Rocco Commisso e i vuoti che lascia: adesso la Fiorentina è rimasta orfana, ma anche un po’ la Serie A

Se n’è andato da lontano, nella sua America, con l’omaggio dei tifosi che alla fine gli hanno voluto davvero bene, e un regalo sul campo anche della squadra, che l’aveva fatto soffrire di recente. Con l’addio di Rocco Commisso si capiscono tante cose della Fiorentina, che prima non si potevano raccontare apertamente, per rispetto della persona e di dati medici sensibili. Le sue condizioni erano ormai note da tempo nell’ambiente, si sapeva che non sarebbe più tornato in Italia. Questo distacco è stato un fattore probabilmente decisivo nel tracollo della squadra: già dopo la morte di Joe Barone, il braccio operativo di Commisso, il club era rimasto senza la figura di riferimento a livello gestionale; la lontananza anche del proprietario, ormai impossibilitato a seguire da vicino la sua creatura, ha fatto il resto. La Fiorentina negli ultimi tempi aveva dato proprio l’impressione di essere una barca alla deriva, senza più timoniere. Magari l’affetto per il presidente scomparso contribuirà a destare la squadra, che già aveva dato segnali di risveglio nelle ultime giornate, e dare la sterzata definitiva al campionato, come si è visto anche a Bologna.

Metabolizzato il lutto, però, il difficile per la Fiorentina verrà adesso. A prescindere dalla salvezza ancora da conquistare in questa disgraziata stagione (anche se la classifica si è aggiustata non bisogna dare nulla per scontato), il futuro viola oggi è un’incognita. La Fiorentina era la passione personale di Rocco. Complicato immaginare che la famiglia possa raccoglierne l’eredità, che gli amministratori riescano a trovarle una collocazione all’interno dell’impero Mediacom. Più verosimile che il club finisca in vendita, come già avevano raccontato a più riprese indiscrezioni fin qui sempre smentite dalla proprietà (addirittura si dice fosse già stato conferito il mandato a un legale che segue la società nelle sue vicende calcistiche).

In questo senso, cruciale sarà la figura di Fabio Paratici, l’uomo forte di cui il club aveva bisogno da tempo. Paratici è sicuramente un manager apicale, ma è reduce dalla squalifica per il noto scandalo plusvalenze della Juve (non proprio la migliore delle referenze) e non ha fatto benissimo anche al Tottenham. A Firenze devono sperare nel suo rilancio per attraversare questa fase di transizione, in cui non è detto che la proprietà continui a garantire lo stesso apporto economico di quando c’era Commisso. Bisognerà capire le intenzioni della famiglia e, eventualmente, mettersi alla ricerca di un acquirente serio. Operazione non banale per una squadra italiana. A maggior ragione una squadra che non ha e a questo punto non avrà mai – visto come sono andate le cose per il Franchi – uno stadio di proprietà, la prospettiva di business che più interessa gli investitori stranieri nel pallone (c’è il Viola Park, altro gioiellino creato da Commisso, ma non è la stessa cosa). A Firenze – come tutti – sognano gli arabi o lo sceicco di turno, ma è più facile che al club possano interessarsi fondi speculativi nella migliore delle ipotesi, faccendieri o opportunisti nella peggiore. Insomma non sarà così semplice trovare un nuovo patron. Soprattutto trovarne uno all’altezza di Commisso.

Perché Commisso, a suo modo, è stato un grande presidente. I tifosi ogni tanto gli hanno riservato anche delle critiche, per qualche cessione di troppo e mercati non sempre all’altezza delle ambizioni forse un po’ esagerate della piazza. Sicuramente ha raccolto meno di quanto seminato, ma non si può dire che si sia risparmiato (recentemente La Gazzetta dello Sport aveva quantificato in circa mezzo miliardo l’investimento complessivo nel club), e comunque ha raggiunto due finali di Conference e una di Coppa Italia, è mancato giusto un trofeo che avrebbe meritato. Anche per il calcio italiano è stato una ventata, o meglio un ciclone d’aria fresca: un presidente vecchio stampo e profondamente innovativo al contempo. Ha ricordato alla Serie A i patron sanguigni, quelli che ci mettono la faccia e pure il proprio portafoglio, in un’epoca di proprietà distanti e invisibili, con sempre più squadre gestite da manager asettici, più o meno capaci. Seppur con modi non sempre ortodossi, le sue crociate contro la burocrazia italica, i furbetti del quartierino e la politica del pallone, persino certa stampa sportiva, sono state largamente condivisibili. Commisso mancherà tanto alla Fiorentina. E un po’ anche alla Serie A.

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Il Fatto Quotidiano

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