Referendum, oggi l’udienza al Tar sulla data: due avvocati per il No, 14 per il Sì. La memoria: “A rischio validità del voto”
- Postato il 27 gennaio 2026
- Politica
- Di Il Fatto Quotidiano
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Due avvocati per il No, 14 per il Sì. Il confronto impari andrà in scena stamattina di fronte al Tar del Lazio, all’udienza a porte chiuse che dovrà dare il primo verdetto sulla data del referendum. Il 12 gennaio il Consiglio dei ministri ha fissato le urne al 22 e 23 marzo, ma la delibera è stata impugnata dai 15 giuristi promotori dell’iniziativa popolare contro la riforma Nordio, che ha già superato da giorni le 500mila sottoscrizioni necessarie. I promotori contestano la violazione della prassi costituzionale secondo cui la data non può essere fissata prima dei tre mesi dalla pubblicazione della legge in Gazzetta ufficiale: cioè il termine – che in questo caso scade il 30 gennaio – entro il quale i cittadini possono depositare le firme per chiedere la consultazione. Il governo invece ha agito in anticipo, sfruttando le richieste già depositate dai parlamentari (e ammesse dalla Cassazione). I giuristi quindi hanno chiesto la sospensione cautelare dell’efficacia dell’atto.
Il Tribunale amministrativo – composto dai giudici Michelangelo Francavilla, Giuseppe Licheri e Vincenza Caldarola – deciderà tra oggi e domani, dopo aver sentito tutte le parti in causa: la discussione inizierà poco dopo le 9. I legali dei 15, Pietro Adami e Carlo Contaldi La Grotteria, avranno di fronte un esercito di controparti: oltre ai quattro avvocati dello Stato, sono intervenuti contro il ricorso (“ad opponendum”) ben quattro comitati per il Sì, rappresentati in totale da dieci avvocati. Tutti potranno parlare in udienza, ma alcuni interventi potrebbero essere dichiarati inammissibili dai giudici. La decisione sulla richiesta di sospensiva potrebbe arrivare già in serata, ma più probabilmente bisognerà attendere domani. Se il ricorso cautelare fosse accolto, in teoria il referendum non si potrebbe tenere fino a quando non arriverà una decisione nel merito: a quel punto lo scenario più probabile è che il governo annulli spontaneamente la delibera. Carlo Guglielmi, l’avvocato portavoce dei 15, lo definisce uno “scontro tra Davide e Golia”: “Ma noi saremo lì e ci saremo senza paura, perché loro pensano di essere cinque contro uno, e invece noi siamo cinquecentomila”, scrive.
Nei giorni scorsi le parti hanno depositato gli atti di costituzione, di intervento e le memorie di replica. Nella memoria finale, letta dal Fatto, gli avvocati dei 15 giuristi citano il raggiungimento delle 500mila firme come un elemento che “fortifica l’interesse a ricorrere“. Con il ricorso, spiegano, “si chiede, in sostanza, di statuire che è prematuro fissare la data”: con la convocazione delle urne, infatti, “ha avuto inizio la campagna elettorale, alla quale i ricorrenti non possono prendere parte”, perché le firme raccolte non sono state ancora validate dalla Cassazione. Fino a quel momento, infatti, i giuristi non acquisiranno lo status di comitato promotore e non potranno usufruire delle norme sulla par condicio e sulle affisioni elettorali. Soprattutto però, scrivono Adami e La Grotteria, “prima di convocare i comizi è necessario sciogliere il nodo del testo del quesito” che i cittadini troveranno sulla scheda. Quello proposto dai giuristi, infatti, è diverso da quello – già ammesso – dei parlamentari, perché indica uno per uno i sette articoli della Costituzione modificati dalla riforma: un’indicazione che secondo i loro avvocati è addirittura obbligatoria, in base alla legge del 1970 sui referendum.
Non è chiaro – non essendoci precedenti – se la Cassazione possa o meno modificare il testo una volta che le urne sono già state convocate. In ogni caso, però, la Suprema Corte ha a disposizione fino a 57 giorni (considerate le varie fasi del procedimento) per decidere: cioè fino alla fine di marzo, addirittura dopo il voto. E se ritenesse di non poter intervenire, i promotori, una volta validate le firme, potrebbero addirittura sollevare conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato alla Corte costituzionale. “Tutto questo”, si legge nella memoria, “dovrebbe avvenire durante la campagna elettorale, o addirittura dopo la consultazione referendaria, con il concreto rischio di incidere sull’esito e, peggio ancora, sulla validità della consultazione”. Per questo, sostengono, non si può “dare avvio alla campagna referendaria e alla stampa delle schede, rischiando da un lato di invalidare la consultazione referendaria, o dall’altro di condizionare e comprimere il pieno esplicarsi di altri attori della vicenda, di rilievo costituzionale, che devono ancora esprimersi”. Il provvedimento del Consiglio dei ministri, concludono, “va quindi sospeso e annullato, e una nuova convocazione potrà avvenire al termine della fase di ammissione dei ricorrenti”.
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