Poetry slam, non ti sopporto

  • Postato il 14 marzo 2026
  • Di Il Foglio
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Poetry slam, non ti sopporto

Poetry slam, non ti sopporto. Nulla di personale contro i tuoi esponenti – alcuni li conosco e mi stanno anche simpatici – ma diffido oltremodo di ciò che non capisco. Anzitutto non mi convince la denominazione che riecheggia lo schiaffo e il pugno (“slam” significa “colpo rumoroso”), cercando di dare una passata di novità su un’ambizione futurista degna del 1909. Non mi infinocchia il ricorso all’inglese per ribattezzare una pratica, l’improvvisazione poetica, che è testimoniata almeno dal Medioevo. Non mi capacito di come possano esistere dei campionati del mondo di poetry slam, non solo perché la competizione riduce la letteratura a corsa di rane saltatrici, ma anche perché non credo mi fiderei di qualcuno che si bullasse di essere campione del mondo di narrativa rosa o campione del mondo di agiografia medievale. Non mi bevo il sospetto sovraffollamento di nomi italiani negli albi d’oro globali né mi rassicura l’ipotesi di una giuria universale poliglotta, in grado di capire se sia meglio scegliere un poetry slammer di Szombathely oppure di Lahore. Non mi rallegra la necessità che i poetry slammer si esibiscano in pubblico, trascinando la figura dell’autore fuori dal cono d’ombra che gli garantisce libertà e appiattendo la scrittura sulla performance fisica, la lettura sulla reazione uditiva immediata. Non mi persuade il presupposto che la qualità della produzione poetica risieda nella spontaneità né mi sconfinfera la prospettiva dell’ennesima articolazione del ritrito barbarico yawp. Non mi piace il fatto che i poetry slammer siano tutti giovani o, se non lo sono, cerchino di sembrare tali. Soprattutto, non perdonerò mai il fatto che, dopo avere improvvisato rime e calcato palchi, i poetry slammer italiani pubblichino ora un libro: è la riprova che alla fine tutta questa ventata di novità doveva scaturire nell’esito più tradizionale, tutta questa ribellione alle forme letterarie era uno stratagemma per entrare dalla finestra dopo avere sbattuto (slam!) la porta, tutta questa vitalità non poteva che incartapecorirsi in una silloge con giro di presentazioni in libreria. Uno può improvvisare quanto vuole ma alla fine, per fortuna, l’editoria vince sempre.

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Autore
Il Foglio

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