Dieci anni. Interminabili. Un decennio è ormai passato dal sequestro e dall’omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore italiano scomparso in Egitto il 25 gennaio 2016 e ritrovato senza vita, con visibili segni di tortura, il 3 febbraio seguente, lungo la strada tra il Cairo e Alessandria. Su Giulio, dirà la madre Paola Deffendi, si è abbattuto “tutto il male del mondo“. Così come si è scagliato contro una famiglia, i genitori Paola e Claudio e la sorella Irene, che da troppo tempo chiede verità e giustizia, di fronte alla mancata collaborazione giudiziaria da parte dell’Egitto, all’ostruzionismo e ai depistaggi del regime di Al Sisi e alla parallela incapacità del nostro Paese – nella sua componente politica – di mantenere negli anni una posizione di fermezza. Perché da Matteo Renzi a Paolo Gentiloni, passando per Giuseppe Conte, Mario Draghi e oggi Giorgia Meloni, cinque premier e sei governi si sono succeduti a Palazzo Chigi, dall’omicidio di Giulio: alla richiesta di collaborazione verso il Cairo, mai avvenuta, si è progressivamente sostituita una normalizzazione dei rapporti commerciali e politici, nel nome degli affari, della politica estera, della realpolitik. Una rinnovata intesa culminata prima nel viaggio della stessa Meloni nel novembre 2022 alla Cop27 di Sharm el-Sheikh (prima presidente del Consiglio italiana a fare ritorno in Egitto dopo il caso Regeni, ndr) e al suo bilaterale con Al Sisi. Poi, il 17 marzo 2024, con gli accordi siglati al Cairo, con accanto pure la presidente della commissione Ue Ursula Von der Leyen: da un lato 7,4 miliardi di aiuti che l’Europa garantirà al paese nordafricano di qui al 2027, compresi 200 milioni a fondo perduto per la gestione dei migranti, dall’altro una decina di memorandum tra Italia ed Egitto nel solco del Piano Mattei, rivendicato dall’esecutivo con i Paesi africani. Tutto mentre proseguivano parole, promesse. Parole vuote, propaganda.
E dieci anni non sono bastati nemmeno per giungere a un verdetto nel processo in corso di fronte alla Corte di Assise di Roma, stoppato, con gli atti nuovamente inviati alla Consulta lo scorso 23 ottobre, quando ormai la parola fine sembrava vicina, prima dell’attesa requisitoria del pm Sergio Colaiocco. Tutto rinviato, ancora una volta, in attesa della decisione della Corte costituzionale. La Consulta si è così oggi riunita in udienza pubblica per discutere della questione di costituzionalità sollevata dai difensori dei quattro 007 egiziani imputati. Ovvero, Usham Helmi, il generale Sabir Tariq e i colonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, accusati del reato di sequestro di persona pluriaggravato (mentre al solo Sharif sono contestati anche i reati di concorso in lesioni personali aggravate e di concorso in omicidio aggravato, ndr). Il motivo? La questione riguarda il diritto di difesa e in particolare l’impossibilità del gratuito patrocinio per la nomina di consulenti tecnici. Come noto, i quattro 007, processati in contumacia in quanto il Cairo non ha mai fornito il loro indirizzo, né ha mai collaborato in modo reale con la giustizia italiana, sono assistiti da avvocati d’ufficio (Paola Armellin, Filomena Pollastro, Tranquillino Sarno e Anna Lisa Ticconi, ndr). Il nodo sollevato, meramente economico, ancor più che di diritto: di fronte alla necessità di fare una consulenza tecnica decisiva, chi paga? Lo Stato o l’imputato, di fatto, irreperibile (e quindi i suoi legali d’ufficio)? Una questione che ha già fatto slittare i tempi della sentenza e che potrebbe però determinare sorti e tempi dello stesso procedimento. E che oggi ha visto contrapposte difese degli imputati e avvocatura dello Stato: le prime convinte che siano stati compressi e negati i “diritti delle difese”, la seconda a smentire la tesi.
