Rap4rights, il progetto di Defence for Children è un podcast dedicato ai ragazzi
- Postato il 17 febbraio 2026
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- Di Genova24
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Genova. C’è un microfono che passa di mano in mano, un beat che fa da sfondo e parole che diventano racconto, denuncia, poesia. Da qui prende forma “Rap4Rights”, il nuovo podcast nato dall’esperienza di RapLab, il laboratorio di scrittura e performance hip hop promosso da Defence for Children International Italia,
Il podcast è una delle evoluzioni più recenti di un progetto che negli ultimi tre anni ha costruito spazi stabili di espressione per ragazze e ragazzi in particolari situazioni di difficoltà, spesso coinvolti in percorsi di riscatto sociale, di accoglienza, o di giustizia. Attraverso il rap e i linguaggi della cultura hip hop, RapLab offre un’occasione concreta per raccontarsi in prima persona, sviluppare consapevolezza dei propri diritti e sperimentare forme positive di partecipazione.
Attorno a RapLab si è progressivamente strutturato un vero e proprio ecosistema creativo. È stata infatti ideata un’etichetta musicale, con la quale sono state pubblicate canzoni su Spotify, e aperto un canale Instagram dedicato, pensato come spazio di condivisione di contenuti, backstage e produzioni artistiche. Un percorso che mette al centro non solo il prodotto finale, ma soprattutto il processo: scrittura, confronto, ascolto reciproco, prove, registrazione, performance.
“In un momento in cui i luoghi per la libera espressione si stanno restringendo, RapLab va decisamente controcorrente creando lo spazio per parlare, per rappare e a volte per gridare!” spiega Gabriella Gallizia di Defence for Children Italia. “RapLab è uno spazio concreto, aperto e creativo, un presidio di partecipazione giovanile per ragazzi e ragazze a cui non basta sentir parlare di loro, spesso a sproposito. Il ritmo sostiene la narrazione, l’analisi e la poesia di queste vite ancora giovani ma capaci di dire tantissimo al mondo degli adulti.”
Per i ragazzi e le ragazze, alcuni con storie difficili, il laboratorio rappresenta un’occasione di riconoscimento: essere visti non come “problema”, ma come portatori di narrazioni, talenti e prospettive sulla realtà.
La scelta del linguaggio hip hop non è casuale. Nato come espressione delle periferie e delle minoranze, il rap è da sempre uno strumento di racconto diretto della realtà, capace di unire denuncia sociale e costruzione di identità. Un linguaggio che parla ai giovani senza mediazioni, e che allo stesso tempo offre agli operatori, agli educatori e ai professionisti del sistema giustizia uno strumento potente di relazione e di lavoro educativo.
In questo senso, RapLab e Rap4Rights assumono anche un forte valore educativo. Nei contesti legati alla giustizia, laboratori come questi contribuiscono a dare concretezza al principio costituzionale della funzione (ri)educativa, offrendo occasioni di responsabilizzazione, di espressione non violenta e di utile potenziamento delle competenze.
Tra le figure artistiche che accompagnano il percorso, con una formazione ad hoc per ragazze e ragazzi, c’è Principe, nome d’arte del rapper torinese Massimiliano Cassaro:
“Con RapLab vogliamo mantenere vivo lo spirito autentico della strada e, oltre al piacere di stare insieme e all’amore per le rime, affermare con forza i valori della cultura hip hop: inclusione, giustizia e resistenza contro ogni forma di discriminazione. Il nostro laboratorio è un pugno in faccia all’indifferenza e al razzismo: qui non importa da dove arrivi o chi sei, conta solo quello che hai da dire. Prendere il microfono significa assumersi una responsabilità, e noi lo facciamo con determinazione, dando voce a chi ne ha bisogno e lottando per una cultura più giusta e inclusiva.”
Il progetto può contare su importanti collaborazioni, tra cui quella con il Genova Hip Hop Festival, che ha ospitato e valorizzato le produzioni dei ragazzi, e sul sostegno fondamentale della Fondazione Alta Mane Italia, che ha finanziato il percorso, rendendo possibile lo sviluppo delle attività e delle produzioni artistiche.
Rap4Rights si inserisce così come tassello ulteriore di un cammino più ampio: portare fuori dai laboratori le voci dei giovani, renderle accessibili, ascoltabili, condivisibili. Non un racconto su di loro, ma un racconto fatto da loro.