Primavera del cinema italiano, il regista Daniele Vicari elogia maestranze e paesaggi calabresi

  • Postato il 17 febbraio 2026
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Il Quotidiano del Sud
Primavera del cinema italiano, il regista Daniele Vicari elogia maestranze e paesaggi calabresi

Nella serata conclusiva della XII edizione de “La primavera del cinema italiano”, il regista Daniele Vicari elogia maestranze e paesaggi calabresi. Tutti i dettagli nella nostra intervista.


COSENZA – Al Cinema Citrigno di Cosenza si conclude tra applausi e riflessioni la XII edizione de “La primavera del cinema italiano – Premio Federico II”, il festival ideato da Giuseppe Citrigno (presidente Anec Calabria) e sostenuto dalla Calabria Film Commission nell’ambito del progetto “Bella come il cinema”. Un appuntamento di riferimento per il cinema d’autore contemporaneo. Tra gli ospiti più attesi, Daniele Vicari, reduce dal successo di “Ammazzare stanca”, girato in gran parte in Calabria. Un film che brucia. Un’opera intensa e necessaria che racconta la storia vera di Antonio Zagari, un giovane che trova il coraggio di spezzare un destino criminale già scritto. Non un fatto di cronaca. Non un racconto di malavita spettacolarizzata, ma una ribellione intima, dolorosa, familiare. Una storia di rottura. Di scelta. Di libertà.

Per approfondire la genesi del film, il legame con la Calabria e la sua visione del cinema, abbiamo incontrato il regista a margine dell’evento, in un confronto diretto e approfondito che ci ha permesso di entrare nel cuore del suo lavoro e delle sue scelte narrative.

La Calabria che diventa cinema (e persino Svizzera) in !Ammazzare Stanca” di Daniele Vicari

«Gran parte del film è stato girato in Calabria», spiega Daniele Vicari nella nostra intervista. Non solo le sequenze ambientate a San Luca, ma anche quelle che nel film rappresentano il Nord Italia. Sulla Sila, con i suoi pini maestosi, fitti e verticali, la produzione ha ricreato perfino un suggestivo confine svizzero. Cinema come trasformazione. Cinema come alchimia: cambiano le coordinate, resta la verità visiva. «I pini della Sila si prestano al trucco», racconta il regista, sottolineando come il territorio calabrese abbia offerto una versatilità scenografica sorprendente. La Calabria non come sfondo, ma come materia viva, plastica, capace di reinventarsi.

E non è solo una questione di paesaggio. Il vero patrimonio, per Daniele Vicari, sono le persone. Alla domanda sulle curiosità dal backstage, il regista ci sorprende. Nessun aneddoto folkloristico, nessuna leggerezza da set. Solo riconoscenza. Un elogio netto e sentito alle maestranze locali. Trucco, parrucco, costumi, scenografia, organizzazione: in ogni reparto ha trovato «professionisti di altissimo livello». Donne e uomini che scelgono di restare e fare cinema qui, in Calabria, costruendo competenze solide e riconoscibili.

Quando la produzione si è spostata a Bologna per completare le riprese, qualcosa gli è mancato: «È stato proprio bello lavorare qui». Parole che restituiscono alla Calabria un ruolo centrale, non periferico, nella geografia del cinema italiano.

I microcosmi familiari: lo specchio della società

Autore da sempre attento alla dimensione civile del racconto, Daniele Vicari porta sullo schermo una realtà potente e senza sconti, trasformando storie vere in cinema capace di interrogare e coinvolgere. Il cinema di Vicari rifiuta le scorciatoie narrative. Non indulge nel racconto criminale come genere. Anzi, lo smonta. «Non ho mai raccontato una storia di mafia o ’ndrangheta. Questa è la prima volta. Ma mi interessava perché è una storia familiare». La chiave è tutta qui. Non il macro-fenomeno criminale, non l’epica oscura delle organizzazioni, non la cronaca giudiziaria trasformata in spettacolo. Il centro del racconto è il microcosmo: la famiglia.

