Potenza, caso Liseno, Cassazione annulla ordinanza riesame

  • Postato il 26 gennaio 2026
  • Legge Nordio
  • Di Quotidiano del Sud
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Il Quotidiano del Sud
Potenza, caso Liseno, Cassazione annulla ordinanza riesame

Svolta nel caso dell’imprenditore di Lavello Antonio Liseno. La Suprema Corte di Cassazione solleva dubbi procedurali sull’arresto e cade anche l’aggravante mafiosa per un vizio di forma. Sotto lente la Riforma Nordio e l’assenza di interrogatorio preventivo


POTENZA – Chiarire se Antonio Liseno poteva essere arrestato senza un interrogatorio preventivo.
È questa la richiesta trasmessa dalla Corte di cassazione al Tribunale del riesame di Potenza, restituendogli le carte dell’ordinanza di misure cautelari spiccata agli inizi di luglio nei confronti dell’imprenditore di Lavello accusato di aver riciclato soldi della mala cerignolana nel cantiere del San Barbato Resort. E tuttora in carcere.

CASO LISENO, ATTI TORNANO AL RIESAME

Nei giorni scorsi i giudici di piazza Cavour hanno depositato le motivazioni delle decisioni assunte a dicembre al termine di una serie di udienze dedicate all’inchiesta dell’Antimafia di Potenza.
Al loro interno la seconda sezione della Corte, presieduta da Sergio Beltrani, spiega di aver annullato con rinvio la precedente pronuncia del Riesame di Potenza, che aveva confermato la custodia cautelare in carcere di Potenza, per una ragione procedurale. Senza entrare nel merito delle accuse e degli indizi raccolti dagli inquirenti.

LE QUESTIONI SOLLEVATE DALLA DIFESA

Tra le questioni sollevate dagli avvocati Gaetano Sassanelli e Antonio Carretta per conto dell’imprenditore, infatti, ve n’è una esaminata prima delle altre e attiene proprio al fatto il suo arresto sia stato eseguito senza l’interrogatorio preventivo introdotto per volontà dell’attuale ministro della Giustizia, Carlo Nordio.

LA RIFORMA NORDIO

In ossequio a quest’ultima riforma, infatti, è possibile eseguire una misura cautelare senza dare la possibilità a un indagato di difendersi soltanto in casi molto limitati, e per alcune tipologie di reato. Ma non è espressamente indicato che fare nel caso in cui nell’ambito di una stessa inchiesta vi siano più indagati per reati connessi, anche soltanto a livello probatorio, che in parte consentono di derogare all’interrogatorio preventivo, e in parte no.
Il gip che ha spiccato le ordinanze di misure cautelari eseguite agli inizi di luglio ha espressamente dichiarato di aderire alla tesi per cui la deroga all’interrogatorio che interviene per un indagato si estende anche agli altri.

I RILIEVI DELLA CASSAZIONE

Secondo la Cassazione, però, non avrebbe evidenziato questa connessione. Di qui l’indicazione al Riesame perché rivaluti, in particolare, il collegamento tra la posizione di Liseno e quella di un noto pregiudicato di Lavello, Angelo Finiguerra, che con la sua ditta di costruzioni avrebbe realizzato alcuni lavoretti nel cantiere del San Barbato, e per un periodo avrebbe rappresentato l’anello di collegamento tra l’imprenditore e la mala di cerignola.
«In definitiva, la deroga dovrà essere verificata per gli aspetti peculiari che caratterizzano il Liseno, rispetto ai reati per i quali è stato emesso il titolo cautelare senza il preventivo espletamento dell’interrogatorio».

CASO LISENO, LE MOTIVAZIONI DELLA CASSAZIONE

Così nelle motivazioni della Cassazione, che poi spiega che «in caso di riscontrata esistenza di connessione tra reati o di collegamento probatorio» andrà ririconsiderata la legittimità dell’arresto di Liseno in base a una recente pronuncia delle sezioni unite della medesima Corte. Pronuncia che ha affermato che i giudici non possono estendere la deroga all’interrogatorio preventivo ai co-indagati di chi può essere arrestato senza esserne preventivamente avvisato, e che la violazione di questo precetto comporta la nullità degli arresti effettuati.

CADE L’AGGRAVANTE MAFIOSA

La seconda sezione della Cassazione ha depositato anche le motivazioni di una sua ulteriore pronuncia sul “caso Liseno”, che attiene al riconoscimento dell’aggravante mafiosa per le accuse nei confronti dell’imprenditore e di alcuni dei suoi co-indagati.
I magistrati romani hanno accolto il ricorso dei difensori che chiedevano di giudicare tardivo, quindi inammissibile, l’appello dei pm per il riconoscimento dell’aggravante mafiosa. Dopo che il gip che ha firmato l’ordinanza di misure cautelari “originaria” ne aveva negato la sussistenza.
Soffermandosi sulla posizione di Liseno, però, hanno anche aggiunto che il Riesame sarebbe incorso in errore rispetto al contenuto dell’appello dei pm. Poiché non sarebbe stato indirizzato anche nei suoi confronti.

LE PAROLE DELLA CASSAZIONE

«L’analisi dell’atto di appello proposto dal Pubblico ministero (…), del decreto di fissazione del giudizio di appello e del verbale di udienza del 22 luglio 2025, comprova che l’impugnazione aveva ad oggetto esclusivamente le posizioni processuali degli indagati Angelo Finiguerra, Marcello Ricci e Massimo Sileno. Ne consegue che l’indagato Antonio Liseno non risultava indicato tra i destinatari del decreto di fissazione del giudizio di appello e che, pertanto, la sua posizione non era stata devoluta al giudice del gravame».

LISENO, LE ULTERIORI DECISIONI DELLA CASSAZIONE

Scrive la Cassazione. «In tale quadro, la decisione del Tribunale che ha affermato la sussistenza delle aggravanti previste (…) anche nei confronti di Antonio Liseno si risolve in una indebita estensione dell’oggetto del giudizio cautelare a un soggetto per il quale non era stato proposto alcun gravame, con conseguente violazione del principio devolutivo e del diritto al contraddittorio».

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