Quando il conflitto verbale diventa strumento di politica estera. Scrive Bartolomucci
- Postato il 14 febbraio 2026
- Esteri
- Di Formiche
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La lettura del volume “La diplomazia della rissa” di Antonio Picasso, Stefano Polli e Renato Vichi (Franco-Angeli, 2025) spinge a riflettere su un tema di grande attualità: il valore delle parole nella politica e nei conflitti internazionali. È necessaria infatti una riconsiderazione critica delle categorie tradizionali con cui si è soliti interpretare il linguaggio utilizzato dai leader in un mondo che, apparentemente, non sa più parlarsi. Lo stesso titolo del libro è una provocazione intellettuale e come ossimoro mette insieme due immagini che sembrano incompatibili. Da un lato, la diplomazia richiama misura, calcolo, pazienza, codici, linguaggio codificato; dall’altro, la rissa evoca l’eccesso, impulsività, l’azione fisica che precede la parola, scontro, rottura, il conflitto che esplode. Eppure, come mostra il libro, queste due dimensioni non si escludono: nelle relazioni internazionali contemporanee, il conflitto verbale è usato come uno degli strumenti più potenti.
Le parole, infatti, lungi dall’essere semplici veicoli di mediazione, sono spesso armi simboliche: servono a intimidire, delimitare il campo, mobilitare alleati, parlare a più pubblici. Invece di denunciare semplicemente il degrado del linguaggio politico, diventato maleducato e aggressivo, che sembra aver rinunciato a registri linguistici improntati alla civiltà, sarebbe opportuno riformulare la questione centrale del dibattito sulla comunicazione contemporanea, chiedendoci: siamo in grado di interpretare politicamente la violenza delle parole? L’ipotesi che avanzo è che la violenza verbale non sia uno scivolamento irrazionale, un fallimento del linguaggio o una perdita di controllo, né una barbarie o un atteggiamento teatrale, cioè una messa in scena innocua, fatta solo per attirare attenzione mediatica senza conseguenze reali. Al contrario va interpretata come un atto politico intenzionale e codificato, attraverso cui si misurano, sfidano e ridefiniscono i rapporti di potere, si costruiscono immagini di sé e degli altri, delimitano gli spazi entro cui il negoziato diventa possibile o, al contrario, viene sospeso.
Se non sappiamo leggere la “retorica dell’insulto” come uno strumento consapevole, rischiamo due errori ugualmente gravi: lo sottovalutiamo pensando che “sono solo parole”, oppure iper-reagiamo (trasformando la rissa verbale in conflitto reale). Se invece valutiamo la “rissa” politica non come il risultato estemporaneo di un caos puro, si può analizzare la drammaturgia del conflitto, e le sue dinamiche, comprendendo come gli insulti, le minacce velate o esplicite, i tweet aggressivi e le dichiarazioni incendiarie siano calibrati per produrre effetti politici ben precisi. In una politica populista e muscolare, dove il rispetto per le forme cede al culto dello scontro verbale e della rissa, erodendo i pilastri fondamentali della diplomazia come arte del compromesso, si riscontrano alcune dinamiche chiave sottostanti all’uso del linguaggio come arma di dissuasione o di propaganda. La prima mette in evidenza le asimmetrie di potere. Quando il linguaggio tecnico-diplomatico non basta a riequilibrare rapporti diseguali, la rissa verbale diventa un modo per forzare l’attenzione o rompere l’inerzia.
I leader non parlano più solo ai loro omologhi, ma anche – e soprattutto all’opinione pubblica interna. La rissa verbale. perché spettacolare, raggiunge rapidamente una molteplicità di pubblici, semplificando il messaggio alla ricerca del consenso ma anche sollecitando in maniera aggressiva alleanze e prese di posizioni allineate, a pena ripercussioni (dazi, aggressioni, embargo, ecc.). La violenza verbale segna la crisi delle mediazioni tradizionali. Il venir meno di sedi, rituali e tempi lunghi della diplomazia classica favorisce l’immediatezza emotiva: quando manca il filtro, la parola si fa più cruda. Non ultimo, usare un linguaggio aggressivo ha un valore performativo. Le parole usate non descrivono soltanto la realtà internazionale: la creano a proprio piacimento. Un insulto può ridefinire un nemico, una minaccia può diventare una linea rossa, una conferenza stampa può preparare o evitare uno scontro reale.
In questa prospettiva, appare chiara la scelta di un approccio costruttivista nelle relazioni internazionali, secondo cui linguaggio, identità e interessi degli attori non precedono l’interazione politica, ma si formano attraverso di essa. La violenza verbale in ambito geopolitico non sarebbe dunque un elemento accessorio o patologico, bensì una pratica discorsiva adottata per definire le categorie di amico e nemico, e delimitare l’orizzonte del politicamente possibile. Se non basta, in senso foucaultiano, non ci troveremmo di fronte a una deviazione dalla razionalità politica ma alla creazione di uno spazio di produzione di potere e di proprie verità, e non a una semplice rottura delle regole del discorso.
Il linguaggio da bar, spesso offensivo nei riguardi di altri leader, dei giornalisti, o di chiunque avanzi critiche e sospetti, non segnala quindi la fine del linguaggio politico, bensì una sua trasformazione, in cui il conflitto verbale diventa parte costitutiva dell’ordine internazionale contemporaneo, un meccanismo attraverso cui si ridefinisce chi è legittimato a parlare, quali enunciati risultano accettabili e quali forme di reazioni diventano insopportabili. In più contesti, la violenza verbale non si limita quindi a descrivere una posizione o uno stato di fatto, ma diventa un’arma di lotta. Minacciare, insultare, delegittimare non sono semplici enunciazioni, bensì atti performativi che producono effetti politici, ridefinendo obblighi, aspettative e linee di condotta. In questo senso, la sfacciataggine e la maleducazione non rappresentano il fallimento del linguaggio politico, ma una sua specifica modalità di funzionamento e una forma di potere simbolico.
Le parole non producono effetti in quanto tali, ma in quanto pronunciate da attori dotati di capitale politico e riconosciuti come legittimi. L’aggressione verbale, amplificata dai media internazionali, diventa così uno spazio di lotta per l’imposizione di una propria visione del mondo, in cui il linguaggio unito a un manifesto senso di disprezzo, serve a riaffermare gerarchie, a escludere interlocutori e a naturalizzare rapporti di forza. In sintesi, l’ipotesi che propongo è che nelle relazioni internazionali contemporanee, le parole non siano un accessorio del potere, ma una delle sue forme principali. La violenza verbale non segna il collasso della politica, bensì una sua trasformazione: il turpiloquio rappresenterebbe una delle figure più emblematiche di una “politica tossica”. L’ironia aggressiva non cerca il confronto ma l’annientamento simbolico dell’altro.
Analizzare il linguaggio rissoso, dunque, non significa giustificarlo, ma riconoscere che anche nel disordine provocato da atteggiamenti prepotenti si sta giocando una parte decisiva di un nuovo ordine internazionale, perché oggi non sono solo le armi a fare la guerra, ma anche le parole che, purtroppo, rischiano di renderla possibile. La radicalizzazione delle relazioni, infatti, rende più complessa ogni forma di compromesso, e un linguaggio sbagliato può provocare più danni dei missili. La vera sfida dei prossimi anni sarà quindi abbandonare la retorica del disprezzo e riscoprire una grammatica della pace su cui fondare una politica della condivisione e della solidarietà.