Per Daniele Vicari la vera scena del conflitto non è la piazza, ma il tavolo della cucina. Non è il summit segreto, ma lo sguardo tra padre e figlio. Raccontare un legame tra fratelli, un’amicizia che si incrina, una madre che tace o si oppone, significa dare voce a un sistema di potere invisibile ma potentissimo. Le tensioni intime. Le parole non dette. Le scelte che maturano dentro le mura domestiche. È lì che nasce tutto. È lì che si apprendono l’obbedienza e la lealtà, ma anche il dubbio. È lì che si costruiscono alleanze e si consumano tradimenti. È lì che prende forma la ribellione.

La famiglia è la cellula originaria della società

Per il regista, la famiglia è la cellula originaria della società. Un laboratorio morale dove si decide se perpetuare un sistema o spezzarlo. Se restare dentro una catena di comando o avere il coraggio di interromperla. In questa prospettiva, la criminalità non è il tema centrale: è lo sfondo. Il vero dramma è umano. È la scelta individuale che si staglia contro una tradizione, contro un destino considerato inevitabile. Vicari non filma il “fenomeno”. Filma la crepa. E in quella crepa si intravede la possibilità del cambiamento.

A parte l’esperienza radicale di “Diaz – Non pulire questo sangue”, il suo cinema si muove dentro queste cellule intime: amicizie, fratellanze, sorellanze. Relazioni. Perché è nell’intimità che si riflette l’intera struttura sociale. Ed è qui che “Ammazzare stanca” trova la sua forza: non nell’epica criminale, ma nel coraggio individuale. Un cinema che non urla, ma incide.

Il futuro è “Bianco”: la prossima sfida di Daniele Vicari è la storia di Walter Bonatti

Tra ghiaccio e vertigine, lo sguardo di Daniele Vicari è rivolto in alta quota. Il futuro è “Bianco”. Il regista ha appena terminato le riprese di un progetto dedicato a Walter Bonatti, uno dei più grandi alpinisti della storia. E già nel titolo si avverte una tensione sottile, quasi tagliente: il bianco della neve, del silenzio assoluto, dell’altitudine che cancella i contorni e lascia solo l’essenziale. Ma anche il bianco come spazio morale, come pagina estrema su cui si scrive una scelta definitiva.

«È la storia di una grande sfida alpinistica», anticipa Vicari. Ma conoscendo il suo cinema, sarà molto di più. Sarà il racconto di un uomo davanti al limite, alla solitudine, alla scelta estrema. Ancora una volta, un microcosmo – questa volta sospeso tra ghiaccio e cielo – per parlare dell’essere umano. È la storia della vertigine. Vertigine fisica, certo: quella che si prova su una cresta sottile, con il vuoto che chiama da entrambi i lati. Il passo che pesa più del solito. Il respiro che si accorcia. Ma soprattutto vertigine interiore. Perché la montagna, nel cinema di Vicari, non sarà soltanto paesaggio spettacolare. Sarà un dispositivo narrativo. Una condizione esistenziale. La vertigine è il momento in cui tutto si sospende. In cui il corpo vacilla e la mente deve decidere. Andare avanti o tornare indietro. Resistere o cedere. Fidarsi o dubitare.

La storia di Walter Bonatti

Bonatti non è soltanto l’eroe di un’impresa estrema. È l’uomo solo davanti al limite. E nel cinema di Vicari il limite non è mai soltanto geografico: è morale, umano, identitario. È la linea invisibile che separa ciò che siamo da ciò che potremmo diventare.

Dalla Calabria di “Ammazzare stanca” alle pareti ghiacciate delle Alpi in “Bianco”, il filo rosso resta lo stesso: un individuo messo alla prova. Non il trionfo dell’impresa, ma il peso della decisione. Non l’epica del successo, ma il conflitto che precede ogni passo. In alta quota si perde il superfluo: restano il respiro, la paura, la determinazione. Restano le domande. Chi sei quando sei solo? Cosa resta di te quando il mondo si riduce a una parete di ghiaccio? È lì che nasce la vertigine più potente: quella che non viene dal vuoto sotto i piedi, ma dalla consapevolezza di essere interamente responsabili della propria scelta. E allora “Bianco” non è solo un titolo. È uno stato dell’anima. È la soglia tra equilibrio e caduta. Tra paura e coraggio. Tra silenzio e verità.

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