Quel debito che abbiamo verso Cuba

  • Postato il 18 febbraio 2026
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Quel debito che abbiamo verso Cuba

I 120 medici cubani arrivati in Calabria

Gentile presidente Occhiuto, la vediamo giustamente impegnato sull’emergenza ambientale e la conta dei danni in Calabria, le rubiamo solo i tre minuti che servono a leggere questo articolo per raccontarle di un altro luogo di crisi, che sulla carta è lontano novemila chilometri, eppure è in qualche modo dentro le nostre case e le nostre famiglie.

Non parleremo di politica, dell’embargo ultradecennale contro Cuba, dei nuovi veti imposti dagli Stati Uniti nell’era Trump, e nemmeno delle minacce commerciali ai Paesi che continuano ad avere rapporti con L’Avana. Non ripeteremo che quello è un regime dove c’è un deficit di democrazia, ma anche tanto orgoglio e dignità.

E quindi, cosa c’entra la Calabria? Lei lo sa meglio di tutti, perché sfidando i veti delle corporazioni, le opinioni contrarie all’interno del suo stesso partito e dell’alleanza di governo, lei criticato perfino da esponenti dell’opposizione, ha chiamato nella nostra regione centinaia di medici cubani che hanno prestato la loro opera nei disastrati ospedali calabresi in questi anni. E ne ha sicuramente tratto giovamento alle ultime elezioni. Questa scelta è stata, nel racconto popolare, una iniezione di umanità e di conoscenza.

Prima di tutto, l’umanità: la loro caratteristica, trattano tutti allo stesso modo non conoscendo nessuno, mi disse un amico che aveva la madre ricoverata a Polistena. Le sembra poco? Sanno aggiustare gli strumenti sanitari, abituati come sono a rimettere in piedi le Cadillac, i macchinoni americani che giravano nell’isola prima della Rivoluzione, auto che hanno almeno settant’anni, quindi. Questo me lo disse lei, presidente Occhiuto, in un’intervista al Venerdì di Repubblica.

Hanno salvato molte vite, e quando si è trattato di dire grazie hanno replicato: “È la nostra professione, i medici servono a guarire”. Hanno studiato la nostra lingua, con tutte le insidie del caso, perché era il primo passo per lavorare bene. Come Eduardo Gongora, che nel 2023, primo anno dell’esperimento, stava al Triage, parlava e scriveva bene in italiano, nonostante i pericoli della grafia e della traduzione: “Noi abbiamo tante acca: hematoma, hemorragia, hospital”. Chissà dove sarà il doctor adesso, avrà di sicuro imparato il dialetto. Hanno abitato i nostri paesi, si sono magari fidanzati e fidanzate, hanno fatto la corsetta mattutina sulla via Marina o al Campo Scuola di Cosenza, fatto qualche pizzata di solidarietà, hanno usato le case sfitte dei borghi e preso la birra insieme a noi nei bar, senza avere mai, dico mai, la possibilità di pagare un caffè.

Anche loro si stanno informando, come noi, sulla spaventosa crisi che paralizza il paese. Il sistema energetico cubano si regge sul petrolio – che non può arrivare più dal Venezuela e dal Messico – e alimenta gli ospedali e le case. Il blackout colpisce l’industria turistica, molti i voli cancellati. Scappano gli stranieri, che erano una risorsa, con gli euro e i dollari. L’emergenza umanitaria si tocca nelle strade: montagne di rifiuti, i camion della nettezza urbana che non escono più dai depositi, e per la prima volta si vede gente che rovista nella spazzatura. Grazie all’aiuto cinese, compaiono i primi pannelli solari, le auto elettriche. Ma per fare un pieno di benzina ci vuole mezza giornata, e per una efficiente politica sulle Rinnovabili ci vorranno anni.

Lo ripetiamo, presidente Occhiuto, non stiamo parlando di politica ma di una emergenza umanitaria che colpisce un popolo. Le Nazioni Unite si sono dichiarate “estremamente preoccupate” per il peggioramento della situazione. E qui dovrebbe scattare un riflesso, abbiamo tutti un debito di riconoscenza verso Cuba, i cui specialisti arrivarono in Italia già durante il Covid. Ascolti, presidente, il messaggio di Ikay Romay che viene dall’Avana, diventato virale in tutta Europa: “Anziani senza farmaci per cuore, pressione, diabete. Incubatrici spente negli ospedali. Bloccate le navi con generi alimentari, stop alle transazioni bancarie. I medici oggi non hanno siringhe, anestesia, non funziona radiologia, perché non possiamo accedere ai ricambi. Cuba non chiede soldati, Cuba chiede giustizia”.

Per una questione di dignità, la Calabria dovrebbe restituire un po’ di quello che ha avuto da questi professionisti. Oggi sono circa 400 negli ospedali calabresi, contro tutte le semplificazioni e i titoli forzati di chi li raccontava in fuga, e hanno 400 famiglie a casa. Che fare? Le strade sono tante, pensi solo agli strumenti sanitari che buttiamo via. Non è un mistero che ci sia un rapporto privilegiato fra la Regione e l’Ambasciata. Ma tante associazioni si stanno mobilitando in questi giorni, anche per favorire la creazioni di impianti di energia pulita nell’isola, i soliti visionari.

E se poi vogliamo saperne di più, chiediamo a loro, in ambulatorio, in reparto o al Pronto Soccorso. Risponderanno con una faccia rassegnata come a dire: siamo abituati. Ma stavolta lo dice l’Onu che Cuba ha fame, e serve un gesto di fratellanza e solidarietà, le poche categorie in cui siamo campioni.

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