sono termometri emotivi di una società stanca.
Ed è qui che Sanremo torna utile, persino quando lo critichiamo.
Perché il Festival, nel bene e nel male, resta una delle pochissime piazze nazionali dove l’Italia si ascolta parlare da più generazioni contemporaneamente. E se in quella piazza, nel 2026, passano più crepe che slogan, più domande che certezze, più vulnerabilità che posture, allora forse vale la pena fermarsi a leggere prima di correre a giudicare.
Certo, siamo solo alla prima serata. E sarebbe ingenuo trasformare un primo ascolto in verità definitiva. Alcuni brani cresceranno, altri si sgonfieranno, altri ancora cambieranno significato nelle prossime esibizioni. Ma un segnale si può già cogliere: sotto il rumore del Festival, l’Italia sta chiedendo parole meno finte.
Non solo hit.
Non solo tormentoni.
Non solo identità da esibire.
Sta chiedendo parole che sappiano stare dentro la complessità senza ridurla a posa.
E forse è questa la lettura più interessante dopo la prima notte all’Ariston: non chi ha “spaccato”, non chi ha fatto il meme migliore, non chi ha già mezza vittoria in tasca. La lettura più interessante è che nei testi si intravede un Paese affaticato ma non cinico, ferito ma non spento, fragile ma ancora desideroso di legami.
Un Paese che, sotto i lustrini, non sta chiedendo solo spettacolo.
Sta chiedendo di essere raccontato con più verità.
E se Sanremo 2026 continuerà su questa linea, allora il Festival — almeno per qualche sera — avrà fatto qualcosa di raro: non solo intrattenere l’Italia, ma restituirle una lingua un po’ più onesta per dirsi.
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