Pezzolo, viaggio nel borgo siciliano dove anche i morti devono emigrare: il cimitero è abbandonato e irraggiungibile
- Postato il 1 aprile 2025
- Cronaca
- Di Il Fatto Quotidiano
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Emigrare da vivi ma anche da morti. È quel che accade a Pezzolo, piccola frazione di Messina sui monti Peloritani, dove i morti non possono essere più seppelliti perché il cimitero è ormai abbandonato e bisogna andare altrove. A meno di trovare altre soluzioni: “Ho fatto cremare mio padre perché non c’era altro modo di farlo riposare qui da noi, accanto a mia madre, come voleva lui: spazi nel cimitero non ce ne sono più”, spiega Concetto Condurso, figlio di Nicola, morto solo poche settimane fa. Lui vive ormai in Brasile, lontanissimo da quel piccolo borgo sui monti Peloritani, in via di spopolamento e dove non si può più nemmeno morire. È tornato solo per seppellire il padre: “La cremazione è stata l’unica soluzione”. Perché il cimitero di Pezzolo è lasciato nell’abbandono e nel dissesto, e comunque bisognerebbe raggiungerlo a piedi: “Non sappiamo come portare le bare fin lì”, spiega Nino Spuria, consigliere del primo quartiere a Messina, in cui rientra il piccolo villaggio arroccato sui monti che spalleggiano la città dello Stretto. È stato lui a invitare a vedere le condizioni di dissesto del cimitero del borgo, storico ma sempre meno popolato e più anziano: da 1.200 abitanti si è scesi a trecento. “Senza i più giovani non ce la facciamo a metterci in spalla i morti per portarli fin lì”, spiega Spuria. Lassù, in alto, perché a Pezzolo tutto è in salita: anche ottenere risposta alle richieste inoltrate all’amministrazione comunale.
A distanza di 16 anni, il cimitero è il simbolo dell’abbandono: “Non c’è più un custode, di fatto apriamo e chiudiamo noi e chi muore deve andare al cimitero di Santo Stefano di Briga (altro borgo della zona sud di Messina, ndr): una volta si emigrava per lavorare, adesso si emigra pure da morti”, denuncia Spuria. Poco a poco il paese ha perso i luoghi di ritrovo: resiste solo una piccola bottega, che fa da macelleria ma anche da piccolissimo market. È dunque la chiesa l’unico punto d’incontro, che domina l’architettura dinoccolata che si abbarbica sui monti. Superata questa, bisogna camminare ancora per quasi un chilometro fino all’entrata del camposanto. Qui inizia una lunga e ripida scalinata: “Dopo aver camminato con la bara in spalle fin qui, c’è poi questa salita. Come si fa con tutte queste scale?”, chiede Spuria. In realtà a lato della scalinata sarebbe stato installato un servoscala, pagato dall’amministrazione comunale 31mila euro proprio per agevolare la salita verso le tombe, ma è completamente imballato. Nessuno può farlo entrare in funzione perché non c’è più nessuno a guardia del cimitero.
Arrivando in cima, il piccolo cimitero è fatto da terrazzamenti dove il dissesto idrogeologico ha spaccato alcune tombe e le vie d’accesso: il percorso tra i morti è praticamente una prova di equilibrio. Eppure racconta la storia di queste colline: nel cuore della struttura si staglia una grande opera muraria dove si trovano i busti di Petronella Spuria e Placido Bonfiglio, quest’ultimo detto “panazzo”, perché distribuiva pane a tutto il paese. E tanti sono i morti centenari: “Si viveva molto bene qui, si vive anche adesso bene, lontani dal traffico, immersi nella natura, ma i disagi sono tanti”, racconta Francesco La Fauci, ex dipendente dell’Ispettorato agrario. Si vive bene nonostante i disagi: qualche anno addietro il consigliere di quartiere aveva chiamato per mostrare la frana caduta su una corsia della strada di accesso al paese, che impediva all’autobus di salire e costringeva i ragazzi a scendere molte curve per andare a scuola. Dopo anni finalmente è stata rimossa.
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