Era stata la stessa Corte costituzionale, il 26 ottobre 2023 a emettere una sentenza storica che aveva superato la norma del codice penale che non prevedeva che i giudici potessero procedere in assenza degli imputati, nel caso di crimini di tortura. Di fatto, per l’imputato “irreperibile”, in questi casi, si procede come se fosse volontariamente assente. Una decisione che aveva permesso il via al processo. Ora però bisognerà nuovamente attendere, dopo che i difensori hanno contestato di non poter accedere al gratuito patrocinio e non poter nominare consulenti tecnici di parte a spese dello Stato, in questo caso un interprete di lingua araba per assistere alla perizia sulle traduzioni di verbali fondamentali per il processo.
Di fronte ai giudici della Consulta, dopo la relazione del giudice Maria Rosaria San Giorgio, hanno così preso la parola i difensori d’ufficio degli imputati: “In questo processo difendiamo quattro persone che formalmente sono dichiarate assenti, ma che sostanzialmente sono irreperibili: ciò impedisce ai difensori di esercitare in modo compiuto il diritto di difesa”, è tornata a rivendicare in aula l’avvocata Anna Lisa Ticconi, legale di uno degli imputati. E ancora: “Nemmeno sappiamo se gli imputati avrebbero voluto partecipare al processo e gli sia stato impedito, anche perché parliamo di uno Stato che non è democratico”, la difesa di Tranquillino Sarno. Allo stesso modo, per la stessa Ticconi, emergerebbe “un equivoco di fondo: che la volontà degli imputati sia la medesima dello Stato egiziano. Questa certezza di fatto non c’è”. Tesi che sembrano stridere non poco con anni di menzogne, tradimenti e ostruzionismo del regime egiziano e degli aguzzini di Giulio. “Vogliamo davvero degradare a un monologo dell’accusa questo procedimento? Vogliamo davvero che l’attività della difesa si limiti a una valutazione sommaria dell’attività investigativa compiuta in totale autonomia dal pubblico ministero?”, si è spinta, con tanto di provocazione, la legale Pollastro.
Parole e tesi smentite però dall’avvocatura dello Stato, secondo cui “non c’è alcun vulnus“. ”Ho sentito parlare di parti che non si possono difendere, ma la presenza degli avvocati dimostra l’esatto contrario. Al di là del profilo reddituale, vediamo imputati che sono puntualmente e assiduamente assistiti da parte di difensori che vedranno remunerata la loro attività alla fine del procedimento, ove non potranno vedersi rimborsate le spese a carico dei soggetti che difendono, nello schema delineato dal legislatore. Il paventato vulnus all’attività difensiva non sussiste”, ha spiegato l’avvocato dello Stato Maurizio Greco. E ancora: “La nostra Costituzione afferma che ai non abbienti è garantita una possibilità di difesa. Ho sentito dire ‘il pm utilizza fondi pubblici, è in netto vantaggio’, ma non è affatto vero”.
Erano stati i giudici della prima Corte d’Assise di Roma lo scorso 23 ottobre, ritenendo la questione ”non manifestamente infondata” e ”rilevante” al fine della definizione del giudizio, a disporre l’immediata trasmissione degli atti alla Consulta, sospendendo il processo. Ora servirà aspettare cosa deciderà la Corte: “Il processo ricomincerà: o diranno che possiamo nominare un consulente posto a carico dell’Erario o no, ma il processo comunque andrà avanti”, hanno sottolineato le difese, quasi per smarcarsi dalle accuse di aver fatto soltanto ostruzionismo. La sentenza è attesa nei prossimi giorni.
A dieci anni dalla scomparsa del figlio, la famiglia Regeni – oggi assente in Aula – si prepara intanto a ricordarlo a Fiumicello Villa Vicentina, dove sarà presentato in anteprima un documentario (“Giulio Regeni. Tutto il male del mondo”, prodotto da Fandango e Ganesh produzioni, ndr) che ripercorrerà le tappe del sequestro, delle torture e dell’omicidio di Giulio, così come del processo. Ora in stand-by. La speranza della famiglia, così come quella del popolo giallo, è che lo resti ancora per poco. E che il processo possa ripartire al più presto.