Ricordiamoci di Bacone

  • Postato il 31 gennaio 2026
  • Di Il Foglio
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Ricordiamoci di Bacone

Forse la nostra epoca somiglia un po’ al Cinque-Seicento: diffusione massiccia di nuovi media e nuove armi; guerre di religione; esplorazione di nuovi mondi; vecchie realtà e credenze ormai in crisi; progressiva medicalizzazione del pensiero, tra razionalità e occultismo, con indagini accanite sulla pazzia; in Italia, vittoria sulle esili strutture pubbliche di un potere esterno e strutturalmente mafioso; nascita di nuovi generi letterari misti, e tentativi di narrativa o teatro-verità; crisi dell’università, e crescita di nuove società di ricerca. Esattamente quattrocento anni fa, nel cuore di quel tempo “fuori sesto”, moriva un suo rappresentante insigne, Francesco Bacone, che fu Lord Cancelliere, saggista, e Giovanni Battista o Mosè della scienza moderna ancora in fasce. L’autore della “Nuova Atlantide” e del “Novum Organum” si può descrivere come un utopista pragmatico e un antiaristotelico sui generis. Bacone rifiuta la scolastica medievale, con le sue soluzioni puramente verbalistiche, in nome di un metodo di indagini e verifiche sperimentali in cui teoria e pratica si alimentano a vicenda; ma al tempo stesso si allontana anche dall’umanesimo platonizzante, rispetto al quale il suo naturalismo sembra più vicino a quello di Aristotele. Del resto, lo si è detto, Bacone non appartiene alla scienza moderna. Sta sulla sua soglia: sospeso tra qualità e quantità, esperimento e magia, analogismo e tecnica. Chi associa la nuova visione del mondo a un paradigma tutto fisico-matematico, gli nega addirittura un ruolo nella sua genesi. Invece il Lord Cancelliere, amante delle arti meccaniche, è il padre delle scienze naturali, e più in generale del modello collaborativo che annuncia la Royal Society e l’Enciclopedia illuminista. I suoi calunniatori, sia hegeliani sia popperiani, sono attratti dallo spirito di sistema; lui, viceversa, preferiva l’apertura metodica, il lavoro in progress. Non a caso il suo nome torna a galla appena i sistemi sbiadiscono; e col suo nome l’attenzione ai presocratici, all’artigianato, allo stile aforistico. Così accade, appunto, nel secolo di Diderot, e a tratti in un Novecento che arriva fino a noi. Bacone soddisfa sia il bisogno di una ricerca per accumulo, i cui rappresentanti si passano l’uno dopo l’altro i risultati, sia il bisogno di criticare le false certezze delle discipline attraverso una continua demistificazione dei pregiudizi (gli “idola”). Mentre la varietà delle esperienze si divide dal rigore del sapere scientifico, questo pensatore prova caparbiamente a tenerli assieme. Lo ha spiegato benissimo, nella seconda metà del secolo scorso, lo storico Paolo Rossi, che per primo ha insistito sul rapporto tra Bacone e l’alchimia rinascimentale, ma che si è poi dissociato da chi intendeva appiattirlo sulla tradizione ermetica, magari aderendo a una generale svalutazione della scienza, spesso ridotta a una “magia” tra le altre dalle sottoculture “neo-olistiche”. Dietro le loro speziate e vaghissime suggestioni, il fiuto di Rossi non faticava infatti a riconoscere la tetra uniformità della retorica antimoderna. “Se mi è concesso di parlare familiarmente e di scherzare su un argomento di questo genere”, diceva già il suo Bacone a proposito di questa povertà teorica presentata in abiti arlecchineschi “dirò che la vostra scienza mi sembra assai simile alla cena di quel tale ospite di Calcide che, interrogato sull’origine di una cacciagione tanto varia, rispose che tutti i piatti erano stati preparati con carne di porco domestico”.

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Autore
Il Foglio

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