Salari stagnanti che non compensano l’inflazione: i dati Inps. E le donne guadagnano il 30% in meno
- Postato il 15 gennaio 2026
- Economia
- Di Il Fatto Quotidiano
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Stagnazione dei salari reali e aumento delle retribuzioni nominali lorde incapace a compensare l’aumento dell’inflazione, in parte anche per la lentezza dei rinnovi contrattuali (il tempo medio è di oltre due anni) e per gli anomali livelli di crescita dei prezzi registrati nel biennio 2022-2023. È quanto emerge dall’Analisi della dinamica retributiva dei lavoratori dipendenti in Italia, appena presentata a Roma e realizzata dal Coordinamento generale Statistico attuariale e dalla direzione centrale Studi e ricerche dell’Inps. Per i dipendenti privati, dice il rapporto, la retribuzione annuale media è passata da 21.345 euro nel 2014 a 24.486 euro nel 2024, pari a un tasso di crescita del 14,7% sull’intero periodo, mentre la retribuzione annuale media dei dipendenti pubblici è passata da 31.646 euro nel 2014 a 35.350 euro nel 2024, pari a un tasso di crescita dell’11,7% sull’intero periodo, con un tasso inferiore a quello dell’inflazione. Tenendo conto dell’inflazione all’8,1% nel 2022 e al 5,4% nel 2023, infatti, si riscontra un quadro di stagnazione generale. Se invece si guarda solo alle retribuzioni contrattuali e non a quelle effettive che tengono conto degli straordinari e non solo, tra il 2019 e il 2024 si è registrato un gap tra aumento nominale dei salari e quello dei prezzi di oltre nove punti.
Nel settore privato le donne continuano ad avere retribuzioni medie effettive molto più basse di quelle degli uomini. “Si conferma – si legge – la forbice tra le retribuzioni in base al genere. La retribuzione media annua delle donne, infatti, è circa il 70% di quella degli uomini. Ad esempio, nel 2024 la retribuzione media delle donne è di poco sotto i 20 mila euro (19.833 euro), quella degli uomini quasi 28 mila euro, anche se rispetto al 2014 la retribuzione media delle donne è cresciuta di più (+17,5%) di quella degli uomini (+13,5%). Il gender pay gap è solo in parte spiegato dal minor numero di giornate retribuite per le donne (240) rispetto agli uomini (251)”. Negli ultimi due anni comunque, sottolinea l’Inps, si è assistito a una crescita delle retribuzioni reali anche grazie alla bassa inflazione e al richiamato gap temporale dei rinnovi contrattuali. Occorre infine tener presente che gli incrementi salariali sono correlati alle dinamiche della produttività del lavoro che nel nostro paese è condizionata da fattori strutturali quali la composizione settoriale, la bassa innovazione tecnologica. Diverse le conclusioni se si analizzano le retribuzioni nette, dopo l’intervento delle agevolazioni contributive e fiscali, che per i redditi più bassi hanno consentito un recupero maggiore rispetto all’inflazione fino a raggiungere, al livello mediano delle retribuzioni, un recupero quasi completo. “Alcune misure di carattere fiscale o contributivo hanno attutito questo effetto”, ma ”in questi anni non vi è stato un recupero pieno e tantomeno un incremento del potere d’acquisto”, avverte Roberto Ghiselli, presidente del Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell’Inps (Civ).
“I salari non coprono l’aumento dell’inflazione. Le bugie del Governo Meloni sono ancora una volta smascherate, questa volta dai dati INPS che ci riportano un’immagine dell’Italia ben diversa da quella raccontata dalla Maggioranza”, ha dichiarato Chiara Gribaudo, vicepresidente del Partito Democratico, dopo aver partecipato al Convegno organizzato dal Civ a Roma. “Servono salario minimo, politiche economiche serie, crescita e prospettive per i giovani, che attualmente sono del tutto assenti”. Dura anche la senatrice Annamaria Furlan, di Italia viva. “Il Governo parla di occupazione, ma non basta aumentare i numeri: senza buona occupazione, senza qualità del lavoro e salari adeguati, il lavoro non garantisce più una vita dignitosa”, aggiunge. “Così si impoverisce il ceto medio e si indebolisce la coesione sociale. Servono politiche che rimettano al centro il valore del lavoro, la contrattazione e la crescita dei salari reali. Senza questo – conclude – non c’è sviluppo né futuro per il Paese”.
Il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini: “Esiste una questione salariale grande come una casa”, in più c’è “l’aumento della precarietà”, oltre alla disparità tra uomini e donne e tra aree geografiche del paese. Tutte distorsioni”. Per Pierpaolo Bombardieri, segretario generale Uil, “molto dipende anche dalla lentezza con cui vengono rinnovati i contratti”. Landini lancia una proposta: “C’è bisogno di arrivare quasi a una contrattazione annuale dei salari per il recupero certo dell’inflazione”. “Bisogna stimolare il rinnovo dei contratti e trovare un sistema che si agganci in maniera automatica al rinnovo. C’è una discussione che noi stiamo facendo con le nostre controparti, con Confindustria e lo faremo nei prossimi giorni con con Confcommercio: se i contratti non si rinnovano, i contributi dello Stato che vengono dati alle aziende bisogna darli comunque? Bisogna iniziare a discutere di questo e di quella che è ormai una epidemia di contratti pirata”, è la risposta di Bombardieri. Disponibilità al confronto è arrivata da Confartigianato: “Siamo disponibili ad aprire con il sindacato una fase nuova di rinnovi contrattuali”, ha detto Riccardo Giovani, direttore Politiche sindacali e del lavoro.
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