Sahara Occidentale, l’Algeria costretta a trattare: a Madrid il ritorno al tavolo sotto la regia degli Stati Uniti
- Postato il 10 febbraio 2026
- Di Panorama
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Dopo anni di chiusure, rigidità e veti reciproci, l’Algeria ha compiuto un passo che segna la fine del proprio isolamento negoziale, accettando di partecipare a un tavolo che riunisce tutti gli attori direttamente coinvolti nella disputa sul Sahara Occidentale. Una decisione che certifica, di fatto, il naufragio della linea diplomatica perseguita da Algeri negli ultimi anni, travolta da pressioni internazionali sempre più incisive e, soprattutto, dall’attivismo degli Stati Uniti. Il nuovo ciclo di consultazioni si è aperto domenica scorsa a Madrid e ha visto la presenza di Marocco, Algeria, Mauritania e Fronte Polisario. I lavori si sono svolti sotto il diretto patrocinio dell’amministrazione del presidente Donald Trump, confermando la centralità ormai assunta da Washington nella gestione del dossier sahariano. L’incontro, tenuto in condizioni di assoluta riservatezza all’interno dell’ambasciata statunitense nella capitale spagnola, si è attenuto a un formato rigidamente definito, in linea con le indicazioni fornite da Massad Boulos, rappresentante speciale per l’Africa, e da Michael Waltz, ambasciatore degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite.
Ogni delegazione era guidata dal proprio ministro degli Esteri: il Marocco con Nasser Bourita, l’Algeria con Ahmed Attaf, la Mauritania con Mohamed Salem Ould Merzoug. Il Fronte Polisario ha preso parte ai colloqui attraverso il responsabile delle relazioni esterne, Mohamed Yeslem Beissat. Presente anche Staffan de Mistura, inviato personale del Segretario generale delle Nazioni Unite per il Sahara Occidentale, in un quadro di co-sponsorizzazione ONU. Il vertice di Madrid è stato preceduto da una prima fase di contatti riservati svoltasi a Washington due settimane prima, un confronto di quarantotto ore lontano da ogni esposizione mediatica. La scelta della Spagna come sede del nuovo incontro risponde a valutazioni pratiche e politiche: per gli Stati Uniti non aveva senso imporre alle delegazioni maghrebine un ulteriore viaggio transatlantico per una riunione di durata limitata. Quello madrileno rappresenta il primo appuntamento negoziale strutturato successivo all’adozione della Risoluzione 2797 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, approvata nell’ottobre 2025. Il testo ribadisce la necessità di una soluzione politica definita «realistica, pragmatica, duratura e reciprocamente accettabile», individuando nel piano di autonomia avanzato dal Marocco il riferimento centrale del processo. La risoluzione invita esplicitamente tutte le parti, Algeria inclusa, a impegnarsi in modo attivo su questa base, mentre Rabat ha nel frattempo ulteriormente dettagliato e ampliato la propria proposta.
Per Algeri è un cambiamento di rotta rilevante. Per anni il regime aveva respinto ogni coinvolgimento diretto, rivendicando lo status di semplice osservatore e negando qualsiasi responsabilità nel conflitto. La decisione di sedersi al tavolo segna invece una ritirata politica evidente, maturata sotto pressione e in aperta contraddizione con le posizioni assunte in passato, quando l’Algeria aveva sistematicamente rifiutato di rilanciare il formato negoziale di Ginevra avviato tra il 2018 e il 2019 sotto l’egida dell’ONU. Questo riposizionamento non è improvviso, ma il risultato di una sequenza diplomatica ben definita. Tra il 19 e il 23 gennaio 2026, una delegazione del Fronte Polisario guidata da Beissat ha condotto una missione discreta a Washington, viaggiando a bordo di un velivolo messo a disposizione dalla presidenza algerina. Un dettaglio che ha contribuito a chiarire ulteriormente, agli occhi degli interlocutori americani, il ruolo strutturale di Algeri nella strategia del movimento saharawi. In quella sede, la diplomazia statunitense ha ribadito senza ambiguità che il piano di autonomia marocchino rappresenta ormai l’unica opzione credibile sul tavolo.
