Rifiuti calabresi esportati illecitamente in Grecia, il fascicolo a Catanzaro

  • Postato il 4 marzo 2026
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Rifiuti calabresi esportati illecitamente in Grecia, il fascicolo a Catanzaro

Approda a Catanzaro l’inchiesta sul traffico di rifiuti calabresi esportati illecitamente in Grecia e inceneriti vicino Atene


CATANZARO – Approda a Catanzaro l’inchiesta sul presunto traffico transfrontaliero di rifiuti conferiti da numerosi Comuni calabresi ed esportati illecitamente in Grecia, dove sarebbero stati inceneriti in cementifici come combustibile. La gip del Tribunale di Bari Chiara Maglio, nel pronunciarsi sulle richieste di misure cautelari, ha restituito gli atti al pm per la trasmissione alla Procura del capoluogo calabrese, dichiarandosi incompetente per territorio. Intanto, non si ferma la raccolta dei rifiuti nei centri del Cosentino e del Crotonese in cui ha appalti la ditta Servizi ecologici dell’imprenditore Giosè Marchese, al centro dell’inchiesta. La società con sedi a Tarsia e Santa Sofia d’Epiro, sottoposta a sequestro preventivo, è stata affidata all’amministratore giudiziario Alberto Mingrone.

RESPINTO SEQUESTRO DA 1,6 MILIONI

L’imprenditore cosentino è stato, infatti, interdetto dall’esercizio dell’attività per dodici mesi. Ma la Procura barese aveva chiesto sei misure in carcere. Oltre che per l’indagato chiave, anche per il responsabile tecnico della ditta, Pasqualino Caparrotta, e quattro funzionari della Regione Calabria. Si tratta di Gianfranco Comito, dirigente del dipartimento Ambiente, e dei funzionari firmatari di procedure di notifica Gabriele Alitto, Clementina Torchia e Claudia Russo. Richieste rigettate dalla gip, ma la posizione dei cinque coindagati dell’imprenditore resta sotto la lente.
Respinta anche una richiesta di sequestro di beni per 1,6 milioni di euro. Secondo l’ipotesi d’accusa, la somma sarebbe il provento illecito comprensivo dei guadagni per la movimentazione di 4mila tonnellate di rifiuti e dei risparmi ricavati mediante procedure irregolari. Da una consulenza tecnica non appare, infatti, possibile quantificare, allo stato, le somme risparmiate per effetto della riduzione dei costi ottenuta dalle illecite spedizioni estere.

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RIFIUTI INCENERITI NEI CEMENTIFICI GRECI

L’aspetto forse più allarmante che emerge dalle carte dell’inchiesta è che la Servizi Ecologici qualificava il conferimento all’estero dei rifiuti come una attività propedeutica al recupero di materia. Nella realtà, si trattava di un’attività finalizzata all’incenerimento dei rifiuti nei cementifici greci. Ad Aspropyrgos, città industriale vicino Atene, finivano i rifiuti calabresi del ciclo urbano, sottoposti esclusivamente ad operazioni di trattamento di preselezione e riduzione volumetrica, anziché ad un previo trattamento chimico-fisico-meccanico. Rifiuti urbani mascherati illecitamente in rifiuti speciali.

DA CORIGLIANO ROSSANO ALL’ATTICA

Nella regione dell’Attica si trova l’impianto di Ecoreset, autorizzato per operazioni intermedie di recupero (R12), che includono la miscelazione e il trattamento preliminare dei rifiuti. L’impianto non è autorizzato per operazioni di recupero finale (R1), come l’incenerimento. I rifiuti con codice CER 191212 provenienti dalla Calabria venivano inviati a Ecoreset soltanto per un trattamento intermedio e successivamente destinati a cementifici greci per il recupero energetico (R1). Tuttavia, sono state riscontrate irregolarità nella documentazione e nella tracciabilità dei rifiuti. Spicca la carenza di certificazioni e informazioni obbligatorie sugli impianti di destinazione finale.

L’IMPIANTO DI EKRO

Il ciclo funzionava così, secondo l’accusa. I rifiuti provenivano dall’impianto di Corigliano Rossano della società Ekro, del gruppo Vrenna di Crotone, e da quelli di Gioia del Colle e Ginosa delle società Asia ed Ecologia srl. Le società proprietarie degli impianti, è il caso di precisarlo, sono estranee alle accuse. I rifiuti sarebbero confluiti nei residui generati dal trattamento di rifiuti che la Servizi Ecologici riceveva da diversi Comuni calabresi in veste di soggetto delegato e subdelegato. Sarebbe stata così preclusa la ricostruzione della natura e provenienza dei rifiuti. Inoltre, sarebbero stati codificati falsamente i rifiuti speciali esportati senza che subissero alcun trattamento che ne modificasse le originarie caratteristiche dii rifiuti urbani.

