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Ricina, "versioni troppo concordanti": si sono traditi?

  • Postato il 16 aprile 2026
  • Italia
  • Di Libero Quotidiano
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Ricina, "versioni troppo concordanti": si sono traditi?
Ricina, "versioni troppo concordanti": si sono traditi?

Due tombe senza nome, una accanto all’altra, su un crinale che guarda Campobasso. È da lì, da quella terra smossa nel piccolo cimitero di Pietracatella, che oggi riparte un’inchiesta destinata a cambiare volto: non più un errore, non più una tragica sequenza di diagnosi sbagliate, ma il sospetto — sempre più concreto — di un avvelenamento deliberato, costruito con precisione e pazienza. Sara Di Vita aveva 15 anni. Sua madre, Antonella Di Ielsi, 50. Sono morte a distanza di poche ore, tra il 27 e il 28 dicembre, nello stesso reparto di Rianimazione dell’ospedale di Campobasso. L’ultima, disperata richiesta di Antonella - vedere la figlia un’ultima volta non è mai stata esaudita. Quando le comunicarono la morte di Sara, ebbe un collasso. Il quadro clinico, già compromesso, precipitò. Morì poco dopo. A quel punto nessuno parlava ancora di veleno.

All’inizio si pensava a un’intossicazione alimentare. I primi accessi al pronto soccorso, la notte di Natale, si erano conclusi con dimissioni rapide: dolori addominali, vomito, sintomi compatibili con una gastroenterite. E così il giorno successivo. Solo il 27 le condizioni della ragazza peggiorarono improvvisamente: ricovero d’urgenza, poi il decesso. In serata toccò alla madre.

 

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La svolta arriva settimane dopo. Dal Centro antiveleni di Pavia parte un alert: nel sangue delle due vittime ci sono tracce di ricina, una delle tossine più letali conosciute. Pochi milligrammi possono uccidere. È il passaggio che trasforma il caso. L’ipotesi di omicidio colposo - per cui erano stati indagati cinque medici - cede il passo a quella di duplice omicidio premeditato. L’inchiesta si fa più delicata. Gli ultimi accertamenti indicano che Giovanni Di Vita, marito di Antonella, padre di Sara, ex sindaco del paese, non avrebbe ingerito la sostanza in quei giorni cruciali. Un dato che restringe il campo e apre interrogativi nuovi: chi ha avuto accesso al cibo? Quando è stato contaminato? Chi era presente davvero a quella tavola? La sera del 23 dicembre per gli inquirenti è la data più probabile dell’avvelenamento, in casa c’erano Antonella e Sara.

 

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La figlia maggiore, Alice, era fuori. La ricostruzione dei pasti è però lacunosa: i rifiuti sono stati smaltiti e irrecuperabili. Lo stesso Di Vita avrebbe dichiarato di non ricordare cosa si fosse mangiato. Un vuoto che pesa. Così come pesano le versioni giudicate «troppo concordanti» tra alcuni familiari sentiti nelle ultime ore. Padre, figlia e una cugina- che li ospita mentre la casa è sotto sequestro - sono stati interrogati a lungo. Le loro dichiarazioni, per contenuti e per formulazioni, hanno insospettito gli investigatori, che ora non escludono alcuna pista, compresa quella interna al nucleo familiare. In parallelo, si allarga il perimetro delle verifiche: oltre quaranta persone ascoltate tra amici, parenti e conoscenti. Si scandagliano anche ambiti esterni, dalla sfera professionale ai possibili rancori accumulati negli anni. Antonella lavorava nello studio del marito, commercialista. Una rete di relazioni ampia, ora al setaccio. Il fascicolo è stato trasferito alla Procura di Larino, competente per territorio. Non ci sono indagati, ma l’impianto accusatorio è ormai definito: qualcuno ha introdotto la ricina in uno o più pasti consumati in quei giorni. Resta da capire chi e come.

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Autore
Libero Quotidiano

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