Pochi giorni dopo, il 27 gennaio, Massad Boulos si è recato ad Algeri per incontri ufficiali con il ministro Attaf e con il presidente Abdelmadjid Tebboune. Formalmente dedicata a diversi dossier regionali, dalla Libia al Sahel, la visita ha assunto nei fatti il carattere di un passaggio chiarificatore: un invito esplicito ad abbandonare l’ostruzionismo e ad accettare negoziati fondati sull’autonomia del Sahara sotto sovranità marocchina. La partecipazione algerina ai colloqui di Madrid appare dunque come l’esito di un confronto diplomatico perso. Accettando di rientrare nel processo, Algeri finisce per allinearsi alle indicazioni della Risoluzione 2797 e alle aspettative di Washington, contribuendo potenzialmente a sbloccare un dossier paralizzato da oltre trent’anni. Al tempo stesso, questa svolta mette in luce l’incapacità del regime di sostenere a lungo una linea di rifiuto assoluto di fronte alle pressioni congiunte del Consiglio di Sicurezza e degli Stati Uniti. Negli ultimi anni, l’Algeria aveva costruito una narrazione di estraneità al conflitto, accompagnata da un rifiuto sistematico di ogni tavola rotonda multilaterale. Dopo aver preso parte ai primi incontri del 2018 e 2019, aveva irrigidito ulteriormente la propria posizione, denunciando il formato negoziale e negando qualsiasi coinvolgimento diretto. La decisione attuale smentisce quella strategia e mette in luce le contraddizioni di una diplomazia oscillante tra negazione formale e coinvolgimento sostanziale. Più in generale, l’episodio conferma una dinamica ricorrente del sistema algerino: posture massimaliste seguite, sotto costrizione, da concessioni imposte dal mutamento dei rapporti di forza.
Secondo quanto riferito da più fonti, le quattro parti hanno accettato una roadmap elaborata dagli Stati Uniti, destinata a fungere da cornice per i prossimi negoziati. Il documento si fonda sui parametri fissati dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU e privilegia una soluzione politica realistica, pragmatica e duratura. In questo contesto, il piano di autonomia marocchino emerge come perno centrale del lavoro negoziale. Le discussioni si sono concentrate su aspetti concreti e tecnici – governance locale, attribuzione delle competenze, garanzie politiche e giuridiche – piuttosto che su opzioni ormai ampiamente superate sul piano internazionale. È stata inoltre concordata l’istituzione di un comitato tecnico permanente di esperti, incaricato di approfondire le modalità di attuazione dell’autonomia. Un nuovo round di negoziati è previsto a Washington nei prossimi mesi, con l’obiettivo di arrivare a un accordo politico quadro. Nonostante i segnali di avanzamento, restano divergenze significative. Il Fronte Polisario continua a insistere sulla propria interpretazione del principio di autodeterminazione, mentre l’Algeria mantiene una postura prudente, nel tentativo di preservare alcune linee rosse diplomatiche con margini di manovra sempre più ridotti, anche a causa del crescente isolamento geostrategico seguito alla perdita di alleati chiave come Venezuela, Iran e Siria. Restano inoltre aperti diversi dossier, tra cui il futuro della MINURSO, che sarà oggetto di valutazione nel prossimo rapporto del Segretario generale delle Nazioni Unite. La riunione di Madrid non rappresenta ancora una svolta definitiva, ma invia un messaggio politico inequivocabile: lo status quo non è più sostenibile. Sotto la spinta statunitense, il processo delle Nazioni Unite viene riattivato su basi più stringenti, con una maggiore responsabilizzazione degli attori regionali e una centralità sempre più marcata dell’opzione dell’autonomia. In un contesto internazionale orientato alla stabilità regionale e a soluzioni pragmatiche per i conflitti prolungati, la questione del Sahara Occidentale sembra così entrare in una fase nuova, complessa ma potenzialmente capace di produrre risultati duraturi.