Poste-Tim, le ragioni di un’operazione che conviene all’Italia. Parla Bassanini
- Postato il 25 marzo 2026
- Economia
- Di Formiche
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L’operazione con cui Poste mira a inglobare Tim, dando vita a quel campione nazionale delle infrastrutture digitali e della telefonia e primo vagito di un consolidamento del settore delle telecomunicazioni che sia in Europa (oltre 100 operatori mobili), sia in Italia per troppo tempo rimandato, finendo con il comprimere ricavi e margini delle stesse telco, ha una chiara valenza strategica. Dare anima e vita a una newco dalla capitalizzazione superiore a 30 miliardi per quasi 27 miliardi di ricavi. Ovviamente a patto che l’Offerta di pubblico acquisto e scambio permetta a Poste di raggiungere il 66,67% del capitale di Tim, che verrà delistata da Piazza Affari a conclusione dell’aggregazione.
L’ultima parola, si sa, spetterà al mercato (la Borsa, finora, ha mandato segnali contrastanti). Ma la filosofia dell’operazione architettata dal ceo di Poste, Matteo Del Fante è chiara: a tre decenni dalla privatizzazione dell’allora Telecom, lo Stato tornerebbe padrone di una compagnia telefonica, con la possibilità di presidiare un’infrastruttura tra le più strategiche e critiche del Paese. Succede, giova ricordarlo, un po’ in tutta Europa. In Francia, lo Stato ha un piede nella telefonia con il 23% di Orange e lo stesso accade in Germania, dove Berlino ha il 32% di Deutsche Telekom, mentre in Spagna Madrid è tornata dentro Telefonica, con una quota del 10%, dopo esservi uscita. Formiche.net ne ha parlato con Franco Bassanini, manager e già ministro nel governo Prodi I, presidente di Cassa depositi e prestiti (2010-2015) e di Open Fiber dal 2017 al 2021.
Bassanini, a trent’anni dalla privatizzazione di Telecom, lo Stato potrebbe tornare padrone di un pezzo di telecomunicazioni in Italia, sempre che Poste riesca nel suo intento. Che impressione le fa?
Partiamo da una considerazione. La partecipazione pubblica non è di per sé un impedimento a operazioni di consolidamento. Negli anni 90 fu sottovalutato il fatto che il Paese stava entrando in una fase in cui sarebbero stati necessari grossi investimenti. Investimenti che solo un azionista forte e con le spalle larghe, come lo Stato, avrebbe potuto sostenere. Questa sottovalutazione portò alla privatizzazione di Telecom. E questo accadeva mentre molti altri Paesi europei, al contrario, seguivano una strada diversa.
Si riferisce al fatto che in Paesi come Olanda, Francia e Germania il governo abbia un solido presidio nelle telecomunicazioni?
Esattamente. E aggiunga anche la Svezia e la Svizzera. Solo l’Olanda, successivamente, ha privatizzato le sue telecomunicazioni. Con questo voglio dire che in Italia, un’azienda che era leader nel mondo e che capitalizzava più di Eni ed Enel, come Telecom allora, è diventata una società molto più piccola e che capitalizza nemmeno un quarto delle citate aziende. E dunque, le imprese strategiche che debbono fare investimenti importanti, richiedono azionisti pazienti e disponibili, pubblici o privati che siano, a investire nel lungo termine. Lo Stato è questo, i fondi speculativi no. E in assenza di grossi investitori privati, allora meglio lasciar spazio allo Stato. Vede, il nodo non è la presenza di azionisti di controllo pubblici o privati, ma di azionisti di lungo termine disposti a supportare piani industriali ambiziosi. E sa quale è oggi il risultato?
Me lo dice lei?
Che, mantenendo la presenza dello Stato, Eni ed Enel si consolidarono come campioni nazionali e europei, mentre Telecom, priva di un azionista di controllo in grado di svolgere il ruolo di anchor investor disponibile a sostenere piani industriali di lungo termine e attento alle esternalità di sistema, restò in balia di operazioni finanziarie speculative che la caricarono di debiti e ostacolarono gli aumenti di capitale necessari.
Poste ha cambiato pelle nel tempo. Naturale, dunque, che possa abbracciare scommesse di mercato di un certo calibro, non crede.
Direi di sì, Poste non è più un’azienda di recapiti, è molto altro, ha cambiato parte della sua natura. E la stessa operazione con Tim guarda a un mondo che è cambiato: recuperare terreno sulle tecnologie di ultima generazione, sul cloud, sull’Intelligenza Artificiale e su molto altro. Le due società possono lavorare meglio insieme su questo versante.
Qualcuno ha fatto notare come un’azienda prima pubblica, Tim, una volta Telecom, poi privatizzata, ora torni in mano allo Stato. Lei che dice?
Bisogna essere pragmatici e realisti: o ci sono grandi investitori privati, come Elon Musk, a fare grandi investimenti sulle tecnologie di punta, o si lascia spazio a un ritorno dello Stato. Delle due l’una. In Italia queste condizioni non ci sono e allora meglio la partecipazione pubblica. Voglio dire, l’Opas di Poste cerca di rimediare agli errori del passato dal lato dei servizi digitali e degli investimenti. Dove la creazione di un campione nazionale, e in prospettiva europeo è cruciale e strategica per recuperare competitività e dunque, nel contempo, autonomia strategica e indipendenza politica.
Parliamo del consolidamento del settore tlc. Sono anni che il mercato reclama aggregazioni in grado di ridurre quella frammentazione che ha polverizzato i margini degli stessi operatori. Non vede nella presenza dello Stato un impedimento a tutto questo?
Se debbo essere sincero ho vissuto, personalmente, un’esperienza diversa. Quanto ero presidente di Cdp, l’allora ceo di France Telecom, oggi Orange, mi propose una fusione con Telecom. Un m&a tra le due compagnie telefoniche, sul modello di St Microelectronics, controllata da una holding partecipata al 50% dallo Stato italiano e al 50% da quello francese. Il problema era che tale assetto non si poteva riproporre, perché in Telecom lo Stato allora già non c’era più e l’operazione non era fattibile. Questa è la prova del fatto che in certi casi la presenza dello Stato non ostacola operazioni di consolidamento.
C’è un’altra questione su cui si è acceso il dibattito: l’offerta di Poste è davvero conveniente per Tim? Per alcuni analisti il premio proposto (9%) non riflette pienamente il valore strategico di Tim, né le potenziali sinergie e gli obiettivi industriali. E la pensa così anche la banca d’affari Barclays. Che ne pensa?
Queste sono valutazioni che devono fare gli investitori. Penso che un rilancio potrebbe essere valutato. Ma faccio notare come essendo un’Opas, non pesa solo il contante messo sul piatto ma anche l’interesse degli azionisti a diventare soci di un gruppo, quello nascente, dalle enormi potenzialità.