GRAVI INDIZI ESCLUSI PER I FUNZIONARI

Successivamente, sarebbe stato falsificato il contenuto di documenti trasmessi dalla Regione Calabria allo scopo di rendere apparentemente lecita la procedura autorizzativa in via di approvazione da parte del Ministero greco dell’Ambiente. Il ruolo dei funzionari regionali, secondo l’accusa, sarebbe stato quello di rilasciare autorizzazioni in violazione della propria funzione pubblica di controllo e monitoraggio della procedura transfrontaliera. La gip pugliese ha però ravvisato gravi indizi di colpevolezza nei confronti del solo Marchese.

RIFIUTI URBANI CLASSIFICATI COME SPECIALI

L’attività investigativa ha evidenziato come i rifiuti oggetto delle spedizioni transfrontaliere fossero di origine urbana. Il primo elemento che impone di classificare come illecite le spedizioni transfrontaliere. La Servizi Ecologici si trovava a gestire una quantità di rifiuti con codice CER 191212 pari a circa 1000 tonnellate all’anno, quantità corrispondente a quella per la quale era stata chiesta l’autorizzazione all’esportazione in Grecia per l’invio ad un recupero intermedio. “Palese”, secondo la gip, la violazione della normativa interna e sovranazionale concernente la circolazione dei rifiuti urbani. I rifiuti urbani, a differenza di quelli speciali, sono soggetti al divieto di circolazione extraregionale. In conformità al principio di prossimità, devono essere smaltiti negli impianti specializzati territorialmente più vicini.

RIFIUTI NON TRACCIABILI

La tracciabilità dell’origine dei rifiuti risultava possibile solo per quelli conferiti alla ditta di Marchese dalla società Ekro. Erano rifiuti indifferenziati urbani. Impossibile, invece, risalire alla tracciabilità del rifiuto con codice CER 191212 sulla base dei dati contenuti negli archivi informatici e documentali. Quelli, invece, erano i rifiuti destinati all’esportazione. L’omessa registrazione della provenienza dei rifiuti con codice CER 191212 nei programmi di contabilità della ditta, con indicazione di una non meglio dettagliata giacenza iniziale, secondo la giudice sarebbe sintomatica della volontà di dissimulare non solo la provenienza ma anche la qualità e la quantità.

DOCUMENTAZIONE OPACA

L’opacità che contraddistingue la vicenda si aggrava se si analizza la documentazione acquisita dagli inquirenti presso gli uffici della Regione Calabria. Il dossier allegato all’istanza di autorizzazione difettava di informazioni volte a verificare se l’impianto greco fosse di recupero o di smaltimento e se il rifiuto, dopo il trattamento, fosse classificabile come combustibile.
Altro elemento che ha indotto gli inquirenti a vederci chiaro è che Marchese avrebbe dato falsamente atto dell’impossibilità di individuare idonei impianti di recupero nel territorio italiano. «Tale affermazione – scrive la gip – fornisce un riscontro, di fatto, all’ipotesi accusatoria, apparendo inverosimile che un imprenditore che opera nel settore rifiuti ignorasse l’esistenza di impianti di recupero situati nella regione Calabria o in territori limitrofi».

MISTERIOSO INCENDIO

Indicativa di una volontà elusiva è apparsa, agli inquirenti, anche la vicenda dell’incendio nella sede della ditta. L’incendio riguardava soltanto i rifiuti destinati all’estero. L’interruzione della registrazione delle telecamere di sorveglianza per circa due ore si verifica proprio durante il focolaio. L’episodio risale al luglio 2023. Andarono a fuoco proprio le balle di rifiuti con codice CER 191212. La ditta di Marchese rassicurò il consorzio Corepla, l’ente che raggruppa la filiera del packaging, circa il fatto che l’incendio non avesse in alcun modo danneggiato gli impianti.
Dalla relazione dei vigili del fuoco del Comando provinciale di Cosenza, emerge che l’incendio aveva riguardato il materiale di scarto sfuso e depositato sotto una tettoia e quello già pressato in balle e stoccato su tre livelli all’aperto.

IL BUCO DI DUE ORE

Il direttore tecnico della ditta precisò che si trattava di scarti della cernita e selezione non avviabili a recupero di materia ma destinati a impianti preposti ad effettuare il recupero energetico, dato l’elevato potere calorifico. Il materiale imballato era già pronto per il trasporto e smaltimento. La cosa anomala era che la registrazione delle telecamere di sicurezza si interrompeva tra le ore 02:50 e le ore 05:05. Alle ore 05:05:15, la registrazione iniziava con un focolaio di fiamma contenuta.

L’APPALTO DI CUTRO

L’attualità del pericolo di reiterazione del reato è desunta dalla gip dalla crescita del volume d’affari dell’impresa, su cui incide l’appalto aggiudicato dal Comune di Cutro, con aumenti di fatturato nel 2024 e nel 2025. Il servizio di raccolta differenziata dei rifiuti porta a porta e trasporto e smaltimento fu affidato alla ditta nel novembre 2023. Un appalto da sette milioni, che portò a un incremento notevole della Tari per i contribuenti cutresi. Ma, secondo la gip, sussiste anche il pericolo di inquinamento probatorio poiché l’imprenditore avrebbe spostato il luogo di partenza dal porto di Bari a quello più distante di Brindisi in seguito ad un’ispezione.

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