“Quelli di Innsbruck avevano ogni genere di fornitura, dai napoletani continue richieste”, la testimonianza dell’operatrice di Bolzano

  • Postato il 27 febbraio 2026
  • Cronaca
  • Di Il Fatto Quotidiano
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“Quelli di Innsbruck avevano ogni genere di fornitura, sacchetti, ghiaccio e altro. Dai napoletani invece continue richieste”. È una frase dell’operatrice sanitaria di Bolzano che ha schiacciato chi l’ha ascoltata e verbalizzata e chi la deve leggere. Dentro c’è la differenza tra un’équipe medica che arriva con tutto e un’altra che chiede, cerca, si adatta. È lo sfondo materiale di una mattina – quella del 23 dicembre del 2025 nella sala operatoria del San Maurizio di Bolzano – in cui ogni dettaglio è stato decisivo nella costruzione di una tragedia arrivata fino all’ultimo respiro di Domenico Caliendo, il bimbo di due anni e 4 mesi, morto perché il cuore che gli era stato impiantato era stato “inglobato in un blocco di ghiaccio” . E forse già danneggiato durante il prelievo: pochi minuti prima l’équipe chirurgica austriaca era dovuta intervenire d’urgenza per evitare di perdere tutti gli organi del bimbo donante. La tensione era altissima, i tempi stretti, le mani che si muovevano in fretta tra sala operatoria e presala. È in quel clima che prende forma un altro tassello del caso del cuore “bruciato”.

“Ho notato un poco di fumo freddo del ghiaccio e ho chiesto alla dottoressa: ‘Va bene così?”. La scena è quella della presala, subito dopo le 12.24. Il prelievo è appena terminato. Il cuore deve partire per Napoli. Il tempo corre. La risposta dei medici dell’ospedale Monaldi, messa a verbale, è netta: “Mettetelo sotto e di lato al contenitore di plastica”. Ma perché i due cardiochirurghi, Gabriella Farina prima operatrice e Vincenzo Pagano, non videro che il ghiaccio secco stava sublimando? Perché nessuno dei due si fermò davanti a quel “fumo freddo”, alla nebbia sottile che tradisce l’anidride carbonica a -79 gradi?

La deposizione dell’operatrice altoatesina, raccolta dai carabinieri del Nas di Trento su delega della Procura di Napoli, in coordinamento con quella di Bolzano, restituisce la concitazione di quei passaggi. “La dottoressa di Napoli ha chiesto ghiaccio a me e al collega… vengo a sapere che il ghiaccio era stato portato in presala. Io, la dottoressa e il collega .. andiamo in presala. Siccome c’erano questi contenitori pieni di ghiaccio che pesavano, il collega ha versato il ghiaccio nella borsa frigo utilizzata da Napoli”. La borsa frigo. Un modello di vecchia generazione, già fuori dalle linee guida dal 2015, senza termometro interno che potesse segnalare l’abbassamento estremo della temperatura. Un contenitore da picnic in spiaggia che diventa il centro di tutto.

Una versione che trova riscontro anche nel racconto dell’infermiere: “La chirurga di Napoli ha chiesto se avessimo ghiaccio”, poi «sono uscito in sala pre operatoria, ho preso scatola di polistirolo con ghiaccio, sono entrato in sala operatoria e gliel’ho mostrato alla chirurga di Napoli e le ho detto ‘questo abbiamo’”. “Questo abbiamo”: ghiaccio secco, anidride carbonica che congela a -79 gradi, usata a Bolzano – che non ha una attività di trapianti di organi solidi – per la conservazione dei tessuti. Un materiale che, secondo le linee guida, non dovrebbe entrare in sala operatoria perché può aderire agli organi e danneggiarli. In quei minuti nessuno avrebbe distinto tra ghiaccio sterile e non sterile. E l’operatrice, è emerso, non aveva una formazione specifica per valutarne le conseguenze.

Gli investigatori dell’Arma hanno perfino simulato le operazioni di rabbocco nella struttura altoatesina, alla presenza dei sanitari coinvolti, per capire come quel ghiaccio sia finito nella borsa. Al momento la Procura di Napoli avrebbe escluso responsabilità per il personale di Bolzano, concentrando l’attenzione sulle due équipe dell’ospedale Monaldi di Napoli che si sono occupate del prelievo e del trapianto. Sette i camici bianchi iscritti nel registro degli indagati per omicidio colposo. I legali della chirurga Gabriella Farina, gli avvocati Dario Gagliano e Anna Ziccardi, frenano ogni conclusione: “Stiamo leggendo gli atti, nessuna ricostruzione in questa fase può essere considerata come una verità assoluta. Nelle sedi opportune faremo le nostre valutazioni”. Ma il baricentro dell’inchiesta si è ormai spostato al Monaldi sui quei medici che avevano poco o nulla, neanche le giacche pesanti. Testimonianza probabilmente di una partenza di corsa, senza organizzazione, senza coordinamento. La cardiochirurga di turno e il collega reperibile che da tempo non affrontavano una delle procedure chirurgiche più complesse e delicate,

C’è un altro dato che i testimoni dell’équipe che operò Domenico riconoscono: l’intervento di espianto del cuore malato del bambino “è iniziato e si è concluso prima che in sala operatoria arrivasse il cuore congelato”. Quattordici minuti, prima. E non importa che possano essere anche quattro. Un intervallo che potrebbe sostenere, secondo il legale della famiglia Francesco Petruzzi, anche un’accusa di falso in relazione agli orari riportati nella cartella clinica. Il chirurgo Guido Oppido, difeso dagli avvocati Vittorio Manes e Alfredo Sorge, non replica alle accuse: “Ha lavorato contro il tempo” spiegano i suoi legali. È lui che ha insistito fino all’ultimo che Domenico, tenuto in vita per 60 giorni solo grazie all’Ecmo, potesse resistere fino a un secondo trapianto. Adesso si attende che il giudice per le indagini preliminari di Napoli fissi l’autopsia con incidente probatorio. Sarà quell’esame a stabilire se le manovre già durante il prelievo abbiano compromesso l’organo, come il ghiaccio secco abbia contribuito in modo decisivo a “bruciare” quel cuore per un bambino cardiopatico ma che fino all’entrata in sala operatoria aveva una vita “quasi normale”.

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Il Fatto Quotidiano

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